Ho visto i Foo Fighters

Ho visto i Foo Fighters e ho fatto chilometri per arrivare, la fila per entrare, li ho aspettati seduta scomoda su un prato ancora bagnato e fangoso e poi in piedi sotto il sole, e quando sei a due passi dal cambiare decina ti senti My Hero già solo per questo.

Ho visto i Foo Fighters e ho saltato, sudato, cantato e applaudito e alzato le braccia.

Ho visto i Foo Fighters e li ho sentiti nelle orecchie e dietro lo sterno.

Ho visto i Foo Fighters con Dave Grohl alla batteria mentre Hawkins cantava Under Pressure insieme a tutti quelli della mia età.

Ho visto i Foo Fighters con la M honoris causa, e ci siamo perse nel casino del Pit ma poi anche ritrovate e non sarebbe stato lo stesso senza.

Ho visto i Foo Fighters tra ragazzi di vent’anni e genitori cinquantenni che hanno portato figli adolescenti.

Ho visto i Foo Fighters e non lo so spiegare a chi non lo sa già che vuol dire esser lì per un gruppo che aspettavi da tanto.

Ho visto i Foo Fighters e non so spiegare neanche che si prova ad esser in mezzo a tanta gente a godersi tutti i pezzi vecchi e nuovi e pensare di alzare il telefono per uno scatto solo su qualche fuori programma.

Ho visto i Foo Fighters ed hanno chiuso con Everlong dopo due ore e mezzo di rock come si deve.

Ho visto i Foo Fighters ed è stato uno di quei concerti di cui poter dire io c’ero con tutto l’orgoglio possibile.

“Imagine + Jump!”

Mo Cuishle

“Tutto nella boxe funziona al contrario. A volte, per tirare un colpo vincente, bisogna arretrare. Ma se arretri troppo, non combatti più. Alcuni direbbero che la qualità più importante per un pugile è avere cuore. Frankie invece direbbe che un pugile che ha solo cuore, stai tranquillo che le prende di sicuro e di brutto. Credo di aver conosciuto un solo pugile che era tutto cuore.”

“Love, Reign o’er Me” – The Who

Altered Carbon

“La tecnologia avanza ma non gli umani, siamo scimmie pensanti e vogliamo sempre le stesse cose:
Cibo
Un rifugio
Sesso
E, in tutte le sue forme, evasione”

“Sempre bello bere un bicchiere assieme” (post a quattro mani)

Il bip del messaggio arriva una manciata di minuti dopo esserci salutati, mentre sto sudando per collegare il bluetooth del mio telefono alla BMW in car sharing affittata per il weekend. Stavo pensando esattamente lo stesso, ma non l’ho detto:  sto per scavallare i cinquanta ma quel fondo di timidezza che non mi fa dire certe cose per prima, pur se del tutto innocenti, ogni tanto torna a galla.

Ci siamo incontrati su WP qualche anno fa, io di base a Terni con la Canon, lui nel paese dei castelli di sabbia con una invidiabile collezione di Leica: filosofie diverse, comune passione per la street photography.  Da che vivo a Milano, ogni tanto ci si vede,  in tavolate da un decina di coperti o per un saluto veloce davanti a un bicchiere di rosso o di Spritz. Campari Spritz.

Appuntamento come sempre alla Cooperativa La Liberazione, un covo di nostalgici di una sinistra che non esiste più. Lo vedo da lontano, seduto ai tavoli di legno sotto la veranda, impossibile confonderlo con qualcun altro. Mi siedo e ordina anche per me e per il suo amico che sta arrivando. Ancora tre M, la lettera più ricorrente tra le mie amicizie e conoscenze.

Parliamo un po’ di lavoro che siamo pur sempre a Milano, del Summarit su cui gli è scappato il dito qualche giorno fa, dei miei programmi per l’arrampicata del sabato e dei loro per un futuro un po’ meno prossimo, dei figli da poco laureati che stanno muovendo i primi passi da soli. Gli vedo brillare gli occhi quando ne parlano, l’orgoglio per le donne e gli uomini che hanno cresciuto è palpabile.

Ascolto, chiedo, racconto un po’ anche io. Non è scontata come sequenza, succede solo con persone con cui ho qualcosa in comune. Ci salutiamo dopo un’ora e mezza, ci si rivedrà ad uno dei prossimi passaggi da queste parti.

E si, è sempre bello bere un bicchiere assieme.

. . .

“L’ho vista cambiare: dalla sospettosa diffidenza, al calore di un sorriso. L’ho vista cambiare negli anni e nei mesi.

Dal “ciao” distaccato, quasi sospettoso, alla risata aperta. Cazzate che mescolano sogni con pezzi di reale quotidiano.

Scrivere, fotografare, viaggiare, andare in bici e in barca, la montagna: abbiamo aperto i nostri mondi senza bisogno di averne una ragione o un fine, senza la necessità di un motivo, ma con la naturalezza di chi scopre similitudini e diversità, senza alcun fine se non la bellezza del momento. L’ho vista ascoltare attenta, e poi parlare di se stessa, la cosa più difficile possa fare chi ha un cervello e un’anima (e non necessariamente con quest’ordine di importanza).

La mia ricorsività nel frequentare sempre Democratic Republic of Spritz (aka La Liberazione) è maniacale: il sorriso ironico col quale non tenta manco più di propormi alternative è dolcezza e comprensione. Una emigrante capisce un altro emigrante. Adattarsi a un veloce bicchiere con me, di corsa, come alla cena con una banda male assortita di scappati di casa, è un suo dono.

È sempre bello bere un bicchiere assieme” le ho scritto. Il modo semplice di riconoscere la sintonia di oltre un’ora di vita, ambientata in un universo parallelo, fatto di relazioni belle, sincere, disinteressate, pulite.”

“Smells Like Teen Spirit” – Nirvana

(Fotografia sua, soundtrack mia)

Filosofia del Surf

La notte scorsa, in uno degli ormai rarissimi sprazzi di insonnia, ho riletto Filosofia del Surf, un libretto scritto da Frédéric Schiffter. Un centinaio di pagine di piccolo formato e poco piene, ma dense come non mi capitava da tanto, dense da dover rileggere lo stesso periodo più di una volta per assimilarlo tutto, e comunque non pesanti. Non è un romanzo, e pur se scritto da un filosofo, non è neanche un vero trattato di filosofia. L’autore è uno che è cresciuto a pane, nuoto e judo, e ha messo i piedi su un longboard solo a quarant’anni e per amore della donna che lo ha iniziato al surf. Surf inteso non come sport ma come “offerta di un’ulteriore voluttà”.

Che poi neanche io riesco a incasellarlo come puro sport, per il semplice motivo che è molto, molto di più. Non è la corsa, in cui la terra è sempre lì e l’unico limite e l’unico sfidante ce li hai dentro di te; non è il curling, che pure stento a definire sport per motivi opposti ed è fatto di calcoli e misure; non è il tiro con l’arco, in cui l’ambiente è una variabile calcolabile. Cartier-Bresson diceva che “la fotografia è porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore, è un modo di vivere”, e io credo che questa definizione sia altrettanto calzante all’oggetto del trattato. Dall’attesa dell’onda al suo arrivo al fondersi con essa. He’e nalu.

Le onde sono illusioni.
Arrivano dal nulla, assumono una
parvenza materiale e,subito,
s’infrangono e scompaiono.
Andare in cerca di simili miraggi fluttuanti è una perdita di tempo.
Proprio per questo ne ho fatto la mia vita.

Miki “Da Cat” Dora

Il surf mi ha sempre affascinata: di Un Mercoledì da Leoni ho la locandina appesa a un muro, e quando guardo Riding Giants o The Endless Summer cerco di immaginare cosa si possa provare a cavalcare un’onda di nove metri o a infilarsi dentro un tubo. Ho provato lo snowboard pensando che surfare la neve mi potesse far avvicinare all’idea, ma no, non ci arrivo.
Way too far.

Il surf è vita vissuta. L’onda non sarà mai quella desiderata ma una imprevedibile che potrà nascondere disastri e tragedie. Ma la gioia e l’euforia più forti sono brevi istanti che nascono nel mare delle inquietudini, e tutto ciò che il surfista desidera è rivivere quegli istanti.
Way too short.

Il surf è una di quelle robe che mi fanno desiderare d’esser nata in un altro posto e in un altro tempo, come quando ho messo i piedi a Central Park dove trent’anni prima erano stati Simon & Garfunkel e altre 500.000 persone, come quando ascolto The Dark Side of the Moon e penso al Pulse che ho visto nel ’94 orfano di Waters, o ai Led Zeppelin che si sciolsero a metà della mia quinta elementare.
Way too late.

Non essendo nata a Malibu negli anni 60′, la sola cosa che posso fare oggi è il numero 44 della mia wishlist per poterle almeno vedere, quelle onde. E fotografarle.

“Lords of the Boards ” – Guano Apes

Frammenti di Viaggio

Frammenti di Viaggio

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“Brain Damage/Eclipse” – Pink Floyd

Vorrei

“hai ragione forse sono solo
ho comprato il cielo ma non volo
sono piccolo come un bambino
puoi tenermi tutto in una mano”

“Vorrei” – Roberto Vecchioni

A luci spente

Quando il numero di ore lavorate tutte in fila sfiora l’illegale, fuori è finalmente inverno e secondo l’iMeteo tra poche ore dovrei vestirmi a strati come a Silvaplana per andare in ufficio a piedi, la sola cosa da fare è metter su qualcosa di buono e spegnere le luci.

Questo suono non l’hanno certo inventato loro e ascoltandoli è impossibile non fare il collegamento, ma le parole sono davvero poche e non disturbano, ed è quello che ci vuole qui e adesso. Prendetevi un po’ di tempo, magari il viaggio piace anche a voi.

“Voyage 34 (Phase I-IV)” – Porcupine Tree

Cose che escono dai cassetti

Esserci
Senza invadersi
Vestirmi
Spogliarti
Quelle scarpe lì
Respirarti
Lasciarmi interrompere
Scoprire il collo
Fumare sulla panca di Yankovic
Sai di buono
Leggero retrogusto di cioccolato
Le linee scavate dei palmi
La carne tra i denti
Il viso nascosto tra il collo e la spalla
I miei tatuaggi mischiati ai tuoi
Disegnarti la pelle con le dita
Svegliarsi
Sei ancora lì
D’inverno ti porterei la neve
D’estate una barca a vela
Raccontami una storia

“Le nostre ore contate” – Massimo Volume