Quando tutto questo sarà passato

Seguo questo blog da tanto tempo, e ogni post, non solo questo, meriterebbe di essere letto e diffuso il più possibile.

Lei è una che ti prende in mano gli occhi e il cuore, e li fa rimbalzare oltre le porte degli ambulatori, del Pronto Soccorso, della rianimazione, e quando tornano indietro non sono più gli stessi.

Grazie e lei e a tutti gli altri che ogni giorno restano nel SSN con tenacia e passione, e dicono le cose come stanno invece di come vorremmo sentirle.

Nessuno dice libera

Mai avrei pensato nella vita di dover, ad un certo punto, affrontare un’emergenza epidemica come quella che si è abbattuta questa settimana in Italia, a causa di Coronavirus.

E’ stato tutto così rapido e concitato che ci vuole un attimo a fare il punto, pur sapendo che i conti veri, quelli epidemiologici e statistici, verranno fatti per bene solo alla fine, perché ci sarà una fine, e saranno sicuramente dati molto interessanti.

Noi addetti ai lavori sapevamo che stava per arrivare, eravamo all’erta da tempo, ma quello che, forse, non ci aspettavamo era l’effetto detonante che questo arrivo avrebbe provocato sulla popolazione.

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Dopo il buio torna sempre il sole

Sfocato, sgranato, tentato, fallibile, imperfetto. Ma vissuto.
Buon anno.
La musica, per una volta, mettete la vostra.

California Dreamin’ #2

California Dreamin’ #2

Non so come gli sia venuto in mente di scrivere qualcosa sulla California, ma quando me lo ha proposto non ci ho pensato neanche un attimo. Qui sotto il mio pezzo, qua il suo.
Merry Christmas, dear friend, ci si rivede tra qualche giorno.


Tu pensi che L’America sia grande, che gli Stati Uniti siano grandi, è inevitabile. E l’unico continente che conta due, e ogni fotografia pubblicata sulle riviste o sul web restituisce sensazioni di spazio, vastità o densità, tutte elevate a potenza. I rettilinei della Route 66, le pianure del South Dakota, i casinò di Las Vegas, i grattacieli di Manhattan, le formiche umane nella Subway. E anche gli americani che abitano le stanze dei bottoni, son lì per dimostrare al resto del mondo che loro ce l’hanno più grosso.

Poi una sera di fine estate arrivi sopra San Francisco e ti chiedi quasi dov’è. Una nebbia leggera ne avvolge le luci, come se non volesse farsi scoprire subito, e avvicinandoti t’accorgi che è più piccola di Milano. Passi la notte in un hotel dell’aeroporto, e al mattino sei a bordo del pick-up dell’Alamo affittato per dieci giorni. Oltre al volo, è l’unica certezza. Certo la T-Bird di Thelma & Louise sarebbe stata un’altra cosa, ma anche il pick-up ha il suo perché. Te lo immagini con due tavole Bear caricate nel cassone come fosse la vecchia Boonesmobile, e d’altra parte se sei qui è proprio per il surf. Per la locandina di Big Wednesday appesa sopra la scrivania, Point Break, Riding Giants e tutti gli Ocean Film Festival. Per La Filosofia del Surf, Giorni Selvaggi e La Pattuglia dell’Alba. Per i Beach Boys, gli Eagles e Jackson Browne.  Per quella strada che si srotola sulla costa come una lunga onda dalle creste bianche, ora più alte, ora più basse.

Fate un salto a nord, che il Golden Gate e Alcatraz non puoi non vederli, e poi giù, lungo la Pacific Coast Highway. E’ nella wishlist da così tanto, e finalmente ci sei arrivata.
Spotify Connect, play.

Le miglia passano leggere, intervallate dagli stop lungo la strada.
Di sera i motel sulla costa col pick-up parcheggiato di fronte a una corta rampa di scale, le felpe, due Tequila Sunrise sul tavolinetto e i piedi sulla balaustra ad aspettare un tramonto dello stesso colore del liquido nei bicchieri.
Di giorno le spiagge, il sole, i tuffi nell’oceano, i costumi Maui e le gelide bottiglie di Bud seduti nella sabbia.  I bagnini di Zuma sono gli stessi di Baywatch, Venice Beach è un flashback negli anni ’90, bellezze bionde sui rollerblade comprese. Il Big Sur è tanta roba, la Pfeiffer State Beach un gioiello incastonato tra le rocce. Accostate il pick-up sul bordo di una scarpata e ti tremano un po’ le gambe quando t’affacci sul ciglio.

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Miglio dopo miglio la striscia blu alla tua destra è una presenza costante, non smetti di fissarla dal finestrino del passeggero. Sei nata di verde e di terra, ma il mare ce l’hai dentro da sempre. Ora lo respiri, lo senti addosso. La pelle che cambia sapore, una leggera patina salata la ricopre, la assaggi nella piega del gomito. A Huntington Beach cominci a vederli, dalla spiaggia e dal Pier. The Wedge è lo spot dei bodysurfers, quelli son davvero dei pazzi scatenati. Prosegui ancora verso sud, Laguna Beach, Dana Point, Trestles. Sul molo di San Diego intravedi Frankie Machine, non può essere lui ma ti piace immaginarlo. Prosegui oltre e li guardi ancora cavalcare le onde, li indovini dentro i tube, li cerchi all’uscita con lo zoom trattenendo il respiro.

Li guardi e pensi a Finnegan, Le onde sono il campo da gioco, il fine ultimo. Pensi a tutti i what if… della tua vita che non sono mai stati e che non potranno mai essere. Pensi a Leonardo Fioravanti, che i suoi what if li ha frantumati con la tavola imparando a surfare sulle quattro onde che il traghetto Olbia-Civitavecchia produce poco prima di entrare in porto alle sette del mattino. Forse ci sarà anche lui a Tokyo, alla prima olimpiade di questo sport da alieni. Pensi che in fondo nella filosofia del surf ti ci ritrovi, il momento importante non è ma ieri o domani, è sempre qui e adesso. E qui e adesso funziona.

Le Saline

Io in California non ci sono mai stata, dunque neanche le fotografie le ho scattate lì, ma è così che lo immagino il mio viaggio sulla PCH.

California Dreamin’

California Dreamin’

La vita è bella

[Qualche settimana fa ho chiesto a due amici, Monia e Michele, entrambi che fotografono in modo interessante e originale, scrivono con uno stile che mi piace e intriga, e raccontano pezzi della loro vita in modo onesto e diretto, ho chiesto loro – dicevo – di pubblicare un loro post basato su una canzone: mi pare ne sia uscita una bella triplice 3-M esperienza, un brodo-wordpress che riflette le nostre vite, le nostre poetiche e le foto che spesso scattiamo solo con gli occhi …]

La radio trasmette scariche elettrostatiche, intervallate da brevissimi brani di canzoni inascoltabili, e da proclami di pura ortodossia lanciati da Radio Maria, unica stazione sulla quale questo cazzo di apparecchio a galena si continui a risintonizzare.

Nei pochi secondi in cui la musica emerge quasi indecisa e perturbata, il rumore di motore, telaio e meccanismi assortiti del vecchio Defender 2003 TD5, ne copre…

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Skyway 3469

Skyway 3469

Finally.

“Stairway to Heaven Live” – Led Zeppelin

Night-time #2

Di notte cerchi l’equilibrio che manca di giorno.
A volte lo trovi.

“Everyday” – A$AP Rocky ft. Rod Stewart, Miguel, Mark Ronson

Flashback (Da Taranto a Terni, 9 Ottobre 2014)

Flashback (Da Taranto a Terni, 9 Ottobre 2014)

Poche cose mi toccano quanto la questione dell’acciaio. Ci ho messo un po’ a digerire il tuo ultimo post e avevo iniziato a commentare sotto, ma le righe s’allungavano e allora è finito qui, anche se non son certo capace di scrivere nello stesso modo.

Un post che è un flashback. Taranto e Terni, due città intrise di questa lega ferro-carbonio fino alle ossa. Di tutta la popolazione, perché non c’è nessuno che non abbia un padre, un figlio o un fratello nello stabilimento o in una delle controllate.

Quando nel ’94 il governo Prodi ha privatizzato le Acciaierie io ero già dentro, mio padre prima di me per trentacinque anni. C’ero quando l’accordo garantito da Schröder e Berlusconi finì nel cesso e l’intero reparto del magnetico fu chiuso.
C’ero quando il getto d’olio bollente uccise sette colleghi a Torino, nello stabilimento già destinato alla chiusura. Del processo che seguì, parliamone.
C’ero quando la fabbrica è stata acquistata dai finlandesi, obbligati poi un attimo dopo a rivenderla dalla commissione antitrust europea.
Ci sono stata ogni volta che un accordo siglato per il mantenimento delle quote produttive è stato disatteso e trasformato in una riduzione del 50%. Con la logica riduzione del personale.

Nella foto qui sotto c’è il riflesso della torre del BA, l’impianto di finitura che produce quei meravigliosi rotoli a specchio universalmente conosciuti sotto forma di cestelli di lavatrici o posate Alessi. L’ho scattata nel piazzale interno, quello che di solito accoglie TIR e treni, quello in cui ci si ritrovava per gli scioperi e le brutte notizie. Era il 9 ottobre del 2014, il giorno in cui ho capito che il mio lavoro era andato a puttane, che la mia vita 1.0 si stava frantumando come l’asfalto che calpestavo.

Poco dopo mi sarei ritrovata a Roma a prender manganellate dalla polizia, a bloccare stazioni ferroviarie e caselli autostradali a piedi, poi ancora a Bruxelles per cercare di difendere l’indifendibile, era tutto già deciso. Nessuno ha ascoltato le nostre ragioni, o forse si, ma nel bilancio dell’economia europea e mondiale sono altre le forze che contano. Tre mesi di sciopero, quattrocento dimissioni “volontarie“. A costo zero le mie, che ho provato a resistere fino all’ultimo.

Leggo e continuo a trovare similitudini. Ci vuole un Nobel in economia per intuire che se vendi una fabbrica a un competitor straniero, al primo problema chi ci rimette è la tua terra? Che il sindacato tedesco è unitario e più forte, e un operaio di Bochum vale il sacrificio di 600 nostri? Che gli accordi scritti valgono quanto la carta straccia? Che le ragioni della concorrenza non hanno niente di umano ed è più conveniente sfruttare indiani senza protezione che investire sul risanamento ambientale di un sito italiano? Che ai più giovani non gli puoi offrire una casa e un futuro a rate di contratti interinali? E il particolare che l’AD di Arcelor Mittal Italia di oggi sia lo stesso delle dimissioni volontarie di cui sopra non è trascurabile.

Abbiamo una galleria che qualcuno ha pensato di far passare esattamente sotto la discarica dell’acciaieria, e ora che le infiltrazioni fanno scendere acque contaminate sulle auto in transito, il problema è discutere sulla percentuale di pericolosità del cromo esavalente e sui danni economici della chiusura per lavori, invece che affrettarsi a rifare l’impermeabilizzazione.

L’incidenza dei tumori è ugualmente ben oltre la media, e colpisce sempre più presto. Mi ha toccata personalmente e profondamente. Mio padre non ha avuto il tempo di vedere la mia vita 2.0, per il suo tumore al fegato sono bastati sei mesi. La mia migliore amica è uscita bene da uno all’utero, ma grazie alle cure ricevute in un’altra regione. Terni non è famosa per la qualità della medicina pubblica e neanche per la rapidità dei servizi: devi avere qualche soldo da parte per poterti permettere cure private o in un’altra regione, altrimenti hai un problema. A volte non risolvibile.

Leggo e penso che il passato non ha insegnato niente. Una serie di flashback tutti uguali a se stessi. Chiunque ci sia in alto, qualunque sia la fabbrica, gli errori son sempre gli stessi. Come le vittime.

La mia fuga non è stata una resa, me ne sono andata con le armi in pugno per non lasciar vincere loro contro di me. Fuga per la vittoria ma anche fuga per la sopravvivenza. Qualcun altro si è adattato, io non ci sono riuscita. Non so quanto ci sia di onorevole in questo, però so che l’acciaio si tempra e ti tempra. E’ questo che contraddistingue chi d’acciaio ci vive.

“Una guerra fredda” – Le Luci della Centrale Elettrica

Ghost in the Shell

“Ci aggrappiamo ai ricordi come se ci definissero… ma non è così. È quello che facciamo a definirci.”

 

“Be yourself” – Audioslave”

I go to sleep

“I Go To Sleep” – Chrissie Hynde Live on KCRW