Neve di città

Il post doveva essere un altro, sempre di neve si trattava ma era bianca e azzurra e grigia, era soffice e compatta e ghiacciata, era neve da -19 ai 2400 del Grostè alle 9 del mattino.
E poi succede che rientrando oggi a Milano mi ritrovo il Naviglio imbiancato.

“Bridge over Troubled Water (from The Concert in Central Park)” – Simon & Garfunkel

After Diversamente Intelligente

Alle liste, agli elenchi da leggere e da scrivere non so resistere. Da piccola aprivo a caso lo striminzito elenco telefonico della mia città alla ricerca di nomi strani, invidiosa de tomi divisi per lettere degli amici romani che Treccani, scansati. Al cimitero sbirciavo le scritte sulle lapidi delle guerre per cercare i più vecchi di nascita, lo stesso macabro vizio l’ho ritrovato nel professore di italiano delle superiori che il lunedì ci aggiornava sulle new entry. La lista della spesa la scrivo su carta e la spunto al super con strappetti orizzontali sul margine sinistro.

Ma mi piacciono soprattutto quegli elenchi con cui fare outing senza ritegno sulla qualunque, dall’amore secretato per il ripetente del terzo banco all’orario preferito per chiudersi in pace al cesso. Dunque quando ho letto il post di Diamanta ci ho provato a resistere, davvero. Un giorno. Due. Poi ho scritto la mia versione.

A come Acqua. Tuffarmi, immergermi, scivolarci sopra. Guardarla con qualcuno accanto che capisce senza far domande. Se non capisce, sostituirlo con una Ichnusa Cruda molto fredda, le vendono qualche metro indietro.

B come Baci. Non c’è niente di più intimo, neanche il sesso.

C come Cucinare. Perché mi rilassa, perché sono curiosa, perché gli A.Y.C.E. possono chiudere anche tutti, per prendermi cura di me e delle persone per cui lo faccio, perché mangiare e nutrirsi son due concetti diversi, e io mangio.

D come la Donna che sono diventata. Il carattere non è cambiato ma è addolcito e un po’ smussato, e per la prima volta mi piaccio tutta, dentro e fuori. Con i miei gusti, le mie convinzioni, gli spigoli, le rughe intorno agli occhi, la pelle non più liscia e perfetta.

E come Estate. Il caldo afoso, le spiagge isolate, la vela, le nuotate in mare, i vestiti leggeri, i sandali col tacco, lo smalto colorato, il bicchiere del cocktail poggiato in fronte, le gocce di sudore che scivolano lungo la schiena.

F come Fotografia. Ça va sans dire.

G come Guardare. Le persone che mi interessano e quelle che amo, le guardo, ne osservo i dettagli, i movimenti, il modo in cui occupano lo spazio. Ci parlo guardandole negli occhi, dentro gli occhi. Per qualcuno è imbarazzante.

H come Home che non è come House. Home è il posto in cui tornare e da cui non sento il bisogno di uscire pochi minuti dopo. Quello che nel tempo assume le mie forme, acquista il mio odore, che parla di me senza dire una parola.

I come Inverno, ne ho bisogno tanto quanto dell’estate. L’aria fredda sulle guance arrossate, le prime brine, neve, ghiaccio, nebbia, i maglioni di lana, i ramponi che hanno sostituito gli sci, il punch al rum, il camino acceso, nascondere la testa sotto il piumone. D’estate spendo la sua ricarica, fanculo le stagioni inutili.

L come Libri da sfogliare, allineare, riaprire, guardare. Questione di sensi. I libri di carta sono vivi, nascono con l’odore di inchiostro e carta tiepida e invecchiano con me. Una volta ci tenevo che fossero nuovi e perfetti, ora la prima scelta è tra gli usati, che l’esser stati letti da altri è come un valore in più.

è tanta roba, del Mare e della Montagna ho già detto, son come due facce dello stesso posto da trattare con lo stesso rispetto. E poi Milano, la Musica, le M, Me.

N come Notte. From Dusk till Dawn, le mie ore sono quelle. Il buio, le mezze luci, i riflessi, i dettagli, i visi seminascosti dalle ombre, i colori prosciugati e riversati in uno scatto. Le parole scorrono libere e allegre, i bicchieri si svuotano più velocemente, le mani si trovano, i corpi si accolgono. Al mattino sono uno zombie, uno zombie felice.

O come Olfatto. Dei cinque sensi è quello che mi regala le sensazioni più immediate e involontarie. Tempie-schiena-stomaco-ventre in un nanosecondo.

P come Pane, Pasta, Parmigiana, Patate, Pizza, Pink Floyd, Pearl Jam, Police, Pratt, Pazienza, Puerto Escondido.  Qualcuno ha detto che le cose belle della vita o sono immorali, o sono illegali, oppure fanno ingrassare. E spesso iniziano per P, aggiungo io.

Q come Quadratura. Quella che cerco nelle cose e nelle persone, quella che è matematicamente impossibile da ottenere.

S come Sogni. “Sognate. Se non sapete sognare, siete morti.” (Jim Valvano, allenatore della North Carolina State University)

T come i Trip per le robe più improbabili, dai fuochi fatui durati un inverno come decoupage, craquelé, punto croce, modellismo navale, piante carnivore e lingue esotiche, a quelli che si ripropongono ciclicamente come la musica islandese o la maglia ai ferri. Fattor comune è il dotarmi ogni volta di materiale di livello semiprofessionale e/o libri e manuali da studiare neanche fosse la professione del futuro.

V come Victoria’s. Ognuno ha le sue debolezze, i suoi segreti.

Z come Zaino. I viaggi dei miei sogni, quelli fatti e quelli ancora nella wishlist, son tutti con lo zaino sulle spalle riempito del minimo indispensabile, almeno alla partenza. Il contenuto al rientro è sempre ampiamente discutibile e molto meno essenziale.

Lui è Heiðar Logi Elíasson, ed è il primo surfista islandese, l’integrale del trailer l’ho visto all’Ocean Film Festival. Splendido.

Right here, right now #2

“Amanda Lear” – Baustelle

Vipero – L’auti

Una volta non succedeva così spesso. Sarà che ho passato i cinquanta?
E’ come una folata, sento proprio lo swoush e paffete! ripiombo al secolo scorso.

A ‘sto giro la colpa è della navetta che mi porta in pausa pranzo.
Agli orari della pappa gli avventori abituali si sono trasformati da viaggiatori spaesati a orde di studentelli imberbi che sfruttano il passaggio fino alla fermata del treno.
Zaini, caciara e…

…Swousssshhh…

“Còri disgraziato, senno’ lo perdi!…”
“A ma’, già nun me va de pijallo, ce devo pure còre?”

Immancabilmente, ogni mattina, mia madre dalla finestra e io di rimando, mentre dinoccolavo verso la fermata.

Tre auti per andare a scuola, tre per tornare.
In mezzo a ‘sti tre, il 97.

Avevo una visione romantica dell’Atac, da piccolo.
Gli auti verdi, il bigliettaio sullo strapuntino, i biglietti in mazzetti piccoli e sottili, di colori diversi, da 50lire.
Li strappavano col pollice, dopo averlo generosamente leccato. Il biglietto rimaneva lì, incollato alle impronte digitali del bigliettaio, pronto per essere afferrato.
Lui leccava, quindi faceva pollice verso ed il biglietto magicamente appariva sul ditone.
Il tutto senza smettere la cantilena: “avanti c’è posto…”.

Mi piazzavo sempre vicino all’autista, affascinato dal cambio a quattro marce con la leva orizzontale; dallo sterzo enorme, che a girarlo tutto si dovevano alzare in piedi; ma soprattutto da loro: le tre leve di ottone, reso lucidissimo dall’uso, del comando apriporte.
Seguivo i tubi dell’aria compressa fino al pavimento, immaginavo i flussi che governavano i soffietti. Sognavo di diventare comandante delle vie di accesso.
Pffff! Pffff! Pffff! Quanto potere in un semplice gesto.

Il romanticismo finì quando iniziai, per andare alle superiori, le corse col 97.
Dalla Stazione Trastevere fino a quasi il gruviera, all’Eur.
Stazione Trastevere era solo la seconda o terza fermata dal capolinea, eppure arrivava lì già pieno. Paolo Villaggio la scena dell’autobus in corsa nel film di Fantozzi deve averla immaginata proprio sul 97.
Mi son sempre domandato cosa mettessero a fare le fermate successive, lungo Viale Marconi. Non ricordo di nessuno che sia effettivamente riuscito a salire dopo piazzale della Radio. Già chi doveva scendere, poveraccio, era costretto a compiere un’impresa. Come rinascere, ogni volta. Uscire a spintoni dall’utero formato dal prossimo, solo che anziché avere un’ostetrica ad incitare “spingi! spingi!”, c’era una moltitudine che urlava “capo aspetta! capo apri! fermo capo che devono da scenne!”. Immancabile il pianto di gioia appena si toccava terra, cercando di ricomporsi dopo essere stati smembrati dalla calca.

Una volta una signora, piuttosto anziana, arrivò in pizzo alla porta. Ce l’aveva quasi fatta senonché il “capo” (l’autista) chiuse il soffietto, imprigionando la poverina nel mezzo dei battenti. “Apri! Apri! Capo apri dietro!”. Le urla furono immediate.
Ora, normalmente, la disavventura si sarebbe conclusa così, con la signora libera di scendere.
Quel giorno, invece, qualcuno era in vena di scherzi e cominciò una selva di “Chiudi! Riapri!” “No chiudi! Aoh apri!”. L’autista, con gli specchi interni oscurati dalla popolazione, obbediva come un automa ad ogni ordine.
Senza pietà, la vecchietta subì tre o quattro sportellate. Alla fine fu trascinata dentro e l’auto ripartì. Senza fiato, ebbe giusto la forza di mormorare: “delinquenti, ad una donna della mia età… ma dove siamo arrivati…”.
Al che si sentì, laconica e flemmatica, una voce proferire: “all’eure signo’…”.

La risata generale sgorgò senza ritegno, e nemmeno vergogna.
(N.d.A: Per chi non è romano: gli autobus non si chiamano così. Si dice auto. E se ne prendi più di uno: auti.
“Vado co’ l’auto” o “prendo l’auti”, quindi, equivale a dire “vado coi mezzi” (pubblici).
Usare l’automobile invece è “andare co’ a macchina” (ma la doppia cì è più simile ad una singola cì addolcita e successiva ad una “a” bella aperta)).

“Salirò” – “Daniele Silvestri

“Che figata chiamare con Skype”

Stai eliminando il telefono da tremila scrivanie ma eccitarsi così per il VoIP è perverso quanto guardare l’Ikea nuda dal buco della serratura.

È perverso andare al cinema Beltrade a vedere Incontri ravvicinati del terzo tipo  in lingua originale per il quarantesimo anniversario dalla prima uscita. E scoprire che non vendono popcorn.

È perverso che Martín Castrogiovanni faccia la pubblicità dei materassi.
Ma è perverso anche che io sappia chi è Martín Castrogiovanni. Con la í.

È perverso che il lunedì boulder, martedì e giovedi canottaggio, mercoledì e venerdì corsa per sbronzarsi al weekend di pomodori secchi sott’olio, caprini al caffè e gin tonic.

È perverso cercare di muovere braccia e gambe e schiena e remi a tempo tra loro e con le braccia, gambe e schiene e remi di altre tre persone avendo la coordinazione di un orso che balla il tango. Ma lo era anche iniziare ad arrampicare soffrendo di vertigini.

È perverso ascoltare i discorsi da future stronzetroietteconlapuzzasottoilnaso delle dodicenni del corso di nuoto ed aver voglia di prenderle quasi tutte a sberle.

È perverso sbirciare il corpo delle altre donne sotto la doccia per constatare che mi conservo sopra la media.

È perverso circondarsi di cose come surrogati di persone e usare il cuore per misurarne i battiti con la fascia cardio.

È perverso percepire l’odore di toscano in strada e fermarsi ad annusarlo. Più che sniffare l’odore d’erba che arriva dall’appartamento al piano terra.

È perverso inchiodarsi a guardare gli allenamenti di kendo senza considerare che non mi basterebbero le sere.

È perverso trovarsi a pensare a un leone vicino ad una carpa koi.

È perverso che hai conservato le mie fotografie. Che io non ricordi che la tua maglietta di Aplocalypse Now l’avevamo comprata insieme a Londra. Che mi hai sognata e hai dovuto dirmelo. E che ti risponda Poi valle a spiegare perché è forse la cosa più normale. Ed è perverso non sentire per questo un sano senso di rivincita.

È perverso aver voglia di comprare il mazzo di milanesi che staziona da mesi vicino alle piacentine nella vetrina del tabaccaio.

È perverso che io abbia scoperto il colore rosa, che i miei capelli debbano diventare sempre più rossi e che il bianco di questa casa mi sia sempre più intollerabile.

È perverso innamorarsi di un paio di scarpe da trail running sporche e impolverate.

È perverso non aver ancora imparato a fare la spesa per uno.

È perverso scattare close-up degli occhi, dei piedi e delle cicatrici al ginocchio sinistro.

E’ perverso che io compri libri a tema basket.

”Hanno bisogno di un allenatore che insegni loro la disciplina, che li aiuti a vincere e che li faccia divertire. Prima o poi, nella vita, tutti hanno bisogno di un allenatore”

Vinca il peggiore.

“One Of My Turns” – Pink Floyd

Enjoy the silence #3

non odi tutto questo?
odio cosa?
i silenzi che mettono a disagio… perche’ sentiamo la necessita di chiacchierare di puttanate per sentirci più a nostro agio?
non lo so… e’ un’ottima domanda
e’ solo allora che sai d’aver trovato qualcuno davvero speciale… quando puoi chiudere quella cazzo di bocca per un momento, e condividere il silenzio in santa pace

“Enjoy the Silence” – Lacuna Coil

 

Rust Never Sleeps

“Hey Hey, My My (Into the Black)” – Neil Young & Crazy Horse

Se c’è un motivo

“Dentro i miei vuoti” – Subsonica

Dentro I miei vuoti puoi nasconderti
Le tue paure addormentale con me
Se c’è un motivo

Jump!

(Jump non è certo il pezzo migliore dei Van Halen, lo so. È che quando sei coi piedi lì, anche se non vedi tutto quel che c’è sotto non c’è nient’altro da fare)

“Jump” – Van Halen

Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town

“Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town” – Pearl Jam

I seem to recognize your face
Haunting, familiar yet, I can’t seem to place it
Cannot find the candle of thought to light your name
Lifetimes are catching up with me

All these changes taking place
I wish I’d seen the place
But no one’s ever taken me

Hearts and thoughts they fade, fade away
Hearts and thoughts they fade, fade away

I swear, I recognize your breath
Memories like fingerprints are slowly raising
Me, you wouldn’t recall for I’m not my former
It’s hard when you’re stuck upon the shelf

I changed by not changing at all
Small town predicts my fate
Perhaps that’s what no one wants to see
I just want to scream hello

Well, my God it’s been too long
Never dreamed You’d return
But now here You are and here I am

Hearts and thoughts they fade away

Hearts and thoughts they fade, fade away
Hearts and thoughts they fade, fade away
Hearts and thoughts they fade away
Hearts and thoughts they fade, fade away
Fade away, fade away