Milano al 2 di Agosto

“Apriti cielo
E manda un po’ di sole
Su chi non c’ha nulla
Su chi non ha ragione
Apriti cielo
E manda un po’ di sole
Su chi cammina solo
Fra milioni di persone”

“Apriti Cielo” – Mannarino

Apriti cielo
E manda un po’ di sole
A tutte le persone
Che vivono da sole
Apriti cielo
E fa luce per davvero
Su quando sono stato
Quello che non ero

Trovammo questa vita fra le stelle
Poi lasciammo le caverne
Arrivammo alle transenne
Lasciateme passa’ che non ho tempo
Ho già dormito tanto
Adesso ho un grande appuntamento
Il vento che passa
Il cielo che vola
E una vita sola
E una vita sola

Apriti cielo
Sulla frontiera
Sulla rotta nera
Una vita intera
Apriti cielo
Per chi non ha bandiera
Per chi non ha preghiera
Per chi cammina dondolando nella sera

Apriti mare
E lasciali passare
Non hanno fatto niente
Niente di
C’è un cartello appeso in mezzo al cielo
Se vuoi vivere alla grande
Devi stare con l’impero
Ma una ragazza un giorno m’ha spiegato
Che il mare ha tante onde
E non finisce all’orizzonte
Allora andiamo
“Signore hanno scoperto con la lente
Che dietro al cielo non c’è niente
Ci sta solo un telo nero
Se lo scoprirà la gente
Apriti cielo”
Il cielo che vola
E una vita sola
E una vita sola

Apriti cielo
Sulla frontiera
Sulla rotta nera
Una vita intera
Apriti cielo
Per chi non ha bandiera
Per chi non ha preghiera
Per chi cammina dondolando nella sera
Vento di guerra
È un uragano
Amore mio non ho la forza, camminiamo
Non aver paura
E damme la mano
La notte è scura
Ma io e te ci ripariamo

Apriti cielo
Sulla frontiera
Sulla rotta nera
Apriti cielo
Per chi non ha bandiera
Per chi non ha preghiera
Per chi cammina dondolando nella sera
Apriti cielo
E manda un po’ di sole
Su chi non c’ha nulla
Su chi non ha ragione
Apriti cielo
E manda un po’ di sole
Su chi cammina solo
Fra milioni di persone

Quarantotto pezzi di me, a 100mm f/2,8

Quarantotto pezzi di me, a 100mm f/2,8

Play. And don’t be shy.

Quattro Guinness, due club sandwich, una semifinale e uno ski-lift

Da un po’ di tempo dovevo rivedere il mio amico velistainteristadisinistra, ma anche se ora siamo nella stessa città incrociarsi è difficile come quando era a far viaggiare gas e petrolio sotto la sabbia a quattromila chilometri da qui. Vacanze sue, mie, una serata disdetta un’ora prima, impegni quotidiani già programmati e uscite organizzate all’ultimo momento. Lui è milanese vero e io mi sto adeguando ai costumi degli indigeni.

“E allora facciamo mercoledì, ci vediamo la semifinale mentre facciamo due chiacchiere?”
“Yep”

Appuntamento senza orario al solito locale in una delle vie laterali, mi squilla al parcheggio e in cinque minuti sono lì. Lui lo frequenta da sempre, io mi ci sto affezionando. Quando riesci a dire “il solito posto” in una città che non è la tua è un conquista.

Fa un caldo bestia, ho i capelli umidi, gli sgabelli son sempre troppo alti per arrampicarmici compostamente e il prendisole a portafoglio si apre ogni tre per due, ma gli occhi son tutti puntati alla tivvù e me la cavo dignitosamente a conquistare il mio posto.
Ci piace stare al bancone e intervallare le chiacchiere con gli interventi del barista che appoggia i gomiti davanti a noi tra un cocktail e l’altro, ma con la semifinale il locale è pieno, si fatica anche solo a sentirsi e lui arranca per star dietro agli ordini di chi guarda la partita e del compleanno ai tavoli esterni, dunque via con la prima Guinness.

Bicchiere inclinato a 45° e raddrizzato man mano che si riempie, due minuti scarsi di riposo, la seconda spillatura a riempire fino all’orlo. Da manuale.
Il primo sorso è nettare in gola, la Guinness non è birra, è Guinness.

Tre inglesi esultano al 5′, incuranti di tutto il resto del locale che gli tifa contro. Ok, la mia prima scelta era l’Islanda ma a seguire Croazia a oltranza.
Ordiniamo due club sandwich con la tartare invece del solito hamburger, parliamo tra un’azione e l’altra con gli occhi che si spostano veloci dal viso alla tivù, io gli racconto della vacanza appena finita, lui della proposta appena ricevuta di lavorare per sei mesi nel sud-est asiatico.

“Mah, ci sto pensando, devo dar risposta entro pochi giorni”
“Ma scusa, ti pagano per svernare in un posto meraviglioso, che aspetti a dire di si?”

Primo tempo, secondo tempo, al gol della Croazia esultiamo tutti, c’è un pezzo nerazzurro lì.
Un’altra Guinness per accompagnare i supplementari.
Mi guardo intorno, osservo visi, gesti, espressioni, è un riflesso condizionato. Alcuni palesemente si conoscono, arrivati insieme o frequentatori abituali, altri no, ma sono tutti uniti dal medesimo comune aggregatore. Lorenzo se ne accorge, forse indovina i miei pensieri.

“Sei l’unica donna qui dentro”, mi dice. Sorrido, è una frase che sento spesso.
“A volte vi invidio, le donne non son capaci di divertirsi insieme”.

Lo penso davvero. Le donne si incontrano per fare shopping, aperitivo, lamentarsi degli uomini che hanno e di quelli che non riescono ad avere, (s)parlare delle assenti, al massimo programmare vacanze, ma mai, mai col chiaro ed unico obiettivo di passare una serata spensierata, far puttanate prima o dopo il terzo bicchiere non analcolico, divertirsi e basta.
Gli racconto del weekend scorso, un rientro a casa non programmato. Poco prima di mezzanotte mi chiama il pragmatico indeciso della barca, mi passa a prenderei da mia madre che a casa mia non ci sono ancora arrivata poi ci raggiunge anche l’uomo libero.
In barca eravamo tre persone qualsiasi in costume da bagno h24 con la stessa passione per il mare, a terra due stimati professionisti col frescolana e la camicia bianca e un’informatica col vestitino e il tacco dieci da ufficio. Centocinquantaquattro anni in tre. Alle due di notte siamo al parco a fare l’altalena su uno ski-lift montato tra due pali.
Le donne da sole queste cose non le fanno.

4′ del secondo supplementare, ancora Croazia. Inghilterra in dieci, il lungo recupero, i Vatreni in finale. I traguardi degli outsider mi fanno sempre un certo effetto. Mi torna in mente il discorso del coach Tony D’Amato in Any Given Sunday, chissà cosa gli dirà l’allenatore domenica pomeriggio.
Usciamo dal locale, ci salutiamo senza darci un altro appuntamento.
È bello tornare a casa a piedi.

“Blitzkrieg Bop” – Ramones

“Milano è grigia”

“Somewhere I Belong” – Linkin Park

Y Knot

Y Knot

Un pragmatico indeciso
Una sognatrice
Un uomo libero
Un ingegnere col senso dello humour
Una assaggiatrice della vita
Un uomo che il suo sogno lo ha realizzato
Me
Lo spazio che si divide
Il tempo che si moltiplica

Persone indimenticabili, giorni indimenticabili

Quando ripartiamo?

“Watermelon In Easter Hay” – Frank Zappa

Ho visto i Foo Fighters

Ho visto i Foo Fighters e ho fatto chilometri per arrivare, la fila per entrare, li ho aspettati seduta scomoda su un prato ancora bagnato e fangoso e poi in piedi sotto il sole, e quando sei a due passi dal cambiare decina ti senti My Hero già solo per questo.

Ho visto i Foo Fighters e ho saltato, sudato, cantato e applaudito e alzato le braccia.

Ho visto i Foo Fighters e li ho sentiti nelle orecchie e dietro lo sterno.

Ho visto i Foo Fighters con Dave Grohl alla batteria mentre Hawkins cantava Under Pressure insieme a tutti quelli della mia età.

Ho visto i Foo Fighters con la M honoris causa, e ci siamo perse nel casino del Pit ma poi anche ritrovate e non sarebbe stato lo stesso senza.

Ho visto i Foo Fighters tra ragazzi di vent’anni e genitori cinquantenni che hanno portato figli adolescenti.

Ho visto i Foo Fighters e non lo so spiegare a chi non lo sa già che vuol dire esser lì per un gruppo che aspettavi da tanto.

Ho visto i Foo Fighters e non so spiegare neanche che si prova ad esser in mezzo a tanta gente a godersi tutti i pezzi vecchi e nuovi e pensare di alzare il telefono per uno scatto solo su qualche fuori programma.

Ho visto i Foo Fighters ed hanno chiuso con Everlong dopo due ore e mezzo di rock come si deve.

Ho visto i Foo Fighters ed è stato uno di quei concerti di cui poter dire io c’ero con tutto l’orgoglio possibile.

“Imagine + Jump!”

Mo Cuishle

“Tutto nella boxe funziona al contrario. A volte, per tirare un colpo vincente, bisogna arretrare. Ma se arretri troppo, non combatti più. Alcuni direbbero che la qualità più importante per un pugile è avere cuore. Frankie invece direbbe che un pugile che ha solo cuore, stai tranquillo che le prende di sicuro e di brutto. Credo di aver conosciuto un solo pugile che era tutto cuore.”

“Love, Reign o’er Me” – The Who

Altered Carbon

“La tecnologia avanza ma non gli umani, siamo scimmie pensanti e vogliamo sempre le stesse cose:
Cibo
Un rifugio
Sesso
E, in tutte le sue forme, evasione”

“Sempre bello bere un bicchiere assieme” (post a quattro mani)

Il bip del messaggio arriva una manciata di minuti dopo esserci salutati, mentre sto sudando per collegare il bluetooth del mio telefono alla BMW in car sharing affittata per il weekend. Stavo pensando esattamente lo stesso, ma non l’ho detto:  sto per scavallare i cinquanta ma quel fondo di timidezza che non mi fa dire certe cose per prima, pur se del tutto innocenti, ogni tanto torna a galla.

Ci siamo incontrati su WP qualche anno fa, io di base a Terni con la Canon, lui nel paese dei castelli di sabbia con una invidiabile collezione di Leica: filosofie diverse, comune passione per la street photography.  Da che vivo a Milano, ogni tanto ci si vede,  in tavolate da un decina di coperti o per un saluto veloce davanti a un bicchiere di rosso o di Spritz. Campari Spritz.

Appuntamento come sempre alla Cooperativa La Liberazione, un covo di nostalgici di una sinistra che non esiste più. Lo vedo da lontano, seduto ai tavoli di legno sotto la veranda, impossibile confonderlo con qualcun altro. Mi siedo e ordina anche per me e per il suo amico che sta arrivando. Ancora tre M, la lettera più ricorrente tra le mie amicizie e conoscenze.

Parliamo un po’ di lavoro che siamo pur sempre a Milano, del Summarit su cui gli è scappato il dito qualche giorno fa, dei miei programmi per l’arrampicata del sabato e dei loro per un futuro un po’ meno prossimo, dei figli da poco laureati che stanno muovendo i primi passi da soli. Gli vedo brillare gli occhi quando ne parlano, l’orgoglio per le donne e gli uomini che hanno cresciuto è palpabile.

Ascolto, chiedo, racconto un po’ anche io. Non è scontata come sequenza, succede solo con persone con cui ho qualcosa in comune. Ci salutiamo dopo un’ora e mezza, ci si rivedrà ad uno dei prossimi passaggi da queste parti.

E si, è sempre bello bere un bicchiere assieme.

. . .

“L’ho vista cambiare: dalla sospettosa diffidenza, al calore di un sorriso. L’ho vista cambiare negli anni e nei mesi.

Dal “ciao” distaccato, quasi sospettoso, alla risata aperta. Cazzate che mescolano sogni con pezzi di reale quotidiano.

Scrivere, fotografare, viaggiare, andare in bici e in barca, la montagna: abbiamo aperto i nostri mondi senza bisogno di averne una ragione o un fine, senza la necessità di un motivo, ma con la naturalezza di chi scopre similitudini e diversità, senza alcun fine se non la bellezza del momento. L’ho vista ascoltare attenta, e poi parlare di se stessa, la cosa più difficile possa fare chi ha un cervello e un’anima (e non necessariamente con quest’ordine di importanza).

La mia ricorsività nel frequentare sempre Democratic Republic of Spritz (aka La Liberazione) è maniacale: il sorriso ironico col quale non tenta manco più di propormi alternative è dolcezza e comprensione. Una emigrante capisce un altro emigrante. Adattarsi a un veloce bicchiere con me, di corsa, come alla cena con una banda male assortita di scappati di casa, è un suo dono.

È sempre bello bere un bicchiere assieme” le ho scritto. Il modo semplice di riconoscere la sintonia di oltre un’ora di vita, ambientata in un universo parallelo, fatto di relazioni belle, sincere, disinteressate, pulite.”

“Smells Like Teen Spirit” – Nirvana

(Fotografia sua, soundtrack mia)