Film Muto

Film Muto

“…e il finale è una sorpresa che non voglio sapere…”

Film Muto” – Nobraino

Uno strappo sulle ali, uno sguardo verso il sole,
un bel bacio, un nodo in gola, bei sorrisi così
una lotta a gonfie vele,
tu m’hai rotto le parole
e non ti capisco al volo se non voli con me

A ‘sto cuore muscoloso piace fare l’indifeso,
ma ti spaccherebbe il muso e il silenzio sa che
sostenerti è la mia impresa, giorni neri,
giorni rosa e il finale è una sorpresa che non voglio sapere

E continuan le nuvole a giocare col vento
disegnando di bianco il fondo piatto del cielo
e continuan le nuvole a giocare col vento
disegnando di bianco il fondo piatto del cielo

Dei giorni che ho vissuto e lo sporco sul vestito
e la faccia del bandito quando chiedi perché
puoi ferirmi con un dito, mille lacrime al minuto,
ma la trama del film muto mi continua a piacere

E continuan le nuvole a giocare col vento
disegnando di bianco il fondo piatto del cielo
e continuan le nuvole a giocare col vento
disegnando di bianco il fondo piatto del cielo

Agosto 1976

Ho compiuto da poco sei anni e ancora non posso saperlo, ma questa è l’ultima estate davvero spensierata che passerò. Manca un mese al primo giorno di scuola, e avrò la stessa maestra di mia sorella, la Signora Lomoro. Mia madre mi ha già comprato il grembiulino bianco con la scritta École ricamata davanti, le Bic che mordo sempre il tappo e la plastica trasparente fino a farla diventare bianca, i quaderni a quadretti grandi, il sussidiario e il libro di lettura. È già tutto pronto nella cartella verde che è nella sala da pranzo.

Siamo a Marina di Pietrasanta, ai bagni Le Gazzelle, e mi annoio. Scendendo in spiaggia mio padre mi ha detto che nelle tende della prima fila c’è un giocatore di calcio famoso, si chiama Giancarlo Antognoni. È una spiaggia seria, di quelle che non si può fare niente. Non posso fare le buche nella sabbia, non posso correre, devo parlare a bassa voce per non disturbare i vicini di ombrellone che tanto vicini non sono quindi come fanno a sentirmi? Non è un posto per  bambini. Le uniche cose che ci sono permesse a me e mia sorella è costruire i castelli di sabbia sul bagnasciuga e giocare con le biglie. Per fare la pista mia sorella mi tira per i piedi e io scavo il percorso con il sedere, aggiustiamo un po’ le curve poi ci giochiamo. Dentro alle biglie ci sono le facce dei ciclisti ma io non ne conosco nessuno. Facciamo il bagno, ma bisogna aspettare tre ore dopo aver mangiato, e mia madre mi mette quella cuffia orribile che mi strappa i capelli anche se siamo al mare e non in piscina e io non esco dall’acqua finché non ho le mani lesse e lei mi chiama.
Ci sono le altalene. Sono due, vicino al bar, alte almeno tre metri, e ci possiamo andare da sole. Sono fatte con due corde grosse e una tavola di legno, e in quella più bassa ci salgo in piedi, e vado così in alto e veloce che ho lo stomaco sottosopra e sento i piedi che si staccano dal legno, e le mani mi fanno male per quanto forte stringo le corde. Quando torniamo a casa la sera ci fermiamo a bere in una fontanella lungo la strada, l’acqua è fresca e buona ma a volte c’è un rospo bruttissimo che mi fa schifo e anche un po’ paura.

Il viaggio da Terni a qui  non  finiva mai, io seduta dietro in mezzo, mia sorella a destra e litighiamo come sempre, e io non mi posso muovere che la nonna che sta a sinistra si lamenta che le do fastidio, che la consumo. Non vedevo l’ora di arrivare.

Ancora non so leggere bene ma tra qualche anno i miei divertimenti più grandi saranno i Gialli per Ragazzi della Mondadori,  posso prendere tutti quelli che voglio dalla libreria di Daniele. I miei personaggi preferiti sono Nancy Drew e gli Hardy Boys. Prima di tornare in spiaggia dopo pranzo mi siedo nella sdraio sotto la pineta e leggo tanto. C’è anche un tavolo da ping pong, ma nessuno ci gioca con me. La sera usciamo a camminare sul lungomare anche se non c’è niente qui vicino, solo case con le persone nei giardini ma ci sono le siepi alte, per vedere qualcosa bisogna arrivare fino a Viareggio e passare davanti a quell’albergo enorme che si chiama Principe di Piemonte e ci lavora il figlio di Novella, la bidella della mia scuola. Lì c’è anche la pista con le macchinine elettriche. Quando piove giochiamo a carte tutti insieme, a Ramino oppure a Scala Quaranta, che da noi la regola è che per aprire ci vuole il 40 in mano. Non l’ho mai detto a nessuno ma certi giorni spero che piove, che mi annoio a fare su e giù sul lungomare, e invece giocare a carte mi piace tanto. C’è anche zia Liliana che lavora dai padroni della casa in cui stiamo.

Quarant’anni da quell’agosto lì, e ce ne ho passati tanti altri nello stesso posto, stessa casa, stessa spiaggia. Mi è tornato tutto in mente guardando due bambini che giocavano nell’acqua bassa con l’orca e Stuart. Non mi ricordo ci fossero cose del genere allora, io avevo paletta, secchiello e un mulino rosso in cui facevo scorrere la sabbia per far girare le pale.

Ma sono sempre in tempo per recuperare e se trovo un’orca come questa me la compro e ci sguazzo in mare, anche se le mie amiche faranno finta di non conoscermi.

Walking in Venice

Andata e ritorno da Milano in mezza giornata. Per Helmut Newton alla Casa dei Tre Oci, anche se quelle fotografie le avevo già viste a Berlino.
E in attesa del vaporetto di ritorno per la stazione Santa Lucia, uno spicchio della Venezia lontana dai turisti che affollano San Marco. Ci tornerò, la prossima volta con più calma e più tempo a disposizione.

Mentre scattavo ho ascoltato tra le altre “Walking in Memphis”, che però non c’entrava niente con il posto e con il post. Guccini invece si.

“Asia” – Francesco Guccini

Quarantasei [im]perfezioni

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I jeans ruvidi, asciugati al sole
Diabolik, Batman, Zanardi
Il ricordo indelebile di un forno a gas
Jake & Elwood Blues
Gli indici che puntano uno ad est e l’altro a ovest
Benicio del Toro, Jeff Goldblum, Jean Reno
Le linee che scavano i palmi delle mani
William Klein, Francesca Woodman, Brassaï
Un sopracciglio leggermente più alto dell’altro
Le fotografie scattate di notte
Una bici con cestino custom, entrambi di ennesima mano
Bukowski, Scerbanenco, Chandler
I tacchi delle scarpe consumati all’esterno
Il letto sfatto con le lenzuola spiegazzate
I visi spiegazzati
Nina Simone, Amy Winehouse, Tina Turner
Il parquet usurato da tutti gli amici che ci hanno camminato sopra
La Nike di Samotracia
Il terzo dito del piede più lungo di tutti gli altri
La nebbia
Brian Griffin, Telespalla Bob, Grisù
Una stampella di legno caduta sul naso
Un vecchio Laguiole con l’impugnatura in quercia
Un cuore graffiato e un po’ arrugginito
Rust Cohle, Jon Snow, il Signor Spock
Il bianco che avanza
Un ginocchio rigato da uno scoglio
Frida Kahlo, van Gogh, Banksy
Un paio di Timberland ingrassate ogni inverno

Quarantasei, come gli anni di oggi
Che non li scambierei con venti di meno, perché non avrei neanche un quarto di tutto questo

Cheers! 🍻

“Why not think about times to come
And not about the things that you’ve done
If your life was bad to you
Just think what tomorrow will do

Don’t stop thinking about tomorrow
Don’t stop, it’ll soon be here
It’ll be, better than before,
Yesterday’s gone, yesterday’s gone”

Do you read me?

Una birra, il sole, l’acqua della Darsena.
Dentro un bicchiere come questo ci si può vedere qualunque cosa.

Beer & Darsena

“Do you read me” – Ghinzu

Off Topic – Due pesi, due misure

I rodimenti che m‘assalgono a fronte di determinate cose che vedo o che mi capitano di solito li scrivo di là, questo blog è fatto di fotografie, musica ed esperienze strettamente personali. Stavolta però ho deciso di fare un’eccezione e scrivere un off topic.

Bar fronte ufficio, come ogni mattina sfoglio il giornale mentre bevo il caffè. Il titolo centrale di Leggo (e di diverse altre testate di oggi) è uno di quelli che mi fanno girare parecchio le scatole, non per il contenuto in sé quanto per le disparità che immediatamente mi richiama alla mente. Lo faccio notare al mio collega, uomo, e scopro che ha fatto la mia stessa riflessione.
Nel testo dell’articolo si legge che «Sono già in corso e sono stati fatti procedimenti disciplinari per medici che sconsigliano i vaccini. Si può arrivare anche alla radiazione.»

Ora qualcuno mi spiega perché un analogo comportamento non viene seguito per i medici che si rifiutano di praticare l’aborto o di assistere donne che assumono la RU486? Per le ferriste che in sala operatoria hanno incrociato le braccia con un intervento in corso? Sembra anzi che i medici che si definiscono “obiettori di coscienza” abbiano vita più facile in Italia, al contrario di chi, lavorando nei termini di legge e garantendo i diritti delle donne, si trova ad essere oggetto di critiche, mobbing, denunce per omicidio. Volendo approfondire l’argomento ci sono tonnellate di pagine e articoli sul web.

Obiettori. Ma obiettori di cosa? Io non è che sia favorevole all’aborto a prescindere, e non lo considero un metodo di controllo delle nascite, però ci sono tanti motivi per cui una donna può decidere di volerlo fare, basti pensare a casi di violenze o malformazioni, che non sono poi così rari, e il medico non deve e non può entrare nel merito dei motivi; dietro ogni caso c’è una storia che possiamo solo vagamente immaginare. E’ vero che ci sono anche donne che affrontano la questione con leggerezza, ma esiste una legge che definisce regole e confini precisi entro cui potersi muovere, e tale legge va rispettata. Da tutti. Non esiste invece analoga legge per i vaccini, che, per quanto importanti siano, rimangono comunque facoltativi tranne i quattro somministrati alla nascita e pochi altri molto specifici, strettamente collegati alla professione svolta.

Il succo del discorso è che per alcuni medici si chiede la sospensione/radiazione per aver espresso una opinione, mentre altri rimangono al loro posto pur non avendo rispettato una legge dello stato. Il trattamento mi sembra quantomeno impari.
Fare il ginecologo non è un obbligo, se proprio hai deciso che vuoi fare il medico e hai problemi di coscienza, allora scegli un’altra branca, che so, ortopedia, otorinolaringoiatria, e certi scupoli non ti verranno mai. Ma se scegli proprio quella specializzazione lì, allora sai a cosa vai incontro, e dovrai garantire i diritti e l’assistenza di ogni donna che ti si presenterà davanti.

La medicina la considero un po’ come la religione/chiesa, nessuno ti forza a crederci e a farne parte, ma se lo fai allora devi essere coerente e rispettarne i dogmi.
E da qui deriva il grosso dei problemi di “coscienza”, perché le due strade non si incrociano sulle questioni più critiche, vedi anche la ricerca sulle cellule staminali embrionali (che hanno un potenziale immenso), o la definizione dello stato di morte ai fini del trapianto d’organi.

Ecco perché penso che un medico, per poter fare correttamente e coscientemente il suo lavoro, dovrebbe essere ateo.

Skateaway

“no fears alone at night she’s sailing through the crowd
in her ears the phones are tight and the music’s playing loud”

“Skateaway” – Dire Straits