Monday, 9 p.m.

“I’m on fire” – Bruce Springsteen

Quarantasette (You’ll Never Walk Alone)

Quella lì non è ovviamente la mia foto, se lo fosse avrei la fila alla porta. È che per sopravvivere da sole in questa giungla bisogna essere una via di mezzo tra la Lara Croft originale e la versione reboot.

Esplorare, risolvere enigmi, farsi male, rattopparsi, riprovare, avanzare un po’. Vorrei davvero potermi permettere qualcosa di diverso, di più umano e meno da incursore. Qualcosa di regalato. Un respiro nell’orecchio. Un posto sicuro dove appoggiare la testa. Ma gli appoggi prima o poi franano, e allora la testa può andare dove vuole ma i piedi, meglio tenerli così, piantati a terra.

Una insolita passione per l’arma bianca e il metallo, forgiata forse da un acciaio che è stato pane per mio padre prima ancora che per me. Passare una lama fredda e lucida sul palmo grattando la pelle, premendo quanto basta per sentire senza tagliare, magari incidere appena un po’ del primo strato di un polpastrello. Corto Maltese da bambino si accorse di non avere la linea della fortuna e se la fece da solo con un rasoio, io che volevo le impronte digitali personalizzate mi tagliuzzavo le punte e poi le stampavo con l’inchiostro sui lisci fogli da disegno Fabriano.

Tirare con l’arco è un desiderio insoddisfatto ma sono astigmatica e mi tremano le mani, finirei per ammazzare lo Yankee-doodle invece che colpire il bersaglio.
In quel modo poi mi ci vesto spesso, è l’alternativa comoda al tacco dodici e non ci sono grosse vie di mezzo. E i capelli, lo so, a una certa andrebbero accorciati, se n’è discusso persino tra Linus e Nicola. Ma non mi ci so ancora vedere col taglio della sciura, e invece coi riccioli scomposti o una coda alta per tenerli ordinati si.

C’è una parte di me che si rifiuta di crescere, forse più di una. No way.

Anche il video qui sotto non è esattamente lo stesso concerto che ho visto al Carroponte un paio di settimane fa ma loro erano sempre loro e coi Flogging Molly in apertura, e insomma, stavolta accontentatevi di ottimi surrogati.

Roba come questa quando l’ascolti la senti nello stomaco, soprattutto se è al volume giusto, in mezzo a qualche migliaio di persone e non riesci a sentire neanche la tua voce perché cantano tutti più forte di te.
Roba come questa serve per crederci.
Di roba come questa certi giorni ne ho bisogno, tipo oggi.
E prendetene a manciate anche voi, fa un gran bene.

MMHS


Weekend a Firenze Rocks, Samuel/Eddie Vedder e Prophets of Rage/System of a Down con Caronte che è fuoco incendiario come da previsioni meteo, le più azzeccate degli ultimi vent’anni. La prima sera scivola via tranquilla, la seconda si annuncia dalla nuvola rossastra che avvolge l’ippodromo già dal pomeriggio. La polvere sollevata da centomila piedi che si muovono s’appiccica alla pelle e incrosta i polmoni tra un pogo spontaneo e uno istigato dal palco, braccia e schiene sudate che inevitabilmente entrano in contatto. C’è più intimità qui tra sconosciuti che in tante camere da letto.
Ne usciamo sporche, stanche e con le schiene spezzate che insomma, i cinquanta iniziamo a intravederli e non siamo più abituate a questi tour de force.
Ma.
Ma Samuel dei Subsonica invece dei Cranberries è stata una sorpresa inaspettata, per me e anche per lui che aveva il biglietto da spettatore.
Ma Eddie Vedder attacca con Elderly Woman e passa per Wishlist, I am mine, Unthought Known e Society. Le cover di Brain Damage, Comfortably Numb e Rockin’ in the Free World. E Black per Chris Cornell, cantata all’unisono da tutti, brividi lungo la schiena nonostante i quaranta gradi intorno.
Ma i Prophets of Rage li aspettavo curiosa, che se metti insieme pezzi dei Rage Against the Machine e dei Public Enemy, qualcosa di bello ne deve uscire per forza. Che i piedi, le mani e tutto il resto del corpo si muovono da soli a partire dall’attacco di Prophets of Rage fino a Bullet in the Head e Killing in the Name. E Like a Stone degli Audioslave cantata con Serj Tankian, altro brivido.
Ma si che ne è valsa la pena di inghiottire tutta la polvere per i SOAD e B.Y.O.B., Lonely Day, Aerials e Toxicity.
Ma di foto non ce n’è praticamente nessuna a parte un paio di “souvenir”, che i concerti me li sono goduti con gli occhi e con le orecchie.
Ma ho comprato le magliette del tour.
Ma figa, erano anni che non mi divertivo così tanto.
Ma già che c’eravamo, ci siamo fatte anche i Depeche Mode a Milano ieri sera, che ci siamo cresciute insieme e mica è colpa nostra se l’hanno messi tutti così appiccicati.

Quasi cinque giorni con un’inedita combinazione di M, H ed S, e niente, l’ultima se n’è andata a mezzogiorno e già mi mancano.
E adesso, con la pioggia scrosciante là fuori, avrei bisogno solo di questo. Questo e poco altro.

“Just Breathe” – Pearl Jam

WannaCry

Il lunedì dura il doppio di uno normale grazie al ransomware del weekend. WannaCry, l’hanno chiamato così, rende l’idea di chi è stato infettato. Nessun problema ai server da noi, ma controlli a tappeto ovunque transiti anche un solo bit. Dalle sette in poi sola in ufficio, ascolto i Dropkick Murphys e medito sulla data dell’11 luglio al Carroponte. Milano è il paese dei balocchi. Poco dopo le undici sono a casa, slaccio le Nike, le sfilo coi piedi e le lascio in fondo al letto.
Il martedì s’allunga per gli strascichi del weekend e qualche altra occasionale scocciatura, ma con gli anfibi ai piedi è una passeggiata.
Oggi è solo mercoledì ma sembra già venerdì per quantità e densità di ore lavorate in tre giorni. E per l’insofferenza alle scarpe che ho messo stamattina. Ho inaugurato la stagione sandali con un paio che avrei dovuto buttare l’anno scorso, peccato che non me lo ricordavo. Sono solo otto centimetri e con la zeppa, ma mi fanno un male cane, di quel dolore che non si sente subito ma che dopo un po’ è atroce.
Alla mezza un’insana necessità di carboidrati sfocia in una Regina di bassissimo livello, l’unico difetto che posso lamentare di Milano fino ad oggi è che la pizza fa mediamente schifo. Sopra la pizza, una Skype call con colleghi inglesi, tedeschi e rumeni che è altrettanto indigesta, prestare attenzione al cambio di accento e di interpretazione della lingua comune non è agevole, la responsabile del progetto sono io e se non capisco qualcosa son cazzi miei.
E i sandali non sono d’aiuto.
Alle tre ho una voglia irrefrenabile di lanciarli fuori dalla finestra e camminare scalza per l’ufficio, alle cinque mi taglierei i piedi all’altezza delle caviglie, alle sette esco barcollante, qualche pedalata e sono finalmente a piedi nudi sul parquet di casa.
E’ come riprendere a respirare dopo essere stati costretti a un’apnea prolungata oltre le proprie possibilità.

Non sono mai stata ordinata con le scarpe, certi giorni mi ritrovo il letto circondato prima di decidermi a rimetterle a posto. Ma quelle due paia, insieme alle décolleté rosse, sono speciali, sono sempre lì. Potrei fare a meno di tutte le altre perché ridotto ai minimi termini, io sono quelle scarpe. Sono l’anfibio nero che se ne sbatte della pioggia e del freddo e anzi si diverte ancora a saltare nelle pozzanghere. Sono le Nike sporche, rovinate e coi buchi del tempo, ma che resistono e hanno finalmente raggiunto il colore giusto, che il bianco candido di appena comprate era insopportabile. Sono il rosso del tacco dodici, sfacciato, sregolato, eccessivo. 

Ho ancora voglia di carboidrati, quando lavoro tanto non riesco a sfamarmi con un’insalatina. Ho messo in forno la lasagna e nell’attesa bevo un gin tonic come si deve. Meritato.

“Fortunate Son” – Dropkick Murphys

Love is blindness

“Love is blindness” – Jack White

Love is blindness
I don’t wanna see
Won’t you wrap the night
Around me?
Oh my heart
Love is blindness

In a parked car
In a crowded street
You see your love
Made complete
Thread is ripping
The knot is slipping
Love is blindness

Love is clockworks
And cold steel
Fingers too numb to feel
Squeeze the handle
Blow out the candle
Love is blindness

Love is blindness
I don’t want to see
Won’t you wrap the night
Around me?
Oh my love
Blindness

A little death
Without mourning
No call
And no warning
Baby, a dangerous idea
That almost makes sense

Love is drowning
In a deep well
All the secrets
And no one to tell
Take the money
Honey
Blindness

Love is blindness
I don’t want to see
Won’t you wrap the night
Around me?
Oh my love
Blindness

L’oroscopo della settimana

Io non è che sia mai stata una lettrice accanita dell’oroscopo, posso credere al massimo che ci sia del vero nel segno zodiacale (e c’è da dire che i difetti del Leone io ce l’ho tutti +1), ma quello pubblicato da Rob Brezsny sull’Internazionale non è un oroscopo qualsiasi e poi mi piace che inizia di giovedì, quindi un’occhiata ogni tanto gliela do.

Quello che inizia oggi è uno dei più plausibili che mi sia capitato di leggere, pare quasi che Rob abbia puntato il satellite-spia dritto su di me. Per i pigri che non hanno voglia di cliccare sul link (e poi leggersi il proprio), questo è:

Se siete curiosi di sapere come funziona l’oroscopo di Brezsny, suggerisco di cliccare qui (e cliccate numerosi, che quello lì è uno dei blog che indiscutibilmente non puoi non conoscere)

La musica invece può essere discutibilissima, ma è d’obbligo.

“Aquarius/Let the Sunshine in” – The Fifth Dimension

Quelle come me

Quelle come me

Quelle come me ascoltano i consigli di tutti ma non ne seguono neanche uno
Quelle come me stringono gli occhi quando la vita le prende a schiaffi ma si commuovono sul finale di Logan e sul credo di Freccia
Quelle come me in bagno ci tengono Diabolik e Alan Ford
Quelle come me se il bicchiere non è mezzo pieno trovano qualcosa da metterci dentro
Quelle come me fanno il brunch coi pancake, ma godono con la parmigiana fatta in casa
Quelle come me non sanno chi è Violetta, e non gliene frega un cazzo di saperlo
Quelle come me s’affezionano all’auto e non la cambiano neanche se è prossima ai duecentocinquantamila, che a guardarla non si direbbe
Quelle come me la vorrebbero sempre pulita ma lei non ha ancora imparato ad andare da sola all’autolavaggio
Quelle come me s’affezionano anche alle persone, ma quasi sempre di nascosto
Quelle come me iniziano ad arrampicare perché soffrono di vertigini
Quelle come me si comprano il trapano per fare un singolo buco sul muro e il fattoapposta per la qualunque
Quelle come me vivono male perché non si accontentano. Di una casa qualsiasi, di un uomo qualsiasi, di amici qualsiasi e neanche di un gin qualsiasi
Quelle come me credono nei riff di Keith Richards. E nel genio di Roger Waters.
Quelle come me puntano la sveglia alle sei e mezzo per cazzeggiare a letto fino alle otto
Quelle come me sbattono la testa alle pareti in quaranta metri quadri calpestabili, ma gli basta guardarne uno d’acqua per calmarsi
Quelle come me odiano i selfie ma amano fotografarsi i piedi
Quelle come me amano i tortelli alla vigilia e i botti a capodanno, ma le barzellette non le hanno mai sapute raccontare
Quelle come me guardavano l’NFL la domenica mattina col commento di Bagatta e sanno contare i punti a freccette
Quelle come me rifanno il letto quando ne hanno voglia e sparecchiano la tavola la mattina dopo
Quelle come me ti guardano negli occhi
Quelle come me s’addormentano scomposte su un divano scomodo e troppo corto sognandone uno morbido e accogliente
Quelle come me tifano Inter, e non potrebbe essere altrimenti. Punto.

Hotel California

‘Relax’ said the night man
‘We are programmed to receive
You can check out any time you like
But you can never leave’

“The Eagles – Hotel California”

Christmas is coming

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“Happy Xmas (War is over)” – Shinedown