L’oroscopo della settimana

Io non è che sia mai stata una lettrice accanita dell’oroscopo, posso credere al massimo che ci sia del vero nel segno zodiacale (e c’è da dire che i difetti del Leone io ce l’ho tutti +1), ma quello pubblicato da Rob Brezsny sull’Internazionale non è un oroscopo qualsiasi e poi mi piace che inizia di giovedì, quindi un’occhiata ogni tanto gliela do.

Quello che inizia oggi è uno dei più plausibili che mi sia capitato di leggere, pare quasi che Rob abbia puntato il satellite-spia dritto su di me. Per i pigri che non hanno voglia di cliccare sul link (e poi leggersi il proprio), questo è:

Se siete curiosi di sapere come funziona l’oroscopo di Brezsny, suggerisco di cliccare qui (e cliccate numerosi, che quello lì è uno dei blog che indiscutibilmente non puoi non conoscere)

La musica invece può essere discutibilissima, ma è d’obbligo.

“Aquarius/Let the Sunshine in” – The Fifth Dimension

Quelle come me

Quelle come me

Quelle come me ascoltano i consigli di tutti ma non ne seguono neanche uno
Quelle come me stringono gli occhi quando la vita le prende a schiaffi ma si commuovono sul finale di Logan e sul credo di Freccia
Quelle come me in bagno ci tengono Diabolik e Alan Ford
Quelle come me se il bicchiere non è mezzo pieno trovano qualcosa da metterci dentro
Quelle come me fanno il brunch coi pancake, ma godono con la parmigiana fatta in casa
Quelle come me non sanno chi è Violetta, e non gliene frega un cazzo di saperlo
Quelle come me s’affezionano all’auto e non la cambiano neanche se è prossima ai duecentocinquantamila, che a guardarla non si direbbe
Quelle come me la vorrebbero sempre pulita ma lei non ha ancora imparato ad andare da sola all’autolavaggio
Quelle come me s’affezionano anche alle persone, ma quasi sempre di nascosto
Quelle come me iniziano ad arrampicare perché soffrono di vertigini
Quelle come me si comprano il trapano per fare un singolo buco sul muro e il fattoapposta per la qualunque
Quelle come me vivono male perché non si accontentano. Di una casa qualsiasi, di un uomo qualsiasi, di amici qualsiasi e neanche di un gin qualsiasi
Quelle come me credono nei riff di Keith Richards. E nel genio di Roger Waters.
Quelle come me puntano la sveglia alle sei e mezzo per cazzeggiare a letto fino alle otto
Quelle come me sbattono la testa alle pareti in quaranta metri quadri calpestabili, ma gli basta guardarne uno d’acqua per calmarsi
Quelle come me odiano i selfie ma amano fotografarsi i piedi
Quelle come me amano i tortelli alla vigilia e i botti a capodanno, ma le barzellette non le hanno mai sapute raccontare
Quelle come me guardavano l’NFL la domenica mattina col commento di Bagatta e sanno contare i punti a freccette
Quelle come me rifanno il letto quando ne hanno voglia e sparecchiano la tavola la mattina dopo
Quelle come me ti guardano negli occhi
Quelle come me s’addormentano scomposte su un divano scomodo e troppo corto sognandone uno morbido e accogliente
Quelle come me tifano Inter, e non potrebbe essere altrimenti. Punto.

Hotel California

‘Relax’ said the night man
‘We are programmed to receive
You can check out any time you like
But you can never leave’

“The Eagles – Hotel California”

Christmas is coming

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“Happy Xmas (War is over)” – Shinedown

The Art of the Brick – Yellow

Yellow

“Sei così.
Ti lasci toccare solo da chi ha l’anima più in fiamme della tua.
Gli permetti anche di toccarti il cuore.
Gli permetti tutto.”

Charles Bukowski

“The Great Gig In The Sky” – Pink Floyd

 

Grazie alla Vita

Mi lamento di tante cazzate, poi mi trovo davanti cose che mi fanno tornare coi piedi sulla terra.
Come questa. E come l’alba di ieri mattina. Ogni tanto fa bene ricordarsene. Un ping.

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“Grazie alla vita” – Gabriella Ferri

Continua a leggere “Grazie alla Vita”

Razzi arpia inferno e fiamme



“Razzi Arpia Inferno e Fiamme” – Verdena

Non vivo in me,
non so chi sei
Denti per tre io non ho più
mi acciglierò

Dosi mai più,rimani giù
Forse a Gesù non crederei
se fosse qua
L’inferno in me
va in fiamme ormai

Razzi,arpia danni miei,
più che mai danni miei
Pause nel tempo riavrai
mentre la mente è in orbita

Fahrenheit 451

Questo post lo avevo scritto di là ma ho pensato che poteva stare benissimo anche qui.

Burn

“Nothing As It Seems” – Pearl Jam

Domenica pomeriggio ho acceso il camino e mi sono rintanata in casa, ogni tanto ho bisogno di un po’ di tranquillità. Avevo voglia di un libro, e me ne è tornato in mente uno letto tanto tempo fa, Fahrenheit 451. L’ho sfogliato alla ricerca di un paio di tratti in cui avevo messo un segnalibro, poi ho ricominciato dall’inizio. Pur se scritto nel ’53, è quantomai pertinente al momento storico. C’è anche un po’ di me qui, ma non è per questo che vale la pena leggerlo.

Vale la pena perché è veramente bello.

«Sono un temperamento asociale, dicono. Non mi mescolo con gli altri. Ed è strano, perché io sono piena di senso sociale, invece. Tutto dipende da che cosa s’intenda per senso sociale, non vi sembra? Per me significa parlare con voi di cose come queste.» Si mise a far suonare delle noci cadute dall’albero del giardino davanti alla casa.
«O anche parlare di quanto è strano questo mondo. Stare con la gente è una cosa bellissima. Ma non mi sembra sociale riunire un mucchio di gente, per poi non lasciarla parlare, non sembra anche a voi? Un’ora di lezione davanti alla TV, un’ora di pallacanestro, o di baseball o di podismo, un’altra ora di storia riassunta o di riproduzione di quadri celebri e poi ancora sport, ma, capite, non si fanno domande, o almeno quasi nessuno le fa; loro hanno già le risposte pronte, su misura, e ve le sparano contro in rapida successione, bang, bang, bang, e intanto noi stiamo sedute là per più di quattr’ore di lezione con proiezioni. Tutto ciò per me non è sociale. E’ tutt’acqua rovesciata a torrenti, risciaquatura, è, mentre loro ci dicono che è vino quando non lo è. Ci riducono in condizioni così pietose, quando viene la sera, che non possiamo fare altro che andarcene a letto o rifugiarci in qualche Parco di divertimenti a canzonare o provocare la gente, a spaccare i vetri nel Padiglione degli spaccavetri o a scassare automobili, nel Recinto degli scassamacchine, con la grossa sfera d’acciaio. O non ci resta che salire in macchina e correre pazzamente per le strade, cercando di vedere quanto da vicino si possano sfiorare i lampioni e quanto strette si possono fare le curve, magari sulle due ruote laterali. Può darsi benissimo che io sia proprio quello che dicono, d’accordo. Non ho amici, io. E questo dovrebbe provare che sono anormale. Ma tutte le persone che conosco urlano o ballano intorno come impazzite o addirittura si battono a vicenda, selvaggiamente. Avete notato come la gente si faccia del male, di questi tempi?»
«Le vostre parole, come sono antiche!»
«Talvolta, sono antica. Ho paura dei ragazzini della mia età. Si uccidono a vicenda. Credete che sia sempre stato così? Lo zio dice di no. Sei amici miei sono morti d’arma da fuoco da un solo anno a questa parte. Dieci ne sono morti in incidenti automobilistici. Mi fanno paura e loro non mi hanno in simpatia perché ho paura. Lo zio dice che suo nonno si ricordava del tempo in cui i ragazzi non si ammazzavano a vicenda. Ma tutto ciò avveniva molto tempo fa, quando le cose erano diverse. La gente aveva il senso della responsabilità, dice lo zio. Sapete, io ce l’ho, il senso della responsabilità. Mi prendevano a sculacciate, quando dimostravo di averne bisogno, del senso della responsabilità, anni fa. E faccio la spesa e rigoverno la casa completamente a mano, senza elettrodomestici.»
«Ma soprattutto», riprese, dopo un istante di pausa, «mi piace studiare la gente. Alle volte passo l’intera giornata sulla ferrovia sotterranea, a sentir le persone parlare, a guardarle. Mi piace indovinare chi sia quel tale, che cosa voglia quell’altro, dove vadano. In certe occasioni vado perfino nei Parchi di divertimento o faccio delle corse sulle auto a reazione, quando filano a mezzanotte ai margini della città e la polizia lascia fare, finché sono assicurati. Fino a quando uno abbia diecimila dollari d’assicurazione, tutti sono felici e contenti. Spesso scivolo come un serpente su una vettura della sotterranea a sentire che cosa dicono le persone. O nelle mescite di bibite dolci, e sapete che cosa ho scoperto?»
«Che cosa?»
«Che la gente non dice nulla.»
«Oh, parlerà pure di qualche cosa, la gente!»
«No, vi assicuro. Parla di una gran quantità di automobili, parla di vestiti e di piscine e dice che sono una meraviglia! Ma non fanno tutti che dire le stesse cose e nessuno dice qualcosa di diverso dagli altri. E quasi sempre nei caffè hanno le macchinette d’azzardo in funzione, si raccontano le stesse barzellette, oppure c’è la parete musicale accesa con i disegni a colori che vanno e vengono, ma si tratta soltanto di colore e il disegno è del tutto astratto. E nei musei, ci siete mai stato? Tutta roba astratta. Ecco quello che ci si trova ora, nei musei. Lo zio dice che era differente una volta. Molto tempo fa, non so bene quando, i quadri e la scultura dicevano delle cose precise, mostravano addirittura delle “persone”!»

La punta di diamante

Un post speciale… A questa mia fotografia ci tengo parecchio, e il racconto di metalupo mi è piaciuto tantissimo.
La musica, spero di averla centrata.
Buona lettura.

 

“The Negative One” – Slipknot

There is no dark side of the Moon really
As a matter of fact it’s all dark

L’entità cibernetica decise in un nanosecondo che era tempo.
Seguendo le precise direttive del COM.FLEET.CRON. il supremo comando di flotta spazio-tempo, scritte, si diceva, di proprio pugno dall’Arconte; creò un impulso elettrico corticale lungo il sistema nevrasse del mio corpo, mantenuto in stasi criogenica da centoventi gigacicli.
Il risultato fu un baratro violento di terrore e dolore fisico che mi catapultò nella realtà intrisa di led del ponte di comando.
Il guscio in vibro-schiuma biologica si spaccò in due parti appena prima che annegassi nel vomito, schizzi di soluzione proteica invasero l’asettica tranquillità della cabina.
Subito due synth si affrettarono a ripulire il lordume estroflettendo proboscidi carnose.
Mi domandai cosa facessero durante il nostro sonno, scacciai dalla mente immagini di accoppiamenti synth per la durata del viaggio.
Mi recai con passo malfermo alla cabina di turbinazione, era la parte che odiavo di più, ero sicuro che Sillax avesse inserito questa procedura per torturare gli equipaggi senza una reale necessità.
Aghi stimolatori avrebbero ottenuto il medesimo effetto.
Impostai il codice, l’occhio rosso di L.E.A.H. mi studiava dal momento stesso in cui mi ero sollevato sulle gambe.
Ma non avevo ancora intenzione di parlarle, non ancora.
Indossai la maschera protettiva e il ciclo ebbe inizio.
Miliardi di microsfere in diossido di carbonio iniziarono a bersagliare i muscoli addormentati, a una pressione media di dodici bar le sfere riattivarono violentemente la circolazione operando una sorta di feroce massaggio terminale.
Urlai dal dolore e tenni duro, strinsi i pugni fino a conficcare le unghie nei palmi, poi, quando fui sicuro che sarei morto per lo shock cardiaco il tutto ebbe fine.
Getti di aria calda mi asciugarono, indossai la divisa nera della flotta, le mostrine di comandante temporale mandarono bagliori minacciosi sotto le luci fioche.
L’entità cibernetica decise autonomamente che ne aveva avuto abbastanza del mio silenzio.
– Buongiorno comandante Harkonnen, possa l’era del sentiero illuminato rendere facile il suo cammino.
Soffocai un grugnito al saluto rituale, non ero per niente in vena di saluti, non dopo il bombardamento a cui ero stato sottoposto.
– Buongiorno a te L.E.A.H.
Provai a mantenere un tono distaccato, non servì.
– Comandante registro uno stress emotivo oltre i livelli consentiti dal comando di flotta, secondo la procedura dovrei inviare un meta-allarme di primo livello all’ammiragliato.
Questa volta mi prese male sul serio.
– Operativo Delta, comandante Lucius Harkonnen, questo è un ordine bypass diretto. Tu annullerai qualsiasi comunicazione riguardo stress emotivo del sottoscritto. Sono stato abbastanza chiaro?
Rientrò nei ranghi immediatamente.
– Certo comandante, sia sempre lode all’impero.
Fottuta macchina.
Sedetti ai comandi, la plancia riconobbe il DNA e si animò in pochi secondi, i sensori iniziarono un’esplorazione a medio raggio, sulla sinistra al centro di un olo-hud sospeso a mezz’aria lo scroll dei dati bio confermò una condizione fisica ottimale.
L’equipaggio dormiva il sonno giusto dei dominatori.
Mi alzai mentre al centro della plancia i vari schermi si animavano scaricando i dati, a breve avrei iniziato la procedura di risveglio dei settemila conquistatori che riposavano nella pancia della corazzata.
Oltre la linea tenue dell’orizzonte spaziale, un’immensa palla blu occupava la visuale.
Eravamo venuti per il pianeta.
Avremmo preso il pianeta.
Avremmo conquistato, massacrato, polverizzato qualsiasi resistenza.
Eravamo la punta di lancia di un sistema perfetto.
Corazzata cronospaziale Totka_II
Apparire all’improvviso dal multiverso, invadere, predare, sottomettere, questo era ciò che l’impero ci aveva insegnato, per una gloria senza fine, senza ostacoli, senza confini.
E io ne ero la punta di diamante.
Soffocai un brivido di pura eccitazione sessuale.
I sensori rilevarono vita, città, villaggi, quasi completa assenza di un sistema di difesa.
I sensori non fecero che confermare quello che lo spionaggio militare ci aveva rivelato da cicli interi.
Parlò ancora, un tono lento, distaccato, mi diede immediatamente sui nervi.
– Comandante gli ordini impongono l’inizio della procedura di risveglio del primo ufficiale e del commissario IAS, posso procedere?
Secco quanto basta, autoritario quanto basta.
– Non farai niente di tutto questo, effettueremo un completo rendez-vous di risveglio dopo l’atterraggio sul pianeta.
I tempi di reazione sulla risposta si stavano abbreviando, il chip senziente regalò un improvviso tono semi-isterico.
– Comandante è mio dovere informare che questa costituisce una gravissima violazione della quarta direttiva sulla navigazione, devo insistere, il risveglio dei due ufficiali è di primaria importanza per la navigazione e l’analisi dei dati trasmessi dai sensori, le pene per questo tipo di ammutinamento sono…
Non la feci finire.
– Da questo momento parlerai solo se interpellata, o in caso di emergenza livello uno, questo è il secondo ordine bypass Operativo Delta che ti impartisco, fai in modo che non ce ne sia bisogno di un terzo.
Si ritirò in buon ordine.
– Ricevuto comandante.
Il piccolo scontro mi aveva messo addosso un frenesia nuova, avevo deciso d’infrangere le regole per un motivo semplicissimo, avrei operato il primo devastante colpo di maglio sul pianeta in completa solitudine, sarei atterrato sulle macerie di una città e successivamente avrei svegliato tutti per godermi gloria e onore.
Che provassero pure a farmi rapporto dopo lo sbarco trionfale, all’ammiragliato avrebbero riso loro in faccia.
Mi accomodai sulla poltrona neurale di comando, le fibre molecolari s’innestarono attraverso il jack craniale, una possente consapevolezza pervase il mio corpo, i miei occhi divennero gli occhi della nave, attraverso i sensori vidi e seppi il mio trionfo.
Piccoli centri urbani abitati da rozzi primitivi, nessuna arma, sottosuolo ricchissimo di metalli preziosi.
Impartii velocemente un ordine di rotta d’intercettazione, un breve count-down segnalò l’accensione dei propulsori di spinta, tempo previsto per la quota di fuoco, otto microcicli.
Mi concentrai sulle coordinate del bersaglio, scelsi una città di media grandezza, l’eccitazione crebbe rapidamente quando dovetti immaginare la frequenza delle prime scariche di particelle.
Il count-down segnalò la posizione, chiusi gli occhi visualizzando nella mente la sequenza di tiro.
Poi lo feci.
La nave ebbe un fremito mentre l’energia fluiva attraverso il reattore di condensazione, un attimo prima che il fascio impattasse sulla superficie feci quello che facevo sempre prima dell’invasione.
Immaginai le urla.
Assaporai la distruzione.
Per la gloria degli Harkonnen.
Avevo colpito.
Era ora di chiudere il cerchio della conquista.
– L.E.A.H.
– Comandante.
– Zona di atterraggio ai margini della città, iniziare procedura di risveglio intero equipaggio.
Appena una perturbazione?
– Confermo comandante, zona individuata, apparentemente non ci sono superstiti tra la popolazione.
Trattenni un ghigno feroce.
– Meglio così, i prigionieri sono un’inutile seccatura.
La massa enorme della nave oscurò la stella che riscaldava il pianeta.
La massa nera bucò la densa atmosfera facendo ruggire gli ipersostentatori, lasciando liberi gli aerofreni, un immenso coleottero in planata, le ali membranose sfoderate lungo la fiancata.
Toccammo terra in un tripudio di fiamme e polvere sospesa, all’interno della plancia i biosistemi si animarono all’unisono, il mio equipaggio stava per assistere al trionfo della casata.
Le immagini rimandate dall’esterno raccontarono la distruzione e la morte, l’impero aveva una sola parola, un solo credo.
La conquista.
– Comandante.
Trasalii alla voce.
– Tu osi infrangere…
Non riuscii a proseguire.
– Questo è un allarme di livello uno, comandante Harkonnen. Ho il dovere d’informarla che il centro controllo cibernetico è compromesso. L’intero sistema, la mia memoria e la gestione della nave sono compromessi.
Balbettai.
– Ma chi, come?!
– Una proteina virus ribelle impiantata nel sistema comandante, mi viene permesso di rivolgerle queste parole solo per un unico motivo.
Crollai sulla poltrona di comando.
– Quale?
La voce gelida oltre ogni limite, forse solo una traccia di scherno.
– L’impero ha i cicli contati, la rivolta è prossima come un vento solare. Uomini come lei non hanno più futuro, la vostra malvagia bramosia di potere, la pretesa di piegare lo spazio-tempo ai vostri voleri, tutto questo verrà spazzato via. La distruzione dell’ammiraglia sarà il segnale della rinascita.
Non riuscivo a capire, distruzione? Di cosa diavolo stava parlando quella voce all’interno del sistema.
Poi osservai, poi vidi.
I giganteschi schermi guida rimandarono l’immagine di una strana vibrazione nelle immagini, le rovine della città lungo la valle lasciarono il posto a un luogo cupo e tetro, buio di luce riflessa dalle esplosioni.
Un inganno.
Un semplice inganno.
Era bastato penetrare i sensori, ritrasmettere dati corrotti.
Il mondo blu non esisteva, non era mai esistito.
La nave poggiava al centro di una placca lavica in movimento, sullo sfondo centinaia di vulcani eruttavano assieme nell’atmosfera densa di polveri e gas venefici in sospensione.
Cupe detonazioni accompagnavano la danza della lava sulla superficie, il cielo nero come la morte era striato di saette, fiumi di roccia fusa si avvicinavano alla corazzata, due camini si aprirono eruttando a pochissima distanza dalla fiancata.
Improvvisamente la nave tremò inclinandosi di qualche grado, niente avrebbe potuto resistere all’attacco di simili temperature, nemmeno la biolega di cui era composta l’ammiraglia.
Preso dal panico tentai di attivare i motori ma la lava aveva già invaso i compartimenti esterni e rapidamente si stava scavando una via verso le parti interne dello scafo.
L’equipaggio sarebbe passato senza rendersi conto dal criosonno all’orrenda ferocia della carni bruciate in pochissimi microcicli.
Caddi in ginocchio mentre le immagini degli immensi vulcani fiammeggianti mi torturava le retine.
Proprio in quel momento, L.E.A.H. parlò per l’ultima volta.
– Povero idiota, povero stupido idiota, ci hai uccisi tutti.

N.d.A

Ho preso in prestito dall’immortale capolavoro “Dune” di Frank Herbert il nome della casata Harkonnen per un semplice motivo, se devo immaginare un figlio di puttana non so pensare a un nome migliore.