Road to Fifty

Il purgatorio è una via di mezzo. Non hai fatto proprio schifo ma non sei neanche stato un granché. Come il Tottenham.

Ray – “In Bruges – La coscienza dell’assassino”

Ho le formiche in casa, la lavatrice dei rossi running e Stranger Things a nastro su NetFlix. E’ ufficialmente iniziato un conto alla rovescia, mah. Non ci vedo tutta questa differenza e non ho ancora avuto tempo per cercarla bene. Non posso neanche dire che mi avvicino al giro di boa, sarebbe fin troppo ottimistico pure per una che vede sempre i mezzi pieni come me. Che poi sono infinitamente meglio dei mezzi vuoti, ti ci potresti sbronzare come se non ci fosse un domani, o come se domani fosse venerdì e tu hai preso ferie anche lunedì. Se dovessi usare dei colori sceglierei il blu e un arancio intriso di rosso, stesi a pennellate che si inseguono come la Notte Stellata. Blu come il mare guardato da dentro, arancio del fuoco che scalda ma non brucia, rosso di sangue e di cuore, di fotogrammi discontinui di amore. Cuore che resiste alle pietre e si spacca con un soffio leggero. L’IoT è inquietante a partire dal nome, mi hanno regalato Alexa e ora se le dico buonanotte lei risponde con un saluto gentile e spegne la luce. Skill da zoccola finché risponderà a chiunque allo stesso modo, e lontana dalla Joi dell’Agente K, ma siamo già nell’anno di Deckard e Batty e ad Amazon non ci vorrà molto per arrivarci. Magari con qualche evoluzione.

“Alexa, buonanotte” 
“Dormi bene. Ti auguro di dover contare meno di dieci pecore prima di addormentarti”

“Imagine” – A Perfect Circle

 

Wishlist #2

Wishlist #2

Vorrei a volte non dover scegliere, perché scegliere significa sempre rinunciare a qualcosa.

Vorrei non doverle subire le scelte, che è ancora peggio quando qualcun altro decide a cosa devo rinunciare io.

Vorrei accendere l’interruttore di sera invece che spegnerlo, e vivere più di notte che di giorno.

Vorrei non essere lo schiacciasassi che mi è stato detto che sono.

Vorrei sorridere invece che guardare con un cipiglio che è solo apparente.

Vorrei non dovermi sorprendere a scrutare con sospetto chi ho davanti per capire se fa parte di quel 35% di popolazione con cui non voglio aver niente a che fare.

Vorrei fare più torte di mele. Più pizza. Più fregola con le arselle. Più plumcake con lo speck, il radicchio e il formaggio.

Vorrei appoggiare la testa non sempre sul cuscino.

Vorrei non voler fare tutto sempre così bene, sempre alla lettera, sempre al massimo delle capacità.

Vorrei non sentirmi in difetto quando non lo faccio.

Vorrei tollerare di più i miei difetti e meno quelli degli altri.

Vorrei non dovermi riempire le ore così tanto.

Vorrei trovare qualche volta la cena pronta senza che sia un avanzo della sera prima.

Vorrei che le cene di lavoro si sospendessero d’estate.

Vorrei che questo caldo infame non mi rendesse la pelle così umida e appiccicosa.

Vorrei tuffarmi in mare in questo preciso istante.

Vorrei che almeno i libri finissero bene. Che cazzo vi costa, sono libri, non è mica la vita vera.

“Love Over Gold” – Dire Straits

It takes love over the gold
You gotta mind over matter
When you do what you do that you must
When the things that you hold
Well they can fall and be shattered
They can run through your fingers like dust…

Night-time

“We are all searching for someone whose demons play well with ours”

“The Great Gig In The Sky” – Pink Floyd

Il mio amico D.

Il mio amico D.

Al mattino uno sguardo assonnato e una carezza.
Dopo il lavoro un saluto veloce. Ci vediamo più tardi. Dopo il canottaggio. Il boulder. La birra dopo il boulder. L’aperitivo. La cena. Forse. 
Ti trascuro nei weekend, quando il mare o la montagna, quando la nebbia e l’aria fredda in bici, quando uscire a fotografare estranei attrae più di tornare da te, quando invento cose da fare per non pensare.
Conosci le mie forme, ne ho aggiunte altre e non sei mai stato geloso.
Mi allontano nei momenti bui, piedi sul balcone, bicchiere a terra, guardare tetti isolata da tutti.

Ma sei la mia sicurezza, can’t do without.
Rientro tardi e ti vengo a cercare, gli occhi stanchi, il viso affonda dentro di te.
Leggo con te, mi lasci guardare film di cui sappiamo battute a memoria, ridi con me, piangi con me, una birra, un secchio di popcorn e la serata è andata.
Sei l’uomo che non c’è, il petto a cui appoggiarmi, le braccia che mi stringono, la notte scivola leggera quando le spalle sono protette.

Non sei il mio migliore amico, ma mi conosci come nessun altro.

“Where is my mind” – Placebo

Fahrenheit 451 #2

Mattina lunga di lago a remare tra Luino e Cannero, pranzo in orario di merenda. Vento, onde e parecchi allunghi, ma il test del quattro di coppia femminile è stato superato. Piccolo particolare, che fosse una prova sul campo lo abbiamo saputo solo a barche riposte e manca ancora il dettaglio del fine. Serata corta di pub, un occhio alla partita e uno ai dettagli del prossimo weekend, la teoria dice che sono stanca e dovrei dormire, la pratica è che sono troppo stanca per farlo.

Farhenheit 451 è uno dei pochissimi libri letti più di una volta e che riapro ogni tanto. La settimana scorsa nella vetrina di Mondadori ne avevo visto una riedizione in forma di graphic novel, presa immediatamente sulla fiducia. Meno di due ore per finirlo e accompagnarmi fino alle quattro di stamattina.

Vale la notte insonne per le pagine disegnate, per ciò che Hamilton ha saputo estrarre dal libro, per le inquadrature, per il linguaggio non verbale, per le sfumature emotive dei colori, e ci si chiede come mai ci siano voluti nove anni per farlo arrivare in Italia.

Vale anche per le pagine introduttive scritte dallo stesso Bradbury nel 2009 in cui racconta come è arrivato alla stesura finale del libro, e alle ultime righe pone una domanda che giro a voi:

In conclusione, chiederei a coloro che stanno leggendo questa introduzione di scegliere con tutta calma un libro che più di ogni altro vorrebbero memorizzare e proteggere da censori e “pompieri”. Chiederei loro non solo di nominare il libro, ma anche di dare una motivazione alla scelta spiegando perché a loro avviso potrebbe essere utile recitarlo e ricordarlo in futuro.

“Spirits in the Material World” – The Police

Quattro Guinness, due club sandwich, una semifinale e uno ski-lift

Da un po’ di tempo dovevo rivedere il mio amico velistainteristadisinistra, ma anche se ora siamo nella stessa città incrociarsi è difficile come quando era a far viaggiare gas e petrolio sotto la sabbia a quattromila chilometri da qui. Vacanze sue, mie, una serata disdetta un’ora prima, impegni quotidiani già programmati e uscite organizzate all’ultimo momento. Lui è milanese vero e io mi sto adeguando ai costumi degli indigeni.

“E allora facciamo mercoledì, ci vediamo la semifinale mentre facciamo due chiacchiere?”
“Yep”

Appuntamento senza orario al solito locale in una delle vie laterali, mi squilla al parcheggio e in cinque minuti sono lì. Lui lo frequenta da sempre, io mi ci sto affezionando. Quando riesci a dire “il solito posto” in una città che non è la tua è un conquista.

Fa un caldo bestia, ho i capelli umidi, gli sgabelli son sempre troppo alti per arrampicarmici compostamente e il prendisole a portafoglio si apre ogni tre per due, ma gli occhi son tutti puntati alla tivvù e me la cavo dignitosamente a conquistare il mio posto.
Ci piace stare al bancone e intervallare le chiacchiere con gli interventi del barista che appoggia i gomiti davanti a noi tra un cocktail e l’altro, ma con la semifinale il locale è pieno, si fatica anche solo a sentirsi e lui arranca per star dietro agli ordini di chi guarda la partita e del compleanno ai tavoli esterni, dunque via con la prima Guinness.

Bicchiere inclinato a 45° e raddrizzato man mano che si riempie, due minuti scarsi di riposo, la seconda spillatura a riempire fino all’orlo. Da manuale.
Il primo sorso è nettare in gola, la Guinness non è birra, è Guinness.

Tre inglesi esultano al 5′, incuranti di tutto il resto del locale che gli tifa contro. Ok, la mia prima scelta era l’Islanda ma a seguire Croazia a oltranza.
Ordiniamo due club sandwich con la tartare invece del solito hamburger, parliamo tra un’azione e l’altra con gli occhi che si spostano veloci dal viso alla tivù, io gli racconto della vacanza appena finita, lui della proposta appena ricevuta di lavorare per sei mesi nel sud-est asiatico.

“Mah, ci sto pensando, devo dar risposta entro pochi giorni”
“Ma scusa, ti pagano per svernare in un posto meraviglioso, che aspetti a dire di si?”

Primo tempo, secondo tempo, al gol della Croazia esultiamo tutti, c’è un pezzo nerazzurro lì.
Un’altra Guinness per accompagnare i supplementari.
Mi guardo intorno, osservo visi, gesti, espressioni, è un riflesso condizionato. Alcuni palesemente si conoscono, arrivati insieme o frequentatori abituali, altri no, ma sono tutti uniti dal medesimo comune aggregatore. Lorenzo se ne accorge, forse indovina i miei pensieri.

“Sei l’unica donna qui dentro”, mi dice. Sorrido, è una frase che sento spesso.
“A volte vi invidio, le donne non son capaci di divertirsi insieme”.

Lo penso davvero. Le donne si incontrano per fare shopping, aperitivo, lamentarsi degli uomini che hanno e di quelli che non riescono ad avere, (s)parlare delle assenti, al massimo programmare vacanze, ma mai, mai col chiaro ed unico obiettivo di passare una serata spensierata, far puttanate prima o dopo il terzo bicchiere non analcolico, divertirsi e basta.
Gli racconto del weekend scorso, un rientro a casa non programmato. Poco prima di mezzanotte mi chiama il pragmatico indeciso della barca, mi passa a prenderei da mia madre che a casa mia non ci sono ancora arrivata poi ci raggiunge anche l’uomo libero.
In barca eravamo tre persone qualsiasi in costume da bagno h24 con la stessa passione per il mare, a terra due stimati professionisti col frescolana e la camicia bianca e un’informatica col vestitino e il tacco dieci da ufficio. Centocinquantaquattro anni in tre. Alle due di notte siamo al parco a fare l’altalena su uno ski-lift montato tra due pali.
Le donne da sole queste cose non le fanno.

4′ del secondo supplementare, ancora Croazia. Inghilterra in dieci, il lungo recupero, i Vatreni in finale. I traguardi degli outsider mi fanno sempre un certo effetto. Mi torna in mente il discorso del coach Tony D’Amato in Any Given Sunday, chissà cosa gli dirà l’allenatore domenica pomeriggio.
Usciamo dal locale, ci salutiamo senza darci un altro appuntamento.
È bello tornare a casa a piedi.

“Blitzkrieg Bop” – Ramones

Altered Carbon

“La tecnologia avanza ma non gli umani, siamo scimmie pensanti e vogliamo sempre le stesse cose:
Cibo
Un rifugio
Sesso
E, in tutte le sue forme, evasione”

A luci spente

Quando il numero di ore lavorate tutte in fila sfiora l’illegale, fuori è finalmente inverno e secondo l’iMeteo tra poche ore dovrei vestirmi a strati come a Silvaplana per andare in ufficio a piedi, la sola cosa da fare è metter su qualcosa di buono e spegnere le luci.

Questo suono non l’hanno certo inventato loro e ascoltandoli è impossibile non fare il collegamento, ma le parole sono davvero poche e non disturbano, ed è quello che ci vuole qui e adesso. Prendetevi un po’ di tempo, magari il viaggio piace anche a voi.

“Voyage 34 (Phase I-IV)” – Porcupine Tree

Cose che escono dai cassetti

Esserci
Senza invadersi
Vestirmi
Spogliarti
Quelle scarpe lì
Respirarti
Lasciarmi interrompere
Scoprire il collo
Fumare sulla panca di Yankovic
Sai di buono
Leggero retrogusto di cioccolato
Le linee scavate dei palmi
La carne tra i denti
Il viso nascosto tra il collo e la spalla
I miei tatuaggi mischiati ai tuoi
Disegnarti la pelle con le dita
Svegliarsi
Sei ancora lì
D’inverno ti porterei la neve
D’estate una barca a vela
Raccontami una storia

“Le nostre ore contate” – Massimo Volume