A.A.A. (Acrofobia, Aerobica, Arrampicata)

A.A.A. (Acrofobia, Aerobica, Arrampicata)

Acrofobia: (dal greco antico ἄκρον, ákron, “cima, sommità” e φόβος, phóbos, “paura”) è la paura delle altezze e dei luoghi elevati.

Danijel Žeželj – Artwork from Sumi/Grid Exhibitions (*)

Intorno ai dieci anni avevo un sogno ricorrente, quello di cadere nel vuoto. Cercavo di svegliarmi ma ci riuscivo solo dopo un tempo che mi sembrava lunghissimo. Sudata, col respiro pesante e i crampi allo stomaco, come se stesse succedendo davvero. E’ durato qualche anno, poi non è più successo.

Cresciuta, non avevo paura di niente. Pattini a rotelle, montagne russe e giochi voltastomaco, brevetto sub per 40 metri e notturne e relitti pesantemente utilizzato, funivie e piste anche nere finché non mi sono rotta un crociato (da ferma, per altro).

L’idea di fare cose tipo ginnastica artistica o danza non m’ha mai sfiorata, sai quando si dice non sei portata. Immagino che i miei genitori se ne fossero accorti ben prima di me, a cinque anni mi avevano già lanciata nell’acqua di una piscina. Un’amica delle superiori tentò di convertirmi all’aerobica, ma dopo la prima lezione fu chiaro a tutti che era tempo perso. Mentre le altre ripetevano agevolmente l’ultima sequenza della coreografia, io ancora non riuscivo a ricordarne l’inizio. La prima volta che sono salita sopra Stromboli era il 1995. Percorso abbastanza impegnativo, novecento metri di dislivello con tratti ripidi da fare aiutandosi con le mani e un costone molto stretto con il vuoto ai due lati, motivi per cui è sconsigliato a chi soffre di vertigini. Nessun problema a farlo.

Poco dopo i trent’anni qualcosa è cambiato. Non so dire esattamente quando o come, ma ho iniziato ad aver paura dell’altezza. Le Torri Gemelle a Mirabilandia, affacciarsi dall’ultimo piano, le passeggiate in montagna quando il sentiero correva accanto a uno strapiombo. Persino guardare qualcuno vicino al vuoto mentre io ero più all’interno mi dava fastidio. Stesse sensazioni del sogno, stesse reazioni fisiche, per cose che avevo sempre fatto. In quel periodo avevo ben altro a cui pensare e ho semplicemente accantonato il problema. Se lo conosci, lo eviti. Ripensandoci ora, il momento storico potrebbe non essere stato un caso.

A quasi vent’anni di distanza dalla prima volta sono tornata a Stromboli. Non ricordavo le difficoltà, ma sapere d’averlo già fatto mi dava sicurezza e tranquillità. Primo errore. Arrivati al tratto più ripido mi sono guardata alle spalle. Secondo errore. Non riuscivo più a muovermi. La guida è stata brava ad accorgersene subito, “guarda solo me e sali”. L’aiuto necessario a superare il momento di panico.

Due settimane fa ho avuto l’occasione di provare l’arrampicata in una palestra dedicata, e mi sono detta “ok, il problema non è fisico ma di testa, dunque ci provo e vediamo che succede”. Esperienza ripetuta in falesia sabato scorso. Roba semplice da neofiti, eh.
Primo percorso, titubante e a zig zag.
Secondo, dritta e senza grosse esitazioni.
Terzo, in difficoltà all’inizio che non sapevo dove e come prendere gli appigli, poi è andata.
Quarto, come cazzo ho fatto a farlo. Acqua che scendeva a sinistra, un masso sporgente da superare, i piedi dritti sulla roccia puntati a 90°. Una via di mezzo tra Spiderman e uno stambecco, che li vedi fermi su pareti quasi verticali e ti chiedi, appunto, come cazzo fanno.

Però che figata. C’è una componente psicologica enorme. Ti spinge a credere in te, a gestire le difficoltà e i momenti di panico. Che sei lì a metà parete, guardi e riguardi ma non ci sono appigli per le mani, puoi affidarti solo ai piedi. Che non vedi. Ti dici che no, mollare e tornare indietro non è un’opzione, e allora cerchi di saggiare la roccia coi piedi, fai un bel respiro poi li punti e sali comunque. E quando arrivi lassù, hai vinto, contro te stesso. Se lo conosci, lo affronti. Ok, ci ho messo tre anni per arrivarci e non è che sia già tutto risolto, però guardare in giù con la sicurezza dell’imbraco addosso non è stato così terribile.

La mattina dopo ho scoperto di avere dei muscoli che iniziano sul lato esterno del ginocchio e finiscono appena sotto l’anca. Poi altri sotto l’avambraccio, ma soprattutto ce ne sono tra i gomiti e il lato posteriore delle spalle. Credo si chiamino tricipiti, e sono proprio sicura di non averceli mai avuti. Devono essermi spuntati durante la notte.
Oggi ho comprato l’attrezzatura di base, dalla prossima settimana si fa sul serio.

“Born To Be Wild (Easy Rider)” – Steppenwolf

(*) A huge thanks to Danijel Žeželj for giving me the permission to put his beautiful artwork in this post (http://dzezelj.com/calendar/57/18/grid)

Quelle come me

Quelle come me

Quelle come me ascoltano i consigli di tutti ma non ne seguono neanche uno
Quelle come me stringono gli occhi quando la vita le prende a schiaffi ma si commuovono sul finale di Logan e sul credo di Freccia
Quelle come me in bagno ci tengono Diabolik e Alan Ford
Quelle come me se il bicchiere non è mezzo pieno trovano qualcosa da metterci dentro
Quelle come me fanno il brunch coi pancake, ma godono con la parmigiana fatta in casa
Quelle come me non sanno chi è Violetta, e non gliene frega un cazzo di saperlo
Quelle come me s’affezionano all’auto e non la cambiano neanche se è prossima ai duecentocinquantamila, che a guardarla non si direbbe
Quelle come me la vorrebbero sempre pulita ma lei non ha ancora imparato ad andare da sola all’autolavaggio
Quelle come me s’affezionano anche alle persone, ma quasi sempre di nascosto
Quelle come me iniziano ad arrampicare perché soffrono di vertigini
Quelle come me si comprano il trapano per fare un singolo buco sul muro e il fattoapposta per la qualunque
Quelle come me vivono male perché non si accontentano. Di una casa qualsiasi, di un uomo qualsiasi, di amici qualsiasi e neanche di un gin qualsiasi
Quelle come me credono nei riff di Keith Richards. E nel genio di Roger Waters.
Quelle come me puntano la sveglia alle sei e mezzo per cazzeggiare a letto fino alle otto
Quelle come me sbattono la testa alle pareti in quaranta metri quadri calpestabili, ma gli basta guardarne uno d’acqua per calmarsi
Quelle come me odiano i selfie ma amano fotografarsi i piedi
Quelle come me amano i tortelli alla vigilia e i botti a capodanno, ma le barzellette non le hanno mai sapute raccontare
Quelle come me guardavano l’NFL la domenica mattina col commento di Bagatta e sanno contare i punti a freccette
Quelle come me rifanno il letto quando ne hanno voglia e sparecchiano la tavola la mattina dopo
Quelle come me ti guardano negli occhi
Quelle come me s’addormentano scomposte su un divano scomodo e troppo corto sognandone uno morbido e accogliente
Quelle come me tifano Inter, e non potrebbe essere altrimenti. Punto.

Hotel California

‘Relax’ said the night man
‘We are programmed to receive
You can check out any time you like
But you can never leave’

“The Eagles – Hotel California”

How to restart from scratch

How to restart from scratch

Lasciare il posto in cui hai lavorato per venticinque anni un venerdì di fine gennaio salutando quasi tutti gli ex-colleghi. Due giorni dopo, caricare nel bagagliaio uno zaino e due trolley da cabina e imboccare l’autostrada al casello di Orte, da sola. Uscire a Milano Sud con in tasca il numero di una ragazza mai vista di persona che ti consegnerà le chiavi di una mansarda che neanche quella hai mai visto di persona. Salire con l’ascensore, chiudersi alle spalle una porta che pesa quanto un ponte levatoio sollevato a mani nude. Passare le dita sul bordo del tavolo, guardare fotografie di persone che non conosci, scorrere le costole dei libri stipati nella Bonde, saggiare la consistenza del materasso, tendere l’orecchio per identificare rumori che al nono piano arrivano solo ovattati, fare la lista della spesa e delle stoviglie mancanti. Addormentarsi coi vestiti addosso, svegliarsi con un’alba di un arancio imbarazzante. Doccia, pantaloni, scarpe basse. Riaprire il ponte levatoio, poi via. Ricominciare da zero, imparare da zero. From scratch.

01.02.2016

Il profilo dei tetti, il bagliore di San Siro, i tre piani del nuovo ufficio, i nomi dei colleghi, i palazzi specchiati, le case di ringhiera, il rumore dei tram notturni, il sole che incendia l’aria e tinge l’acqua, il disorientamento che avverti quando demoliscono uno stabile e scopri quelli dietro, come a sfondare una finestra murata, i dossi nel viale del parco, gli alberi con più foglie per fermarsi a leggere, le guglie del Duomo, i mercati del sabato, il tram alle spalle che ti obbliga a salire con la bici sul marciapiede e la sciura che ti rimprovera per averlo fatto, spegnere google maps per sfidarti a perderti, perderti ancora, ritrovarti. Uscire anche da sola che non è vero che Milano ci accoglie a braccia conserte come canta Tangoqualcuno. C’è sempre da fare e puoi tirar tardi a parlar di fotografia col tipo dello sgabello accanto mentre il barman ti fa sniffare quattro bottiglie diverse per scegliere il gin giusto. Mangiare cotolette, risotti, ossi buchi, zuppe e verze e formaggi e alici, sapori che danno assuefazione. La ravioleria in Paolo Sarpi, gli hot-dog del camioncino sopra la Darsena e la birra di quello appena a fianco, e quando ti fermi a bere lì, coi gomiti sulla balaustra, ripensare a un bacio iniziato sotto un sole da quaranta gradi fregandosene del sudore addosso, delle zanzare e dei turisti intorno. La sciura alle casse del super che si gira e ma chissà quando smetterà di piovere, che sa, sono anziana e mi fanno male le ossa, e poi questo sabato volevo andare da mia sorella che è già due settimane, ma comunque le telefono tutti i giorni, ci siam più solo noi due, i figli hanno sempre tanto da fare. Traslocare una volta, due, tre, e si vede sempre la Madonnina. Sapere che non sarà l’ultima, ma la prossima durerà di più e potrai dormire sul divano con le ginocchia distese e magari guardare un film invece che la lavastoviglie, imparerai un altro microcosmo, un altro bar da colazione, altri tetti, altri vicini, altre scale. Aggiungere gli ingredienti un poco alla volta poi mescolarli tutti insieme, per ricreare infine quella combinazione di luci, colori, odori, sapori, rumori, ombre e visi, che è solo tua e ti sta addosso come un paio di jeans portati così tanto da aver preso le tue forme.

Lucio Dalla non è mai stato nelle mie corde, ma credo che abbia guardato questa città un po’ come la sto guardando io adesso. A parte la questione della squadra di calcio.

“Milano”

Milano vicino all’Europa
Milano che banche che cambi
Milano gambe aperte
Milano che ride e si diverte
Milano a teatro
un ole’ da torero
Milano che quando piange
piange davvero
Milano Carabinieri Polizia
che guardano sereni
chiudi gli occhi e voli via

Milano a portata di mano
ti fa una domanda in tedesco e ti risponde in siciliano
poi Milan e Benfica
Milano che fatica
Milano sempre pronta al Natale
che quando passa piange e ci rimane male
Milano sguardo maligno di Dio
zucchero e catrame

Milano ogni volta
che mi tocca di venire
mi prendi allo stomaco mi fai morire
Milano senza fortuna mi porti con te
sotto terra o sulla luna
Milano tre milioni
respiro di un polmone solo
che come un uccello
gli sparano
ma anche riprende il volo
Milano lontana dal cielo
tra la vita e la morte
continua il tuo mistero

Milano tre milioni
respiro di un polmone solo
che come un uccello
gli sparano
ma anche riprende il volo
Milano perduta dal cielo
tra la vita e la morte
continua il tuo mistero

Nothing as it seems 

Niente è mai come sembra, mai.

img_0751

“Nothing As It Seems” – Pearl Jam

A Sort of Homecoming


“A Sort of Homecoming” (Live) – U2

And you know it’s time to go
Through the sleet and driving snow
Across the fields of mourning
Lights in the distance

And you hunger for the time
Time to heal, desire, time
And your earth moves beneath
Your own dream landscape

Oh, on borderland we run and still we run
I’ll be there, I’ll be there, tonight
We’ll build a bridge across the sea and land

The city walls are all pulled down
The dust a smokescreen all around
Faces ploughed like fields
That once gave no resistance

Oh, on borderland we run and still we run
We run and don’t look back
I’ll be there, I’ll be there
Tonight, tonight
I’ll be there tonight
I’ll be there, so long

O coma way o coma o com o coma way say I
O coma way o coma o com o coma way say

Now the wind will crack in wintertime
This bomb-blast lightning waltz
No spoken words, just a scream

Tonight, we’ll build a bridge across the sea and land
I’ll be there, I’ll be there
Tonight, tonight

And your heart beats so slow
Through the rain and fallen snow
Across the fields of mourning
Lights in the distance

Oh, don’t sorrow,
No don’t weep for tonight, with you
I am coming home
I am coming home

Outing about Christmas time

Outing about Christmas time

img_3848L’albero di Natale. Scegliere con cura le decorazioni e costruirlo quest’anno con le mie mani in versione salvaspazio da appendere al muro. Roba da gente che vive in pochi metri quadri e che per averne uno normale dovrebbe eliminare l’unico tavolo di casa per tutto il mese di dicembre e accamparsi sul divano. Che mi sia perforata un dito sparandoci sopra la colla a caldo è un sacrificio di poco conto ai fini del risultato, la cicatrice rossa fa pure la sua figura sull’indice destro.

img_3854I regali, che in verità mi piace fare a prescindere dal calendario, e anche senza motivo. Sono il tipo che durante l’anno memorizza i “mi piacerebbe…”, investe il tempo a cercare la cosa giusta, compra le scatole, la carta colorata, il nastro di raso rosso e confeziona tutto a casa, che i pacchetti dei negozi raramente soddisfano. Come rinunciare poi alle etichette per scrivere il nome del destinatario? Non avendo nessun altro da mantenere tranne me stessa, a metà dicembre buona parte della tredicesima è dust in the wind.

img_3835Il maglione con le renne di Abercrombie & Fitch. Che non sono mai riuscita a comprare, neanche quest’anno che ho il negozio a portata di bici e avrei potuto monitorare l’andamento dello stock. (Se qualcuno dovesse decidere di interrompere qui la lettura del post, lo capirei. Senza rancore).

Chiedere a mia madre di non mettere uvetta e canditi nei pampepati solo per me, anche se come ogni anno non ne mangerò più di un paio di fette. Standing ovation per i cappelletti in brodo di carne che attendo col cucchiaio tra i denti e mangio con l’allesso spezzettato in mezzo come quando ero piccola. Sperando che ne siano avanzati un po’ nella pentola.

img_3587La ghirlanda appesa alla porta con tanto di lucine a batteria nascoste tra i rami, le decorazioni e gli stencil di neve spray alle finestre e questa città luminosa e un po’ kitsch che ho costruito nelle fredde sere fianco termosifone. Queen of handcrafting, versione pheega di non avendo mediamente un cazzo da fare dopo cena, mi son tenuta impegnata col faidate (incidentalmente, ho imparato la dislocazione dei più vicini bricocenter e ci so arrivare senza navigatore).

img_3895Pandoro forever. Artigianale o del super, basta che la percentuale di burro sia sufficiente a superare agilmente in un giorno la razione di colesterolo e trigliceridi raccomandata per l’intero mese. Una leggera doratura della fetta sulla brace ha il suo perché.

Non è Natale se alla tivvù non danno Una poltrona per due, Mamma ho perso l’aereo e Fuga dal Natale. Se poi passano anche tutti gli Asterix, Babbo Bastardo e Un pesce di nome Wanda raggiungo la pace dei sensi e posso tollerare anche la tombolata da cinquanta centesimi a cartella.

I mercatini. A Terni uno solo e quest’anno anche bruttino, mi dicono. Qui ce n’è al Duomo, Piazza Aulenti, in Darsena, l’Oh Bej Oh Bej… Magari l’anno prossimo mi calmo, ma ‘sto giro ho perso solo quello finlandese.

img_3843Radio DeeJay. Il Complesso Misterioso, la canzone del 2009, il pranzo di Natale di Danilo da Fiumicino (pesce finto compreso), Casa Linetti, La vera storia di Babbo Natale raccontata da Lucarelli nell’ultima puntata di Dee Giallo. Quell’atmosfera che ti fanno respirare attraverso l’etere che pare d’esser lì a chiacchierare con loro, seduti su uno sgabello alto, tra una fetta di panettone e una bollicina.

Sedermi sulle ginocchia di mia madre, giusto due minuti. Quarantasei io, ottanta lei. Ma.

Giocare a carte con gli amici. Bestia, Petrangola, Mercante in fiera, Poker. Ma anche quelli di cui nessuno ricorda mai le regole, e si finisce per improvvisare improbabili varianti degli originali. Ci spenniamo e rigiochiamo tutte le vincite, nessuno è mai uscito col portafoglio più gonfio che all’arrivo.

La pecora aliena che ho sempre aggiunto al presepe di mia madre. Tecnicamente è un montone, con le corna arrotolate, di un improbabile colore rosso ciliegia. La sua presenza non è mai stata messa in discussione, esiste da circa quarant’anni.

img_1061Svaccarsi sulla panca vicino al camino in attesa che lasagna, cappelletti e parmigiana decidano di fumare insieme il calumet della pace nello stomaco. Che “Stasera no, non si cena”. Ma chissà come mai, alle sette e mezzo ci sono di nuovo i piatti sul tavolo.

Quest’anno avrà tutto un sapore un po’ diverso, non solo al palato.

E Buon Natale. Davvero.

 

Winter is Here

“Winter Has Come (Game of Thrones – S6 Soudtrack)” – Ramin Djawadi