After Diversamente Intelligente

Alle liste, agli elenchi da leggere e da scrivere non so resistere. Da piccola aprivo a caso lo striminzito elenco telefonico della mia città alla ricerca di nomi strani, invidiosa de tomi divisi per lettere degli amici romani che Treccani, scansati. Al cimitero sbirciavo le scritte sulle lapidi delle guerre per cercare i più vecchi di nascita, lo stesso macabro vizio l’ho ritrovato nel professore di italiano delle superiori che il lunedì ci aggiornava sulle new entry. La lista della spesa la scrivo su carta e la spunto al super con strappetti orizzontali sul margine sinistro.

Ma mi piacciono soprattutto quegli elenchi con cui fare outing senza ritegno sulla qualunque, dall’amore secretato per il ripetente del terzo banco all’orario preferito per chiudersi in pace al cesso. Dunque quando ho letto il post di Diamanta ci ho provato a resistere, davvero. Un giorno. Due. Poi ho scritto la mia versione.

A come Acqua. Tuffarmi, immergermi, scivolarci sopra. Guardarla con qualcuno accanto che capisce senza far domande. Se non capisce, sostituirlo con una Ichnusa Cruda molto fredda, le vendono qualche metro indietro.

B come Baci. Non c’è niente di più intimo, neanche il sesso.

C come Cucinare. Perché mi rilassa, perché sono curiosa, perché gli A.Y.C.E. possono chiudere anche tutti, per prendermi cura di me e delle persone per cui lo faccio, perché mangiare e nutrirsi son due concetti diversi, e io mangio.

D come la Donna che sono diventata. Il carattere non è cambiato ma è addolcito e un po’ smussato, e per la prima volta mi piaccio tutta, dentro e fuori. Con i miei gusti, le mie convinzioni, gli spigoli, le rughe intorno agli occhi, la pelle non più liscia e perfetta.

E come Estate. Il caldo afoso, le spiagge isolate, la vela, le nuotate in mare, i vestiti leggeri, i sandali col tacco, lo smalto colorato, il bicchiere del cocktail poggiato in fronte, le gocce di sudore che scivolano lungo la schiena.

F come Fotografia. Ça va sans dire.

G come Guardare. Le persone che mi interessano e quelle che amo, le guardo, ne osservo i dettagli, i movimenti, il modo in cui occupano lo spazio. Ci parlo guardandole negli occhi, dentro gli occhi. Per qualcuno è imbarazzante.

H come Home che non è come House. Home è il posto in cui tornare e da cui non sento il bisogno di uscire pochi minuti dopo. Quello che nel tempo assume le mie forme, acquista il mio odore, che parla di me senza dire una parola.

I come Inverno, ne ho bisogno tanto quanto dell’estate. L’aria fredda sulle guance arrossate, le prime brine, neve, ghiaccio, nebbia, i maglioni di lana, i ramponi che hanno sostituito gli sci, il punch al rum, il camino acceso, nascondere la testa sotto il piumone. D’estate spendo la sua ricarica, fanculo le stagioni inutili.

L come Libri da sfogliare, allineare, riaprire, guardare. Questione di sensi. I libri di carta sono vivi, nascono con l’odore di inchiostro e carta tiepida e invecchiano con me. Una volta ci tenevo che fossero nuovi e perfetti, ora la prima scelta è tra gli usati, che l’esser stati letti da altri è come un valore in più.

è tanta roba, del Mare e della Montagna ho già detto, son come due facce dello stesso posto da trattare con lo stesso rispetto. E poi Milano, la Musica, le M, Me.

N come Notte. From Dusk till Dawn, le mie ore sono quelle. Il buio, le mezze luci, i riflessi, i dettagli, i visi seminascosti dalle ombre, i colori prosciugati e riversati in uno scatto. Le parole scorrono libere e allegre, i bicchieri si svuotano più velocemente, le mani si trovano, i corpi si accolgono. Al mattino sono uno zombie, uno zombie felice.

O come Olfatto. Dei cinque sensi è quello che mi regala le sensazioni più immediate e involontarie. Tempie-schiena-stomaco-ventre in un nanosecondo.

P come Pane, Pasta, Parmigiana, Patate, Pizza, Pink Floyd, Pearl Jam, Police, Pratt, Pazienza, Puerto Escondido.  Qualcuno ha detto che le cose belle della vita o sono immorali, o sono illegali, oppure fanno ingrassare. E spesso iniziano per P, aggiungo io.

Q come Quadratura. Quella che cerco nelle cose e nelle persone, quella che è matematicamente impossibile da ottenere.

S come Sogni. “Sognate. Se non sapete sognare, siete morti.” (Jim Valvano, allenatore della North Carolina State University)

T come i Trip per le robe più improbabili, dai fuochi fatui durati un inverno come decoupage, craquelé, punto croce, modellismo navale, piante carnivore e lingue esotiche, a quelli che si ripropongono ciclicamente come la musica islandese o la maglia ai ferri. Fattor comune è il dotarmi ogni volta di materiale di livello semiprofessionale e/o libri e manuali da studiare neanche fosse la professione del futuro.

V come Victoria’s. Ognuno ha le sue debolezze, i suoi segreti.

Z come Zaino. I viaggi dei miei sogni, quelli fatti e quelli ancora nella wishlist, son tutti con lo zaino sulle spalle riempito del minimo indispensabile, almeno alla partenza. Il contenuto al rientro è sempre ampiamente discutibile e molto meno essenziale.

Lui è Heiðar Logi Elíasson, ed è il primo surfista islandese, l’integrale del trailer l’ho visto all’Ocean Film Festival. Splendido.

Quarantasette (You’ll Never Walk Alone)

Quella lì non è ovviamente la mia foto, se lo fosse avrei la fila alla porta. È che per sopravvivere da sole in questa giungla bisogna essere una via di mezzo tra la Lara Croft originale e la versione reboot.

Esplorare, risolvere enigmi, farsi male, rattopparsi, riprovare, avanzare un po’. Vorrei davvero potermi permettere qualcosa di diverso, di più umano e meno da incursore. Qualcosa di regalato. Un respiro nell’orecchio. Un posto sicuro dove appoggiare la testa. Ma gli appoggi prima o poi franano, e allora la testa può andare dove vuole ma i piedi, meglio tenerli così, piantati a terra.

Una insolita passione per l’arma bianca e il metallo, forgiata forse da un acciaio che è stato pane per mio padre prima ancora che per me. Passare una lama fredda e lucida sul palmo grattando la pelle, premendo quanto basta per sentire senza tagliare, magari incidere appena un po’ del primo strato di un polpastrello. Corto Maltese da bambino si accorse di non avere la linea della fortuna e se la fece da solo con un rasoio, io che volevo le impronte digitali personalizzate mi tagliuzzavo le punte e poi le stampavo con l’inchiostro sui lisci fogli da disegno Fabriano.

Tirare con l’arco è un desiderio insoddisfatto ma sono astigmatica e mi tremano le mani, finirei per ammazzare lo Yankee-doodle invece che colpire il bersaglio.
In quel modo poi mi ci vesto spesso, è l’alternativa comoda al tacco dodici e non ci sono grosse vie di mezzo. E i capelli, lo so, a una certa andrebbero accorciati, se n’è discusso persino tra Linus e Nicola. Ma non mi ci so ancora vedere col taglio della sciura, e invece coi riccioli scomposti o una coda alta per tenerli ordinati si.

C’è una parte di me che si rifiuta di crescere, forse più di una. No way.

Anche il video qui sotto non è esattamente lo stesso concerto che ho visto al Carroponte un paio di settimane fa ma loro erano sempre loro e coi Flogging Molly in apertura, e insomma, stavolta accontentatevi di ottimi surrogati.

Roba come questa quando l’ascolti la senti nello stomaco, soprattutto se è al volume giusto, in mezzo a qualche migliaio di persone e non riesci a sentire neanche la tua voce perché cantano tutti più forte di te.
Roba come questa serve per crederci.
Di roba come questa certi giorni ne ho bisogno, tipo oggi.
E prendetene a manciate anche voi, fa un gran bene.

MMHS


Weekend a Firenze Rocks, Samuel/Eddie Vedder e Prophets of Rage/System of a Down con Caronte che è fuoco incendiario come da previsioni meteo, le più azzeccate degli ultimi vent’anni. La prima sera scivola via tranquilla, la seconda si annuncia dalla nuvola rossastra che avvolge l’ippodromo già dal pomeriggio. La polvere sollevata da centomila piedi che si muovono s’appiccica alla pelle e incrosta i polmoni tra un pogo spontaneo e uno istigato dal palco, braccia e schiene sudate che inevitabilmente entrano in contatto. C’è più intimità qui tra sconosciuti che in tante camere da letto.
Ne usciamo sporche, stanche e con le schiene spezzate che insomma, i cinquanta iniziamo a intravederli e non siamo più abituate a questi tour de force.
Ma.
Ma Samuel dei Subsonica invece dei Cranberries è stata una sorpresa inaspettata, per me e anche per lui che aveva il biglietto da spettatore.
Ma Eddie Vedder attacca con Elderly Woman e passa per Wishlist, I am mine, Unthought Known e Society. Le cover di Brain Damage, Comfortably Numb e Rockin’ in the Free World. E Black per Chris Cornell, cantata all’unisono da tutti, brividi lungo la schiena nonostante i quaranta gradi intorno.
Ma i Prophets of Rage li aspettavo curiosa, che se metti insieme pezzi dei Rage Against the Machine e dei Public Enemy, qualcosa di bello ne deve uscire per forza. Che i piedi, le mani e tutto il resto del corpo si muovono da soli a partire dall’attacco di Prophets of Rage fino a Bullet in the Head e Killing in the Name. E Like a Stone degli Audioslave cantata con Serj Tankian, altro brivido.
Ma si che ne è valsa la pena di inghiottire tutta la polvere per i SOAD e B.Y.O.B., Lonely Day, Aerials e Toxicity.
Ma di foto non ce n’è praticamente nessuna a parte un paio di “souvenir”, che i concerti me li sono goduti con gli occhi e con le orecchie.
Ma ho comprato le magliette del tour.
Ma figa, erano anni che non mi divertivo così tanto.
Ma già che c’eravamo, ci siamo fatte anche i Depeche Mode a Milano ieri sera, che ci siamo cresciute insieme e mica è colpa nostra se l’hanno messi tutti così appiccicati.

Quasi cinque giorni con un’inedita combinazione di M, H ed S, e niente, l’ultima se n’è andata a mezzogiorno e già mi mancano.
E adesso, con la pioggia scrosciante là fuori, avrei bisogno solo di questo. Questo e poco altro.

“Just Breathe” – Pearl Jam

1984 – Il Moncler, le Timberland

Mio padre era operaio in acciaieria, mia madre sarta ma aveva smesso di lavorare per occuparsi della famiglia, una sorella che dopo il liceo classico aveva iniziato l’università a Roma e almeno il primo anno voleva star lì.

Io che ero approdata al tecnico-commerciale meglio noto come ragioneria, prototipo della scuola proletaria del periodo, mi ero ritrovata nell’unica classe in cui avevano ammucchiato tutti i figli di papà, i vorreimanonposso del liceo che non sarebbero mai arrivati all’università e dunque meglio un pezzo di carta con 35 e due figure che niente.

paninaro3Il secondo anno non me lo scorderò mai. 1984, esplode la moda dei Paninari che da Milano era arrivata anche lì. Se non avevi lo zaino dell’Invicta, i 501 con le toppe Naj-Oleari, la felpa Best Company sotto il Moncler e le Timberland ai piedi, non eri nessuno. Io non ce l’avevo e non ero la bella della classe, dunque non ero nessuno. Peggio ancora, ero la secchiona con gli occhiali a cui ci si rivolgeva solo per farsi passare i compiti. E infatti, con la scusa che cade proprio a metà estate, al mio compleanno non veniva mai nessuno della classe. Li odiavo per questo ma dovevo comunque conviverci, e se l’autostima non è la tua dote principale, a quattordici anni si fa presto a finire a terra e a sentirsi meno di zero. Avevo un cotta per un compagno che transitò nella classe solo quell’anno, non era bello ma aveva gli occhi di colore diverso e a me le imperfezioni sono sempre piaciute. Era anche lui uno del branco, con alle spalle una famiglia che poteva permettersi qualunque cosa chiedesse.

Alla festa dei miei diciotto anni nessuno di loro si presentò, un nodo allo stomaco a guardare metà delle sedie rimaste vuote. Oggi mi dico colpa tua che li avevi pure invitati, ma allora non capivo un cazzo di come va la vita, di quello che conta e quello che no.

Ho tagliato i ponti il giorno stesso degli esami, nessuno dei miei amici ha a che fare con la scuola e alle cene che hanno organizzato negli anni a seguire non sono mai andata. Tranne a una, quindici anni dopo. L’ho fatto per vedere come erano diventati, chi aveva fatto strada, chi si era perso.

Li ho ascoltati parlare di case al mare a Villa Rosa e Giulianova, di figli futuri campioni di qualche sport, di carriere in banca, di mobili che non si vendono più come una volta, del rappresentate d’istituto rivisto su un programma alla tivvù e di quella del terzo banco che lo sai, alla fine c’è riuscita a farsi assumere in ospedale e s’è passata tutti i medici del reparto, ma d’altra parte era inevitabile che finisse così .

Li ho guardati come allo zoo si guardano gli animali nati in cattività, rinchiusi in spaziose e confortevoli gabbie. Stanno bene, perché i pinguini non lo sanno che esiste l’oceano, la gazzella non ha mai visto né i leoni e né la savana, e l’orso ha tutti i giorni un secchio pieno di salmoni. Di lupi non ce ne sono mai stati.

Il Moncler non l’ho mai comprato e mai lo comprerò, le Timberland invece si. Anche quest’anno all’inizio di settembre mi faranno venir voglia di chiudere gli occhi per riaprirli che è già metà novembre.

“School” – Supertramp (Paris, 1979)

WannaCry

Il lunedì dura il doppio di uno normale grazie al ransomware del weekend. WannaCry, l’hanno chiamato così, rende l’idea di chi è stato infettato. Nessun problema ai server da noi, ma controlli a tappeto ovunque transiti anche un solo bit. Dalle sette in poi sola in ufficio, ascolto i Dropkick Murphys e medito sulla data dell’11 luglio al Carroponte. Milano è il paese dei balocchi. Poco dopo le undici sono a casa, slaccio le Nike, le sfilo coi piedi e le lascio in fondo al letto.
Il martedì s’allunga per gli strascichi del weekend e qualche altra occasionale scocciatura, ma con gli anfibi ai piedi è una passeggiata.
Oggi è solo mercoledì ma sembra già venerdì per quantità e densità di ore lavorate in tre giorni. E per l’insofferenza alle scarpe che ho messo stamattina. Ho inaugurato la stagione sandali con un paio che avrei dovuto buttare l’anno scorso, peccato che non me lo ricordavo. Sono solo otto centimetri e con la zeppa, ma mi fanno un male cane, di quel dolore che non si sente subito ma che dopo un po’ è atroce.
Alla mezza un’insana necessità di carboidrati sfocia in una Regina di bassissimo livello, l’unico difetto che posso lamentare di Milano fino ad oggi è che la pizza fa mediamente schifo. Sopra la pizza, una Skype call con colleghi inglesi, tedeschi e rumeni che è altrettanto indigesta, prestare attenzione al cambio di accento e di interpretazione della lingua comune non è agevole, la responsabile del progetto sono io e se non capisco qualcosa son cazzi miei.
E i sandali non sono d’aiuto.
Alle tre ho una voglia irrefrenabile di lanciarli fuori dalla finestra e camminare scalza per l’ufficio, alle cinque mi taglierei i piedi all’altezza delle caviglie, alle sette esco barcollante, qualche pedalata e sono finalmente a piedi nudi sul parquet di casa.
E’ come riprendere a respirare dopo essere stati costretti a un’apnea prolungata oltre le proprie possibilità.

Non sono mai stata ordinata con le scarpe, certi giorni mi ritrovo il letto circondato prima di decidermi a rimetterle a posto. Ma quelle due paia, insieme alle décolleté rosse, sono speciali, sono sempre lì. Potrei fare a meno di tutte le altre perché ridotto ai minimi termini, io sono quelle scarpe. Sono l’anfibio nero che se ne sbatte della pioggia e del freddo e anzi si diverte ancora a saltare nelle pozzanghere. Sono le Nike sporche, rovinate e coi buchi del tempo, ma che resistono e hanno finalmente raggiunto il colore giusto, che il bianco candido di appena comprate era insopportabile. Sono il rosso del tacco dodici, sfacciato, sregolato, eccessivo. 

Ho ancora voglia di carboidrati, quando lavoro tanto non riesco a sfamarmi con un’insalatina. Ho messo in forno la lasagna e nell’attesa bevo un gin tonic come si deve. Meritato.

“Fortunate Son” – Dropkick Murphys

A.A.A. (Acrofobia, Aerobica, Arrampicata)

A.A.A. (Acrofobia, Aerobica, Arrampicata)

Acrofobia: (dal greco antico ἄκρον, ákron, “cima, sommità” e φόβος, phóbos, “paura”) è la paura delle altezze e dei luoghi elevati.

Danijel Žeželj – Artwork from Sumi/Grid Exhibitions (*)

Intorno ai dieci anni avevo un sogno ricorrente, quello di cadere nel vuoto. Cercavo di svegliarmi ma ci riuscivo solo dopo un tempo che mi sembrava lunghissimo. Sudata, col respiro pesante e i crampi allo stomaco, come se stesse succedendo davvero. E’ durato qualche anno, poi non è più successo.

Cresciuta, non avevo paura di niente. Pattini a rotelle, montagne russe e giochi voltastomaco, brevetto sub per 40 metri e notturne e relitti pesantemente utilizzato, funivie e piste anche nere finché non mi sono rotta un crociato (da ferma, per altro).

L’idea di fare cose tipo ginnastica artistica o danza non m’ha mai sfiorata, sai quando si dice non sei portata. Immagino che i miei genitori se ne fossero accorti ben prima di me, a cinque anni mi avevano già lanciata nell’acqua di una piscina. Un’amica delle superiori tentò di convertirmi all’aerobica, ma dopo la prima lezione fu chiaro a tutti che era tempo perso. Mentre le altre ripetevano agevolmente l’ultima sequenza della coreografia, io ancora non riuscivo a ricordarne l’inizio. La prima volta che sono salita sopra Stromboli era il 1995. Percorso abbastanza impegnativo, novecento metri di dislivello con tratti ripidi da fare aiutandosi con le mani e un costone molto stretto con il vuoto ai due lati, motivi per cui è sconsigliato a chi soffre di vertigini. Nessun problema a farlo.

Poco dopo i trent’anni qualcosa è cambiato. Non so dire esattamente quando o come, ma ho iniziato ad aver paura dell’altezza. Le Torri Gemelle a Mirabilandia, affacciarsi dall’ultimo piano, le passeggiate in montagna quando il sentiero correva accanto a uno strapiombo. Persino guardare qualcuno vicino al vuoto mentre io ero più all’interno mi dava fastidio. Stesse sensazioni del sogno, stesse reazioni fisiche, per cose che avevo sempre fatto. In quel periodo avevo ben altro a cui pensare e ho semplicemente accantonato il problema. Se lo conosci, lo eviti. Ripensandoci ora, il momento storico potrebbe non essere stato un caso.

A quasi vent’anni di distanza dalla prima volta sono tornata a Stromboli. Non ricordavo le difficoltà, ma sapere d’averlo già fatto mi dava sicurezza e tranquillità. Primo errore. Arrivati al tratto più ripido mi sono guardata alle spalle. Secondo errore. Non riuscivo più a muovermi. La guida è stata brava ad accorgersene subito, “guarda solo me e sali”. L’aiuto necessario a superare il momento di panico.

Due settimane fa ho avuto l’occasione di provare l’arrampicata in una palestra dedicata, e mi sono detta “ok, il problema non è fisico ma di testa, dunque ci provo e vediamo che succede”. Esperienza ripetuta in falesia sabato scorso. Roba semplice da neofiti, eh.
Primo percorso, titubante e a zig zag.
Secondo, dritta e senza grosse esitazioni.
Terzo, in difficoltà all’inizio che non sapevo dove e come prendere gli appigli, poi è andata.
Quarto, come cazzo ho fatto a farlo. Acqua che scendeva a sinistra, un masso sporgente da superare, i piedi dritti sulla roccia puntati a 90°. Una via di mezzo tra Spiderman e uno stambecco, che li vedi fermi su pareti quasi verticali e ti chiedi, appunto, come cazzo fanno.

Però che figata. C’è una componente psicologica enorme. Ti spinge a credere in te, a gestire le difficoltà e i momenti di panico. Che sei lì a metà parete, guardi e riguardi ma non ci sono appigli per le mani, puoi affidarti solo ai piedi. Che non vedi. Ti dici che no, mollare e tornare indietro non è un’opzione, e allora cerchi di saggiare la roccia coi piedi, fai un bel respiro poi li punti e sali comunque. E quando arrivi lassù, hai vinto, contro te stesso. Se lo conosci, lo affronti. Ok, ci ho messo tre anni per arrivarci e non è che sia già tutto risolto, però guardare in giù con la sicurezza dell’imbraco addosso non è stato così terribile.

La mattina dopo ho scoperto di avere dei muscoli che iniziano sul lato esterno del ginocchio e finiscono appena sotto l’anca. Poi altri sotto l’avambraccio, ma soprattutto ce ne sono tra i gomiti e il lato posteriore delle spalle. Credo si chiamino tricipiti, e sono proprio sicura di non averceli mai avuti. Devono essermi spuntati durante la notte.
Oggi ho comprato l’attrezzatura di base, dalla prossima settimana si fa sul serio.

“Born To Be Wild (Easy Rider)” – Steppenwolf

(*) A huge thanks to Danijel Žeželj for giving me the permission to put his beautiful artwork in this post (http://dzezelj.com/calendar/57/18/grid)

Quelle come me

Quelle come me

Quelle come me ascoltano i consigli di tutti ma non ne seguono neanche uno
Quelle come me stringono gli occhi quando la vita le prende a schiaffi ma si commuovono sul finale di Logan e sul credo di Freccia
Quelle come me in bagno ci tengono Diabolik e Alan Ford
Quelle come me se il bicchiere non è mezzo pieno trovano qualcosa da metterci dentro
Quelle come me fanno il brunch coi pancake, ma godono con la parmigiana fatta in casa
Quelle come me non sanno chi è Violetta, e non gliene frega un cazzo di saperlo
Quelle come me s’affezionano all’auto e non la cambiano neanche se è prossima ai duecentocinquantamila, che a guardarla non si direbbe
Quelle come me la vorrebbero sempre pulita ma lei non ha ancora imparato ad andare da sola all’autolavaggio
Quelle come me s’affezionano anche alle persone, ma quasi sempre di nascosto
Quelle come me iniziano ad arrampicare perché soffrono di vertigini
Quelle come me si comprano il trapano per fare un singolo buco sul muro e il fattoapposta per la qualunque
Quelle come me vivono male perché non si accontentano. Di una casa qualsiasi, di un uomo qualsiasi, di amici qualsiasi e neanche di un gin qualsiasi
Quelle come me credono nei riff di Keith Richards. E nel genio di Roger Waters.
Quelle come me puntano la sveglia alle sei e mezzo per cazzeggiare a letto fino alle otto
Quelle come me sbattono la testa alle pareti in quaranta metri quadri calpestabili, ma gli basta guardarne uno d’acqua per calmarsi
Quelle come me odiano i selfie ma amano fotografarsi i piedi
Quelle come me amano i tortelli alla vigilia e i botti a capodanno, ma le barzellette non le hanno mai sapute raccontare
Quelle come me guardavano l’NFL la domenica mattina col commento di Bagatta e sanno contare i punti a freccette
Quelle come me rifanno il letto quando ne hanno voglia e sparecchiano la tavola la mattina dopo
Quelle come me ti guardano negli occhi
Quelle come me s’addormentano scomposte su un divano scomodo e troppo corto sognandone uno morbido e accogliente
Quelle come me tifano Inter, e non potrebbe essere altrimenti. Punto.

Hotel California

‘Relax’ said the night man
‘We are programmed to receive
You can check out any time you like
But you can never leave’

“The Eagles – Hotel California”

How to restart from scratch

How to restart from scratch

Lasciare il posto in cui hai lavorato per venticinque anni un venerdì di fine gennaio salutando quasi tutti gli ex-colleghi. Due giorni dopo, caricare nel bagagliaio uno zaino e due trolley da cabina e imboccare l’autostrada al casello di Orte, da sola. Uscire a Milano Sud con in tasca il numero di una ragazza mai vista di persona che ti consegnerà le chiavi di una mansarda che neanche quella hai mai visto di persona. Salire con l’ascensore, chiudersi alle spalle una porta che pesa quanto un ponte levatoio sollevato a mani nude. Passare le dita sul bordo del tavolo, guardare fotografie di persone che non conosci, scorrere le costole dei libri stipati nella Bonde, saggiare la consistenza del materasso, tendere l’orecchio per identificare rumori che al nono piano arrivano solo ovattati, fare la lista della spesa e delle stoviglie mancanti. Addormentarsi coi vestiti addosso, svegliarsi con un’alba di un arancio imbarazzante. Doccia, pantaloni, scarpe basse. Riaprire il ponte levatoio, poi via. Ricominciare da zero, imparare da zero. From scratch.

01.02.2016

Il profilo dei tetti, il bagliore di San Siro, i tre piani del nuovo ufficio, i nomi dei colleghi, i palazzi specchiati, le case di ringhiera, il rumore dei tram notturni, il sole che incendia l’aria e tinge l’acqua, il disorientamento che avverti quando demoliscono uno stabile e scopri quelli dietro, come a sfondare una finestra murata, i dossi nel viale del parco, gli alberi con più foglie per fermarsi a leggere, le guglie del Duomo, i mercati del sabato, il tram alle spalle che ti obbliga a salire con la bici sul marciapiede e la sciura che ti rimprovera per averlo fatto, spegnere google maps per sfidarti a perderti, perderti ancora, ritrovarti. Uscire anche da sola che non è vero che Milano ci accoglie a braccia conserte come canta Tangoqualcuno. C’è sempre da fare e puoi tirar tardi a parlar di fotografia col tipo dello sgabello accanto mentre il barman ti fa sniffare quattro bottiglie diverse per scegliere il gin giusto. Mangiare cotolette, risotti, ossi buchi, zuppe e verze e formaggi e alici, sapori che danno assuefazione. La ravioleria in Paolo Sarpi, gli hot-dog del camioncino sopra la Darsena e la birra di quello appena a fianco, e quando ti fermi a bere lì, coi gomiti sulla balaustra, ripensare a un bacio iniziato sotto un sole da quaranta gradi fregandosene del sudore addosso, delle zanzare e dei turisti intorno. La sciura alle casse del super che si gira e ma chissà quando smetterà di piovere, che sa, sono anziana e mi fanno male le ossa, e poi questo sabato volevo andare da mia sorella che è già due settimane, ma comunque le telefono tutti i giorni, ci siam più solo noi due, i figli hanno sempre tanto da fare. Traslocare una volta, due, tre, e si vede sempre la Madonnina. Sapere che non sarà l’ultima, ma la prossima durerà di più e potrai dormire sul divano con le ginocchia distese e magari guardare un film invece che la lavastoviglie, imparerai un altro microcosmo, un altro bar da colazione, altri tetti, altri vicini, altre scale. Aggiungere gli ingredienti un poco alla volta poi mescolarli tutti insieme, per ricreare infine quella combinazione di luci, colori, odori, sapori, rumori, ombre e visi, che è solo tua e ti sta addosso come un paio di jeans portati così tanto da aver preso le tue forme.

Lucio Dalla non è mai stato nelle mie corde, ma credo che abbia guardato questa città un po’ come la sto guardando io adesso. A parte la questione della squadra di calcio.

“Milano”

Milano vicino all’Europa
Milano che banche che cambi
Milano gambe aperte
Milano che ride e si diverte
Milano a teatro
un ole’ da torero
Milano che quando piange
piange davvero
Milano Carabinieri Polizia
che guardano sereni
chiudi gli occhi e voli via

Milano a portata di mano
ti fa una domanda in tedesco e ti risponde in siciliano
poi Milan e Benfica
Milano che fatica
Milano sempre pronta al Natale
che quando passa piange e ci rimane male
Milano sguardo maligno di Dio
zucchero e catrame

Milano ogni volta
che mi tocca di venire
mi prendi allo stomaco mi fai morire
Milano senza fortuna mi porti con te
sotto terra o sulla luna
Milano tre milioni
respiro di un polmone solo
che come un uccello
gli sparano
ma anche riprende il volo
Milano lontana dal cielo
tra la vita e la morte
continua il tuo mistero

Milano tre milioni
respiro di un polmone solo
che come un uccello
gli sparano
ma anche riprende il volo
Milano perduta dal cielo
tra la vita e la morte
continua il tuo mistero

Nothing as it seems 

Niente è mai come sembra, mai.

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“Nothing As It Seems” – Pearl Jam