Viaggio Immaginario

“Avevi ragione: in fondo, sto cercando un compagno per un viaggio immaginario. Ma hai sbagliato nel dire che forse non ho bisogno di un compagno reale. È esattamente il contrario: ho bisogno di un compagno reale per il mio viaggio immaginario”.
(David Grossman, Che tu sia per me il coltello)

“You do something to me” – Paul Weller

Ancora Tre

Primo caffè della mattina, al solito bar vicino all’ufficio.
Sfoglio Metro distrattamente come tutti i giorni, in piedi e con la tazzina in mano. Siamo pur sempre nella capitale del Dio denaro e andiamo tutti di corsa, non ci prendiamo il tempo neanche per le piccole cose. Nemmeno io che ne potrei avere d’avanzo.
Alla terza pagina c’è un trafiletto, uno di quelli che avrei voluto non leggere, anzi, non avrebbe proprio dovuto esserci. Di riportare il testo non c’è bisogno, basta e avanza il titolo.

Chissà chi eravate, quali erano i vostri nomi, com’erano le vostre vite.
Non mi sento di scrivere niente, c’è chi lo ha già fatto meglio di quanto potrei mai fare io.

https://memoriediunavagina.wordpress.com/2016/11/22/a-scuola-di-consenso/

Mi sento solo di aggiungere questo:

A.A.A. (Acrofobia, Aerobica, Arrampicata)

A.A.A. (Acrofobia, Aerobica, Arrampicata)

Acrofobia: (dal greco antico ἄκρον, ákron, “cima, sommità” e φόβος, phóbos, “paura”) è la paura delle altezze e dei luoghi elevati.

Danijel Žeželj – Artwork from Sumi/Grid Exhibitions (*)

Intorno ai dieci anni avevo un sogno ricorrente, quello di cadere nel vuoto. Cercavo di svegliarmi ma ci riuscivo solo dopo un tempo che mi sembrava lunghissimo. Sudata, col respiro pesante e i crampi allo stomaco, come se stesse succedendo davvero. E’ durato qualche anno, poi non è più successo.

Cresciuta, non avevo paura di niente. Pattini a rotelle, montagne russe e giochi voltastomaco, brevetto sub per 40 metri e notturne e relitti pesantemente utilizzato, funivie e piste anche nere finché non mi sono rotta un crociato (da ferma, per altro).

L’idea di fare cose tipo ginnastica artistica o danza non m’ha mai sfiorata, sai quando si dice non sei portata. Immagino che i miei genitori se ne fossero accorti ben prima di me, a cinque anni mi avevano già lanciata nell’acqua di una piscina. Un’amica delle superiori tentò di convertirmi all’aerobica, ma dopo la prima lezione fu chiaro a tutti che era tempo perso. Mentre le altre ripetevano agevolmente l’ultima sequenza della coreografia, io ancora non riuscivo a ricordarne l’inizio. La prima volta che sono salita sopra Stromboli era il 1995. Percorso abbastanza impegnativo, novecento metri di dislivello con tratti ripidi da fare aiutandosi con le mani e un costone molto stretto con il vuoto ai due lati, motivi per cui è sconsigliato a chi soffre di vertigini. Nessun problema a farlo.

Poco dopo i trent’anni qualcosa è cambiato. Non so dire esattamente quando o come, ma ho iniziato ad aver paura dell’altezza. Le Torri Gemelle a Mirabilandia, affacciarsi dall’ultimo piano, le passeggiate in montagna quando il sentiero correva accanto a uno strapiombo. Persino guardare qualcuno vicino al vuoto mentre io ero più all’interno mi dava fastidio. Stesse sensazioni del sogno, stesse reazioni fisiche, per cose che avevo sempre fatto. In quel periodo avevo ben altro a cui pensare e ho semplicemente accantonato il problema. Se lo conosci, lo eviti. Ripensandoci ora, il momento storico potrebbe non essere stato un caso.

A quasi vent’anni di distanza dalla prima volta sono tornata a Stromboli. Non ricordavo le difficoltà, ma sapere d’averlo già fatto mi dava sicurezza e tranquillità. Primo errore. Arrivati al tratto più ripido mi sono guardata alle spalle. Secondo errore. Non riuscivo più a muovermi. La guida è stata brava ad accorgersene subito, “guarda solo me e sali”. L’aiuto necessario a superare il momento di panico.

Due settimane fa ho avuto l’occasione di provare l’arrampicata in una palestra dedicata, e mi sono detta “ok, il problema non è fisico ma di testa, dunque ci provo e vediamo che succede”. Esperienza ripetuta in falesia sabato scorso. Roba semplice da neofiti, eh.
Primo percorso, titubante e a zig zag.
Secondo, dritta e senza grosse esitazioni.
Terzo, in difficoltà all’inizio che non sapevo dove e come prendere gli appigli, poi è andata.
Quarto, come cazzo ho fatto a farlo. Acqua che scendeva a sinistra, un masso sporgente da superare, i piedi dritti sulla roccia puntati a 90°. Una via di mezzo tra Spiderman e uno stambecco, che li vedi fermi su pareti quasi verticali e ti chiedi, appunto, come cazzo fanno.

Però che figata. C’è una componente psicologica enorme. Ti spinge a credere in te, a gestire le difficoltà e i momenti di panico. Che sei lì a metà parete, guardi e riguardi ma non ci sono appigli per le mani, puoi affidarti solo ai piedi. Che non vedi. Ti dici che no, mollare e tornare indietro non è un’opzione, e allora cerchi di saggiare la roccia coi piedi, fai un bel respiro poi li punti e sali comunque. E quando arrivi lassù, hai vinto, contro te stesso. Se lo conosci, lo affronti. Ok, ci ho messo tre anni per arrivarci e non è che sia già tutto risolto, però guardare in giù con la sicurezza dell’imbraco addosso non è stato così terribile.

La mattina dopo ho scoperto di avere dei muscoli che iniziano sul lato esterno del ginocchio e finiscono appena sotto l’anca. Poi altri sotto l’avambraccio, ma soprattutto ce ne sono tra i gomiti e il lato posteriore delle spalle. Credo si chiamino tricipiti, e sono proprio sicura di non averceli mai avuti. Devono essermi spuntati durante la notte.
Oggi ho comprato l’attrezzatura di base, dalla prossima settimana si fa sul serio.

“Born To Be Wild (Easy Rider)” – Steppenwolf

(*) A huge thanks to Danijel Žeželj for giving me the permission to put his beautiful artwork in this post (http://dzezelj.com/calendar/57/18/grid)

L’oroscopo della settimana

Io non è che sia mai stata una lettrice accanita dell’oroscopo, posso credere al massimo che ci sia del vero nel segno zodiacale (e c’è da dire che i difetti del Leone io ce l’ho tutti +1), ma quello pubblicato da Rob Brezsny sull’Internazionale non è un oroscopo qualsiasi e poi mi piace che inizia di giovedì, quindi un’occhiata ogni tanto gliela do.

Quello che inizia oggi è uno dei più plausibili che mi sia capitato di leggere, pare quasi che Rob abbia puntato il satellite-spia dritto su di me. Per i pigri che non hanno voglia di cliccare sul link (e poi leggersi il proprio), questo è:

Se siete curiosi di sapere come funziona l’oroscopo di Brezsny, suggerisco di cliccare qui (e cliccate numerosi, che quello lì è uno dei blog che indiscutibilmente non puoi non conoscere)

La musica invece può essere discutibilissima, ma è d’obbligo.

“Aquarius/Let the Sunshine in” – The Fifth Dimension

Saturday Night

“Prima tu prendi un drink, poi il drink ne prende un altro, e infine il drink prende te”

(Francis Scott Fitzgerald)

“Come Together” – Paul Weller, Paul McCartney & Noel Gallagher

 

Quelle come me

Quelle come me

Quelle come me ascoltano i consigli di tutti ma non ne seguono neanche uno
Quelle come me stringono gli occhi quando la vita le prende a schiaffi ma si commuovono sul finale di Logan e sul credo di Freccia
Quelle come me in bagno ci tengono Diabolik e Alan Ford
Quelle come me se il bicchiere non è mezzo pieno trovano qualcosa da metterci dentro
Quelle come me fanno il brunch coi pancake, ma godono con la parmigiana fatta in casa
Quelle come me non sanno chi è Violetta, e non gliene frega un cazzo di saperlo
Quelle come me s’affezionano all’auto e non la cambiano neanche se è prossima ai duecentocinquantamila, che a guardarla non si direbbe
Quelle come me la vorrebbero sempre pulita ma lei non ha ancora imparato ad andare da sola all’autolavaggio
Quelle come me s’affezionano anche alle persone, ma quasi sempre di nascosto
Quelle come me iniziano ad arrampicare perché soffrono di vertigini
Quelle come me si comprano il trapano per fare un singolo buco sul muro e il fattoapposta per la qualunque
Quelle come me vivono male perché non si accontentano. Di una casa qualsiasi, di un uomo qualsiasi, di amici qualsiasi e neanche di un gin qualsiasi
Quelle come me credono nei riff di Keith Richards. E nel genio di Roger Waters.
Quelle come me puntano la sveglia alle sei e mezzo per cazzeggiare a letto fino alle otto
Quelle come me sbattono la testa alle pareti in quaranta metri quadri calpestabili, ma gli basta guardarne uno d’acqua per calmarsi
Quelle come me odiano i selfie ma amano fotografarsi i piedi
Quelle come me amano i tortelli alla vigilia e i botti a capodanno, ma le barzellette non le hanno mai sapute raccontare
Quelle come me guardavano l’NFL la domenica mattina col commento di Bagatta e sanno contare i punti a freccette
Quelle come me rifanno il letto quando ne hanno voglia e sparecchiano la tavola la mattina dopo
Quelle come me ti guardano negli occhi
Quelle come me s’addormentano scomposte su un divano scomodo e troppo corto sognandone uno morbido e accogliente
Quelle come me tifano Inter, e non potrebbe essere altrimenti. Punto.

Hotel California

‘Relax’ said the night man
‘We are programmed to receive
You can check out any time you like
But you can never leave’

“The Eagles – Hotel California”

The Masterplan

“I’m not saying right is wrong
It’s up to us to make
The best of all the things
That come our way
‘cause everything that’s been has passed
The answer’s in the looking glass
There’s four and twenty million doors
On life’s endless corridor
Say it loud and sing it proud today”

“The Masterplan” – Oasis

Take the time to make some sense
Of what you want to say
And cast your words away upon the waves

And sail them home with acquiesce
On a ship of hope today
And as they land upon the shore
Tell them not to fear no more
Say it loud, and sing it proud today

And then dance if you wanna dance
Please brother take a chance
You know they’re gonna go
Which way they wanna go
All we know is that we don’t
Know how it’s gonna be
Please brother let it be
Life on the other hand
Won’t make us understand
We’re all part of the masterplan

Say it loud and sing it proud today

I’m not saying right is wrong
It’s up to us to make
The best of all the things
That come our way
‘cause everything that’s been has passed
The answer’s in the looking glass
There’s four and twenty million doors
On life’s endless corridor
Say it loud and sing it proud today

We’ll dance if they wanna dance
Please brother take a chance
You know they’re gonna go
Which way they wanna go
All we know is that we don’t
Know how it’s gonna be
Please brother let it be
Life on the other hand
Won’t make you understand
We’re all part of the masterplan

Rage, rage against the dying of the light

Rage, rage against the dying of the light

“Do not go gentle into that good night,
Old age should burn and rave at close of day
Rage, rage against the dying of the light”

Notte di fantascienza. Mi piace, m’è sempre piaciuta, da leggere e da guardare. Cronache Marziane, Fahrenheit 451, la Guida Galattica, Alien, Guerre Stellari. Enki Bilal è stato una folgorazione, è iniziato tutto da lui. Blade Runner è intriso della sua Trilogia Nikopol, e non sono solo io a dirlo. Roba così come fai a non leggerla e rileggerla, a non vederla e rivederla (Se c’è qualcuno non ha mai letto Bilal, che corra ai ripari, se c’è qualcuno che non ha mai visto Blade Runner, addio).

Back to last night.

Arrival al cinema, Interstellar a seguire a casa (e grazie a te che m’hai fatto conoscere altadefinizione e a te che m’hai fatto comprare Chromecast). Interstellar non l’avevo ancora visto, mea culpa, ma era uscito al cinema nel mio periodo buio. Che sono il tipo da maratone s’è capito, e dunque ci ho fatto le tre di notte. Il suggerimento è arrivato da un amico che qualche sera fa mi ha detto che la poesia di Dylan Thomas citata nel film gli ricorda me, e che nel film acquista una forza particolare. Do not go gentle into that good night la conosco bene, è resident da qualche parte nella mia memoria. C’è un negozio a Firenze che vende scarpe di quella marca che inizia per H e che vaderetrosatana, ma il locale è bellissimo, allestito in una vecchia farmacia coi mobili dell’epoca. Dietro alla cassa c’è uno scaffale che occupa quasi tutta la parete, con tanti piccoli cassetti in cui mettono lacci e minuterie. Ecco io la mia memoria la dipingerei così, come tanti cassettini. Alcuni li apro tutti i giorni, altri stanno lì e mi ricordo del contenuto solo quando qualcuno ne sollecita l’apertura. Quindi ho visto il film, e la poesia di Thomas è al posto giusto nel momento giusto. Non mollare, non darsi per vinti anche se è una fatica bestia, anche se l’impresa è difficile, anche se sarebbe più facile lasciarsi andare, lasciarsi trasportare dalla corrente. Spiega anche la koi che mi sono fatta tatuare sulla schiena.

Do not go gentle into that good night,
Old age should burn and rave at close of day;
Rage, rage against the dying of the light.

Though wise men at their end know dark is right,
Because their words had forked no lightning they
Do not go gentle into that good night.

Good men, the last wave by, crying how bright
Their frail deeds might have danced in a green bay,
Rage, rage against the dying of the light.

Wild men who caught and sang the sun in flight,
And learn, too late, they grieved it on its way,
Do not go gentle into that good night.

Grave men, near death, who see with blinding sight
Blind eyes could blaze like meteors and be gay,
Rage, rage against the dying of the light.

And you, my father, there on the sad height,
Curse, bless, me now with your fierce tears, I pray.
Do not go gentle into that good night.
Rage, rage against the dying of the light.

Fortitude

Fortitude

Complici la pioggia insistente e il wifi dei vicini, ho passato buona parte del weekend tappata in casa. Erano anni che non restavo una giornata a letto scendendo solo per necessità fisiologiche, l’ultima volta avevo trentanove di febbre e una sospetta polmonite. Cazzeggiando nel web sono arrivata alla pagina di una serie che mi ha incuriosito. Ho inizio a guardare e divorato le prime dodici puntate, della seconda parte ne sono ne uscite ancora solo due e già sto sulle spine per il seguito.

Fortitude è una piccola comunità delle Svalbard con più orsi polari che uomini, tanto che si è obbligati a girare col fucile a spalla. Immersa nella natura, con in corso un progetto per la costruzione di un hotel di ghiaccio per risollevarne l’economia all’esaurimento delle miniere. A Fortitude non nasce nessuno, e sono due le regole per poterci vivere: un tetto sulla testa e un lavoro per mantenersi (dunque non c’è delinquenza e non sono mai stati registrati crimini). E a Fortitude soprattutto non è permesso morire, perché il permafrost è come un gigantesco freezer che conserva tutto per millenni, compresi virus, batteri e un mammut che sembra essere l’origine di una serie di omicidi. La polizia, che mai ha avuto a che fare con un crimine, si trova il campo invaso da un detective arrivato da Londra per collaborare alle indagini. La comunità si scoprirà essere tutto tranne che tranquilla, ognuna delle persone che ha scelto di vivere in quel posto ha poco da perdere oppure tanto da nascondere e dimenticare.
Tra gli attori, il detective inglese è Stanley Tucci, lo Sceriffo è Beric Dondarrion del Trono di Spade, il fotografo Henry Tyson che apre la prima puntata è l’Albus Silente degli ultimi Harry Potter. Nella seconda serie, che sembra iniziare sganciata dalla prima, molti spariscono, qualcuno rimane, fuori Tucci, dentro Dennis Quaid.

Ciò che mi ha conquistata è l’ambientazione: la neve costantemente presente che sa nascondere e allo stesso tempo rivelare, i colori desaturati, il freddo intenso che è li ma sembra andare oltre i confini dello schermo, il vento che senti quasi fischiare nelle orecchie, e il ghiaccio di quella stessa laguna in cui tre anni fa ho passato due giorni meravigliosi tra gli iceberg (la serie è ambientata alle Svalbard ma girata in Islanda). Il freddo e la solitudine di quel posto fuori dal mondo, come tutte le condizioni estreme, distillano le anime e i rapporti che le legano eliminando il superfluo per conservare solo l’essenziale: la forza, le debolezze, le paure, le malvagità. Un po’ meno essenziale l’uso di sangue e budella sparse spesso in primo piano, ma rientra nel genere.

Guardatevi il trailer, e se vi piace, anche tutto il resto. La trama e la sceneggiatura qualche magagna ce l’hanno, ma vale il tempo speso per vederlo, se amate i ghiacci quanto me.

Quanto alle fotografie, le ho scattate io in alcuni dei luoghi in cui è stata girata la serie… Non è il posto più bello del mondo?
Ci tornerò, e la prossima volta sarà d’inverno.