La Torta Tenerina

La Torta Tenerina

Giornata piovosa in casa, postumi di una influenza insistente. Niente orologio, radio accesa, il portatile sulle ginocchia per sbrigare qualche urgenza d’ufficio. Il capo m’ha telefonato solo una volta, ma i pop-up continuano a lampeggiare nonostante l’off work impostato. Skype e i promemoria di Outlook sono gli strumenti più malefici di Microsoft.
Potrei restare tutto il giorno ad ammuffire sotto il piumone o sul divano davanti alla tivvù, ma senza far niente non ci so stare.
Dunque, come promesso a Mezzatazza, tento l’esperimento Tenerina.
Crosticina con le crepe fuori, morbida e umida dentro… è così che deve essere?

Quanto al sapore, come ho fatto stare senza fino ad oggi?

“La radio” – Eugenio Finardi

Merry Christmas

La vecchiaia è quando a Natale inizi a cucinare per tua madre invece di andare a mangiare da lei.

We Wish You A Metal Xmas And A Headbanging New Year”

“Milano è grigia”

“Somewhere I Belong” – Linkin Park

Traslocando #4


Dunque ho traslocato ancora, per la quarta volta in meno di due anni.
Stavolta però è diverso, e non perché ho dovuto pagare una ditta per spostare gli scatoloni, che di cose ne avevo accumulate. È che ci sono tutti i presupposti e le sensazioni per una roba che non sia a scadenza, per smettere di guardare gli annunci immobiliari e disattivare le notifiche di quelle due app che ho usato per cercare un nuovo tetto.

Perché con questa casa ci siamo capite subito, e a distanza di un mese già la amo. Perché i miei libri sono finalmente ordinati su due ripiani per genere e autore e son così belli da guardare, vecchi e nuovi, costole di colori e larghezze e altezze diverse. Come gli uomini in piazza, direbbe mia madre. Perché i chilometri a piedi e in bici sono drasticamente diminuiti, e quando esco dal lavoro torno dritta qua. Perché ho spostato la lezione di canottaggio del giovedì sera alla pausa pranzo. Perché i colori sono gli stessi che fuori, caldi, avvolgenti e amichevoli, e c’è un grande camino che si apre su due lati. Perché dal letto sul soppalco l’ultima cosa che guardo prima di addormentarmi è l’acqua del Naviglio. Perché appena mi sveglio sbricio la stessa finestra, sia mai capiti un po’ di nebbia. Perché le travi del tetto non riuscirei a stringerle neanche con quattro mani. Perché al bar sotto casa fanno musica due volte a settimana e un cioccolato caldo che vorrei avere la stessa lingua di Jim Carrey e Jeff Goldblum in Le ragazze della Terra sono facili per non lasciarne neanche un goccio. Di Jeff Goldblum a dire il vero apprezzerei anche tutto il resto. Perché ho una scrivania da ragioniere d’altri tempi con lo schedario e i divisori nei cassetti, e io ragioniera d’altri tempi lo sono, pur se non così lontani. E sotto il vetro ci ho messo un planisfero del National Geographic datato 1960 che se lo guardate, ha qualcosa di insolito che io stessa ci ho messo un po’ a capire quando l’ho trovato all’Old Spitalfields Market. Perché sorseggiare un gt o un calice di rosso guardando i tetti senza fine mi riempie una fetta di cuore. Perché ho portato qui la bilancina con cui da piccola aiutavo mio padre a far le cartucce. Perché coi due dell’appartamento vicino ho legato subito. Perché mi addormento sul divano col libro che mi cade addosso. Perché al mercato del sabato mattina c’è un ragazzo che vende uova freschissime e posso farci lo zabaione col caffè. Perché ditemi davvero cosa c’è di freddo e brutto e scostante in questa città.

Perché una casa non può dare la felicità, ma un’endovena di serenità si, ed è successo proprio come con lei. Non importa se anche questa di magagne ne ha, se è del 1900, se c’è qualche crepa e fili elettrici che corrono sugli angoli dipinti dello stesso colore dei muri; l’ho già detto più volte che la perfezione non fa per me. Se il parcheggio non è più di fronte al portone. Se la legna portata al quarto piano senza ascensore costa come lo zafferano. Se quando dimentico di prendere il pc ripasso a mente tutto il dizionario del perfetto scaricatore di porto. Che poi è sempre questione di guardar le cose dal punto di vista migliore, tra qualche mese avrò un lato B che squattiste da palestra, levatevi.

Qualcuno mi ha detto mentre cercavo che la casa perfetta non esiste, esiste quella con difetti che puoi accettare. Difetti a cui ti affezionerai e diventeranno parte inscindibile del pacchetto, aggiungo io.
Come per un uomo, come per una donna.

“Feeling Good” – Muse

After Diversamente Intelligente

Alle liste, agli elenchi da leggere e da scrivere non so resistere. Da piccola aprivo a caso lo striminzito elenco telefonico della mia città alla ricerca di nomi strani, invidiosa de tomi divisi per lettere degli amici romani che Treccani, scansati. Al cimitero sbirciavo le scritte sulle lapidi delle guerre per cercare i più vecchi di nascita, lo stesso macabro vizio l’ho ritrovato nel professore di italiano delle superiori che il lunedì ci aggiornava sulle new entry. La lista della spesa la scrivo su carta e la spunto al super con strappetti orizzontali sul margine sinistro.

Ma mi piacciono soprattutto quegli elenchi con cui fare outing senza ritegno sulla qualunque, dall’amore secretato per il ripetente del terzo banco all’orario preferito per chiudersi in pace al cesso. Dunque quando ho letto il post di Diamanta ci ho provato a resistere, davvero. Un giorno. Due. Poi ho scritto la mia versione.

A come Acqua. Tuffarmi, immergermi, scivolarci sopra. Guardarla con qualcuno accanto che capisce senza far domande. Se non capisce, sostituirlo con una Ichnusa Cruda molto fredda, le vendono qualche metro indietro.

B come Baci. Non c’è niente di più intimo, neanche il sesso.

C come Cucinare. Perché mi rilassa, perché sono curiosa, perché gli A.Y.C.E. possono chiudere anche tutti, per prendermi cura di me e delle persone per cui lo faccio, perché mangiare e nutrirsi son due concetti diversi, e io mangio.

D come la Donna che sono diventata. Il carattere non è cambiato ma è addolcito e un po’ smussato, e per la prima volta mi piaccio tutta, dentro e fuori. Con i miei gusti, le mie convinzioni, gli spigoli, le rughe intorno agli occhi, la pelle non più liscia e perfetta.

E come Estate. Il caldo afoso, le spiagge isolate, la vela, le nuotate in mare, i vestiti leggeri, i sandali col tacco, lo smalto colorato, il bicchiere del cocktail poggiato in fronte, le gocce di sudore che scivolano lungo la schiena.

F come Fotografia. Ça va sans dire.

G come Guardare. Le persone che mi interessano e quelle che amo, le guardo, ne osservo i dettagli, i movimenti, il modo in cui occupano lo spazio. Ci parlo guardandole negli occhi, dentro gli occhi. Per qualcuno è imbarazzante.

H come Home che non è come House. Home è il posto in cui tornare e da cui non sento il bisogno di uscire pochi minuti dopo. Quello che nel tempo assume le mie forme, acquista il mio odore, che parla di me senza dire una parola.

I come Inverno, ne ho bisogno tanto quanto dell’estate. L’aria fredda sulle guance arrossate, le prime brine, neve, ghiaccio, nebbia, i maglioni di lana, i ramponi che hanno sostituito gli sci, il punch al rum, il camino acceso, nascondere la testa sotto il piumone. D’estate spendo la sua ricarica, fanculo le stagioni inutili.

L come Libri da sfogliare, allineare, riaprire, guardare. Questione di sensi. I libri di carta sono vivi, nascono con l’odore di inchiostro e carta tiepida e invecchiano con me. Una volta ci tenevo che fossero nuovi e perfetti, ora la prima scelta è tra gli usati, che l’esser stati letti da altri è come un valore in più.

è tanta roba, del Mare e della Montagna ho già detto, son come due facce dello stesso posto da trattare con lo stesso rispetto. E poi Milano, la Musica, le M, Me.

N come Notte. From Dusk till Dawn, le mie ore sono quelle. Il buio, le mezze luci, i riflessi, i dettagli, i visi seminascosti dalle ombre, i colori prosciugati e riversati in uno scatto. Le parole scorrono libere e allegre, i bicchieri si svuotano più velocemente, le mani si trovano, i corpi si accolgono. Al mattino sono uno zombie, uno zombie felice.

O come Olfatto. Dei cinque sensi è quello che mi regala le sensazioni più immediate e involontarie. Tempie-schiena-stomaco-ventre in un nanosecondo.

P come Pane, Pasta, Parmigiana, Patate, Pizza, Pink Floyd, Pearl Jam, Police, Pratt, Pazienza, Puerto Escondido.  Qualcuno ha detto che le cose belle della vita o sono immorali, o sono illegali, oppure fanno ingrassare. E spesso iniziano per P, aggiungo io.

Q come Quadratura. Quella che cerco nelle cose e nelle persone, quella che è matematicamente impossibile da ottenere.

S come Sogni. “Sognate. Se non sapete sognare, siete morti.” (Jim Valvano, allenatore della North Carolina State University)

T come i Trip per le robe più improbabili, dai fuochi fatui durati un inverno come decoupage, craquelé, punto croce, modellismo navale, piante carnivore e lingue esotiche, a quelli che si ripropongono ciclicamente come la musica islandese o la maglia ai ferri. Fattor comune è il dotarmi ogni volta di materiale di livello semiprofessionale e/o libri e manuali da studiare neanche fosse la professione del futuro.

V come Victoria’s. Ognuno ha le sue debolezze, i suoi segreti.

Z come Zaino. I viaggi dei miei sogni, quelli fatti e quelli ancora nella wishlist, son tutti con lo zaino sulle spalle riempito del minimo indispensabile, almeno alla partenza. Il contenuto al rientro è sempre ampiamente discutibile e molto meno essenziale.

Lui è Heiðar Logi Elíasson, ed è il primo surfista islandese, l’integrale del trailer l’ho visto all’Ocean Film Festival. Splendido.

Outing about Christmas time

Outing about Christmas time

img_3848L’albero di Natale. Scegliere con cura le decorazioni e costruirlo quest’anno con le mie mani in versione salvaspazio da appendere al muro. Roba da gente che vive in pochi metri quadri e che per averne uno normale dovrebbe eliminare l’unico tavolo di casa per tutto il mese di dicembre e accamparsi sul divano. Che mi sia perforata un dito sparandoci sopra la colla a caldo è un sacrificio di poco conto ai fini del risultato, la cicatrice rossa fa pure la sua figura sull’indice destro.

img_3854I regali, che in verità mi piace fare a prescindere dal calendario, e anche senza motivo. Sono il tipo che durante l’anno memorizza i “mi piacerebbe…”, investe il tempo a cercare la cosa giusta, compra le scatole, la carta colorata, il nastro di raso rosso e confeziona tutto a casa, che i pacchetti dei negozi raramente soddisfano. Come rinunciare poi alle etichette per scrivere il nome del destinatario? Non avendo nessun altro da mantenere tranne me stessa, a metà dicembre buona parte della tredicesima è dust in the wind.

img_3835Il maglione con le renne di Abercrombie & Fitch. Che non sono mai riuscita a comprare, neanche quest’anno che ho il negozio a portata di bici e avrei potuto monitorare l’andamento dello stock. (Se qualcuno dovesse decidere di interrompere qui la lettura del post, lo capirei. Senza rancore).

Chiedere a mia madre di non mettere uvetta e canditi nei pampepati solo per me, anche se come ogni anno non ne mangerò più di un paio di fette. Standing ovation per i cappelletti in brodo di carne che attendo col cucchiaio tra i denti e mangio con l’allesso spezzettato in mezzo come quando ero piccola. Sperando che ne siano avanzati un po’ nella pentola.

img_3587La ghirlanda appesa alla porta con tanto di lucine a batteria nascoste tra i rami, le decorazioni e gli stencil di neve spray alle finestre e questa città luminosa e un po’ kitsch che ho costruito nelle fredde sere fianco termosifone. Queen of handcrafting, versione pheega di non avendo mediamente un cazzo da fare dopo cena, mi son tenuta impegnata col faidate (incidentalmente, ho imparato la dislocazione dei più vicini bricocenter e ci so arrivare senza navigatore).

img_3895Pandoro forever. Artigianale o del super, basta che la percentuale di burro sia sufficiente a superare agilmente in un giorno la razione di colesterolo e trigliceridi raccomandata per l’intero mese. Una leggera doratura della fetta sulla brace ha il suo perché.

Non è Natale se alla tivvù non danno Una poltrona per due, Mamma ho perso l’aereo e Fuga dal Natale. Se poi passano anche tutti gli Asterix, Babbo Bastardo e Un pesce di nome Wanda raggiungo la pace dei sensi e posso tollerare anche la tombolata da cinquanta centesimi a cartella.

I mercatini. A Terni uno solo e quest’anno anche bruttino, mi dicono. Qui ce n’è al Duomo, Piazza Aulenti, in Darsena, l’Oh Bej Oh Bej… Magari l’anno prossimo mi calmo, ma ‘sto giro ho perso solo quello finlandese.

img_3843Radio DeeJay. Il Complesso Misterioso, la canzone del 2009, il pranzo di Natale di Danilo da Fiumicino (pesce finto compreso), Casa Linetti, La vera storia di Babbo Natale raccontata da Lucarelli nell’ultima puntata di Dee Giallo. Quell’atmosfera che ti fanno respirare attraverso l’etere che pare d’esser lì a chiacchierare con loro, seduti su uno sgabello alto, tra una fetta di panettone e una bollicina.

Sedermi sulle ginocchia di mia madre, giusto due minuti. Quarantasei io, ottanta lei. Ma.

Giocare a carte con gli amici. Bestia, Petrangola, Mercante in fiera, Poker. Ma anche quelli di cui nessuno ricorda mai le regole, e si finisce per improvvisare improbabili varianti degli originali. Ci spenniamo e rigiochiamo tutte le vincite, nessuno è mai uscito col portafoglio più gonfio che all’arrivo.

La pecora aliena che ho sempre aggiunto al presepe di mia madre. Tecnicamente è un montone, con le corna arrotolate, di un improbabile colore rosso ciliegia. La sua presenza non è mai stata messa in discussione, esiste da circa quarant’anni.

img_1061Svaccarsi sulla panca vicino al camino in attesa che lasagna, cappelletti e parmigiana decidano di fumare insieme il calumet della pace nello stomaco. Che “Stasera no, non si cena”. Ma chissà come mai, alle sette e mezzo ci sono di nuovo i piatti sul tavolo.

Quest’anno avrà tutto un sapore un po’ diverso, non solo al palato.

E Buon Natale. Davvero.