Chagall e la MasterCard

Parlare con un uomo di Chagall non ha prezzo. Per tutto il resto c’è MasterCard.

Chagall

“Ein Li Milin” – Enrico Pieranunzi

Happiness in one shot

Happiness

“Aquarius/Let the Sunshine in” – The Fifth Dimension

 

Ho bisogno della carica

Oggi sarà una giornata particolare, e ci vorrà tutta la carica possibile per arrivare fino alla fine. Nonostante tutto quello che è successo, nonostante ci si parli ormai più poco, mi dispiacerà non averti più a due scrivanie di distanza.
Spero solo di essere la prossima ad andarmene, quel posto sta diventando una terra di fantasmi. I pezzi migliori, sotto tutti i punti di vista, si stanno volatilizzando uno alla volta. Altri due o tre, e non ci sarà più ragione di arrivare sorridente al mattino.
Un buongiorno detto per educazione, e a seguire otto ore con la musica nelle orecchie intervallate solo dalla pausa pranzo, che avrò cura di far durare esattamente quanto dovuto, né di più, né di meno. Avrei dovuto decidermi prima, invece di sperare che le cose potessero prendere una piega migliore, ma è difficile staccarsi dal posto in cui si è stati per tanti anni. Venticinque, più di metà della mia età. Posso dire di esserci cresciuta lì dentro, ma non voglio certo arrivare alla morte cerebrale.
E quindi oggi inizio la giornata con le mie scarpe preferite, e un pezzo che mi dia l’energia necessaria per affrontarla.

“Misirlou” – Dick Dale

Staring at the Sun

“I’m not the only one starin’ at the sun
Afraid of what you’d find if you took a look inside”

Staring at the sun

“Staring at the sun” – U2

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Le vent nous portera

Le vent nous portera

Lanzarote è stata una sorpresa. Sapevo che avrei trovato una terra vulcanica e quindi aspra, ma è pur sempre nella fascia sub-tropicale. E invece l’ho scoperta molto simile all’Islanda, ma ancora più asciutta e scarna, lassù c’è tanto verde, qui ce n’è pochissimo. Distese scure e brulle, da lontano appaiono come terreni grossolanamente vangati, ma ti avvicini e quelle che sembravano zolle di terra sono invece blocchi di lava spigolosi, ammassati uno sull’altro come se l’ultima eruzione ci fosse stata un anno fa invece che quasi duecento.

Qualche albero solo intorno ai villaggi. In prossimità dei vulcani, le distese di lava solidificata su cui si cammina, dura e tagliente, sono ricoperte da licheni e da qualche pianta grassa, e questa è la vegetazione più rigogliosa. Il terreno è un susseguirsi di crepacci e blocchi più o meno grandi, scomposti e sovrapposti, testimonianza della potenza che scorre sotto i nostri piedi.

Questa non è una zona turistica, ti guardi intorno e non c’è anima viva. Se ti lasci andare un attimo potresti immaginare di essere nel mesozoico, e intravedere da lontano la sagoma di un dinosauro. Non ti stupiresti neanche se accadesse davvero.

Tutto intorno all’isola, la potenza dell’oceano che si abbatte sulle coste infrangendo le onde sulle spiaggie e sulle rocce. Mi piace guardarle montare da lontano e arrivare a sciogliersi ai miei piedi in rivoli di schiuma bianca che contrastano col nero della spiaggia e delle rocce. Mi son portata a casa la registrazione audio anche di questo mare, come di tutti gli altri.

Ad abbracciare il tutto, una presenza costante nel tempo e nelle ore del giorno e della notte,  tangibile nella sua forza: il vento. L’elemento ricorrente che ha plasmato  l’isola nella sua essenza, la probabile causa primaria del suo essere così dura e incontaminata.

Il bianco e nero è accentuato, in qualche caso esasperato per dar corpo anche ad un altro aspetto. Lanzarote è famosa per essere un’isola senza inverno, noi abbiamo trovato un’ulteriore similitudine con l’Islanda estiva: il clima. Ci hanno detto che erano almeno trent’anni che non si registrava una stagione del genere. Vento freddo e pungente, temperature basse, rari sprazzi di azzurro in un cielo quasi costantemente grigio, di quel grigio di poco spessore buono solo a catturare i colori.

“Le Vent nous portera” – Sophie Hunger


Je n’ai pas peur de la route
Faudrait voir, faut qu’on y goûte
Des méandres au creux des reins
Et tout ira bien

Le vent nous portera

Ton message à la grande ourse
Et la trajectoire de la course
A l’instantané de velours
Même s’il ne sert à rien

Le vent l’emportera
Tout disparaîtra
Le vent nous portera

La caresse et la mitraille
Cette plaie qui nous tiraille
Le palais des autres jours
D’hier et demain

Le vent les portera

Génétique en bandoulière
Des chromosomes dans l’atmosphère
Des taxis pour les galaxies
Et mon tapis volant dis

Le vent l’emportera
Tout disparaîtra
Le vent nous portera

Ce parfum de nos années mortes
Ceux qui peuvent frapper à ta porte
Infinité de destins
On en pose un, qu’est-ce qu’on en retient?

Le vent l’emportera

Pendant que la marée monte
Et que chacun refait ses comptes
J’emmène au creux de mon ombre
Des poussières de toi

Le vent l’emportera
Tout disparaîtra
Le vent nous portera

Insomnia #2/#3

Non si dorme neanche stanotte. Nonostante la sveglia presto, le otto canoniche ore di lavoro e la serata a Roma. Uscita di casa alle sette e mezzo, rientrata all’una di notte. Sono sveglia da ventuno ore, gli occhi aperti, il cervello in movimento.

Non so perché ma non mi piace scrivere i numeri in cifre, a meno che non sia proprio necessario. Ventuno è infinitamente più bello di 21. Mi da più soddisfazione, la parola si stotola tra le labbra come se fosse più lunga, come se ci volesse più tempo a pronunciare sette lettere invece di un numero di due cifre.

Trecentosessantacinque giorni, meglio di un anno.
Millenovecentosettanta, il mio anno di nascita.

Un’idiosincrasia, come tante altre. Scegliere solo i biscotti interi. Tenere gli interruttori nella stessa posizione, tassativo per quelli sulla stessa piastra. Evitare la carta igienica in formato salvaspazio come la peste, quella carta che si srotola in modo così sbilenco e poco armonioso è insopportabile da vedere. Ovviamente, la si deve srotolare dall’alto, come ha ben argomentato Fasix in questo post.

Stendere le coppie di calzini con mollette dello stesso colore, problema risolto comprandone sessanta uguali. Di mollette, non di calzini. I calzini hanno un altro problema, per quanto tu possa impegnarti per mantenerli insieme, la lavatrice ne inghiottirà sempre qualcuno e non lo restituirà mai se non dopo aver perso il compagno superstite. Anche questo problema è già stato adeguatamente sviscerato, da Alex qui.

Idiosincrasie e piccole manie quotidiane. Annusare sempre il cibo prima di mangiare, e imparare a farlo con discrezione, perché non tutti capiscono il senso e il valore di questo gesto. Imparare ad annusare il sugo per capire se manca il sale senza assaggiarlo. Annusare il barattolo del pepe del Bengala piuttosto che quello del Nerikai affumicato. Stringere tra le dita una foglia di menta o di erba limoncina mentre scendo le scale di casa solo per sentirne l’odore. Avete mai letto il libro “Profumo” di Patrick Süskind? Notevole.

Un’insana passione per i numeri palindromi. Stranirsi per aver perso i 203302 km della mia auto (questo è un esempio di numero che va scritto proprio con le cifre, altrimenti non rende) e attendere ora i 204402, che saranno ancora più belli. Quando arriveranno, accosterò e scatterò una foto da mandare al mio collega parimenti disturbato con il quale scambio reportage fotografici di numeri e targhe di questo tipo.

Camminare lungo il vialetto dell’ufficio cercando di poggiare i piedi al centro delle mattonelle del lastricato, evitando di calpestare le fughe. Leggere i manuali degli oggetti che compro, soprattutto quelli tecnici, preferibilmente prima dell’acquisto. Oggi è facile, basta cercare nel web e San Google ci risponde mille volte più precisamente dell’oracolo di Delfi, ma in epoca pre-internet, per comprare il computer da sub mi feci dare dai proprietari del negozio (miei amici) i manuali dei due modelli su cui avevo ristretto il campo per leggermeli tutti. Una roba molto da nerd. Leggo anche le etichette degli alimenti che compro, ma anche quelle dei capi di abbigliamento. Avete mai notato che esistono capi che, secondo l’etichetta, non si possono lavare né in acqua, né a secco? Usa e getta?

I giravite. Ne ho di tutte le misure. Vecchi e nuovi. Minuscoli di precisione e grandi adatti a montare mobili. Piatti, a croce, a stella. Magnetici. Una valigetta grande in ufficio. Una piccola a casa, con una sola impugnatura e le teste intercambiabili per risparmiare spazio. Un set di brugole, due paia di pinze. Nastro biadesivo. Possono sempre servire.

I fiammiferi. Quelli classici di legno, ma lunghi, lunghissimi. Li compro in ogni posto in cui vado, a New York ne ho trovati di bellissimi, lunghi il doppio della media, punta nera, lo skyline della città disegnato sulla scatola. I fiammiferi sono legati al fuoco. Lo amo, in tutte le sue espressioni. Il rosso acceso delle braci, l’arancio più tenue delle sue lingue che a volte vira al bianco e al viola. Il tipo di calore emanato, persistente e penetrante. Da bambina, attendevo con ansia il giorno dell’Ascensione perché si accendevano i “focaracci” in mezzo alle strade. Una usanza improponibile oggi, ma affascinante come poche. Come i falò sulla spiaggia. Come stringere tra le dita la cera fusa delle candele col rischio di bruciarsi i polpastrelli per fare il calco delle impronte digitali. Bè quest’ultima cosa forse è affascinante solo per me, non so star ferma davanti ad una candela accesa.

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La cancelleria. Il primo cassetto della mia scrivania rifornisce l’intero ufficio. Penne rigorosamente a inchiostro liquido, punta tra 0.7 e 1.0, potrei passare un’ora intera in una cartoleria a scegliere la penna giusta, scrivo già male di mio, con le biro poi la calligrafia diventa simile a quella del mio dottore. Forbici, gomme per cancellare. Penne colorate e pastelli fluorescenti, di quelli grandi uso evidenziatore. Matite, tante, la cui punta si fa nel temperamatite elettrico, e guai a chi me lo svuota. Nel cassetto ho ancora una contacaratteri scolorita, risalente all’epoca delle stampanti di linea.

I tovaglioli dell’Ikea di tutti i colori dell’arcobaleno, e anche qualcuno in più. La carta da regalo. Rifaccio quasi sempre i pacchetti, raramente trovo soddisfacenti le confezioni fatte dai negozi.

Ogni tanto ci penso a tutte queste strane cose che amo e che faccio. Poi mi guardo intorno in ufficio e vedo altri casi umani. Chi conta i passi di tutta la giornata. Chi si fa crescere la barba per tutto l’inverno per poi tagliarla a primaverva e metterla in barattoli di vetro datati per anno (e giuro che non è un’invenzione). Chi parcheggia sempre esattamente nello stesso posto auto incazzandosi se qualcuno arriva prima e lo occupa. Chi s’è costruito il pluviometro e l’anemometro in casa per sapere quanto gli piove sul terrazzo. Con tanto di monitoraggio online da remoto. Chi guarda Beautiful tutti i giorni da trent’anni, uomo e padre di famiglia.

Gli informatici sono veramente delle brutte bestie. Non vi consiglio di adottarne uno come amico se non avete una  adeguata preparazione.

Edit: 18/03/2015, questa volta non m’è sfuggito!

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“Mad world” – Gary Jules

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