After Diversamente Intelligente

Alle liste, agli elenchi da leggere e da scrivere non so resistere. Da piccola aprivo a caso lo striminzito elenco telefonico della mia città alla ricerca di nomi strani, invidiosa de tomi divisi per lettere degli amici romani che Treccani, scansati. Al cimitero sbirciavo le scritte sulle lapidi delle guerre per cercare i più vecchi di nascita, lo stesso macabro vizio l’ho ritrovato nel professore di italiano delle superiori che il lunedì ci aggiornava sulle new entry. La lista della spesa la scrivo su carta e la spunto al super con strappetti orizzontali sul margine sinistro.

Ma mi piacciono soprattutto quegli elenchi con cui fare outing senza ritegno sulla qualunque, dall’amore secretato per il ripetente del terzo banco all’orario preferito per chiudersi in pace al cesso. Dunque quando ho letto il post di Diamanta ci ho provato a resistere, davvero. Un giorno. Due. Poi ho scritto la mia versione.

A come Acqua. Tuffarmi, immergermi, scivolarci sopra. Guardarla con qualcuno accanto che capisce senza far domande. Se non capisce, sostituirlo con una Ichnusa Cruda molto fredda, le vendono qualche metro indietro.

B come Baci. Non c’è niente di più intimo, neanche il sesso.

C come Cucinare. Perché mi rilassa, perché sono curiosa, perché gli A.Y.C.E. possono chiudere anche tutti, per prendermi cura di me e delle persone per cui lo faccio, perché mangiare e nutrirsi son due concetti diversi, e io mangio.

D come la Donna che sono diventata. Il carattere non è cambiato ma è addolcito e un po’ smussato, e per la prima volta mi piaccio tutta, dentro e fuori. Con i miei gusti, le mie convinzioni, gli spigoli, le rughe intorno agli occhi, la pelle non più liscia e perfetta.

E come Estate. Il caldo afoso, le spiagge isolate, la vela, le nuotate in mare, i vestiti leggeri, i sandali col tacco, lo smalto colorato, il bicchiere del cocktail poggiato in fronte, le gocce di sudore che scivolano lungo la schiena.

F come Fotografia. Ça va sans dire.

G come Guardare. Le persone che mi interessano e quelle che amo, le guardo, ne osservo i dettagli, i movimenti, il modo in cui occupano lo spazio. Ci parlo guardandole negli occhi, dentro gli occhi. Per qualcuno è imbarazzante.

H come Home che non è come House. Home è il posto in cui tornare e da cui non sento il bisogno di uscire pochi minuti dopo. Quello che nel tempo assume le mie forme, acquista il mio odore, che parla di me senza dire una parola.

I come Inverno, ne ho bisogno tanto quanto dell’estate. L’aria fredda sulle guance arrossate, le prime brine, neve, ghiaccio, nebbia, i maglioni di lana, i ramponi che hanno sostituito gli sci, il punch al rum, il camino acceso, nascondere la testa sotto il piumone. D’estate spendo la sua ricarica, fanculo le stagioni inutili.

L come Libri da sfogliare, allineare, riaprire, guardare. Questione di sensi. I libri di carta sono vivi, nascono con l’odore di inchiostro e carta tiepida e invecchiano con me. Una volta ci tenevo che fossero nuovi e perfetti, ora la prima scelta è tra gli usati, che l’esser stati letti da altri è come un valore in più.

è tanta roba, del Mare e della Montagna ho già detto, son come due facce dello stesso posto da trattare con lo stesso rispetto. E poi Milano, la Musica, le M, Me.

N come Notte. From Dusk till Dawn, le mie ore sono quelle. Il buio, le mezze luci, i riflessi, i dettagli, i visi seminascosti dalle ombre, i colori prosciugati e riversati in uno scatto. Le parole scorrono libere e allegre, i bicchieri si svuotano più velocemente, le mani si trovano, i corpi si accolgono. Al mattino sono uno zombie, uno zombie felice.

O come Olfatto. Dei cinque sensi è quello che mi regala le sensazioni più immediate e involontarie. Tempie-schiena-stomaco-ventre in un nanosecondo.

P come Pane, Pasta, Parmigiana, Patate, Pizza, Pink Floyd, Pearl Jam, Police, Pratt, Pazienza, Puerto Escondido.  Qualcuno ha detto che le cose belle della vita o sono immorali, o sono illegali, oppure fanno ingrassare. E spesso iniziano per P, aggiungo io.

Q come Quadratura. Quella che cerco nelle cose e nelle persone, quella che è matematicamente impossibile da ottenere.

S come Sogni. “Sognate. Se non sapete sognare, siete morti.” (Jim Valvano, allenatore della North Carolina State University)

T come i Trip per le robe più improbabili, dai fuochi fatui durati un inverno come decoupage, craquelé, punto croce, modellismo navale, piante carnivore e lingue esotiche, a quelli che si ripropongono ciclicamente come la musica islandese o la maglia ai ferri. Fattor comune è il dotarmi ogni volta di materiale di livello semiprofessionale e/o libri e manuali da studiare neanche fosse la professione del futuro.

V come Victoria’s. Ognuno ha le sue debolezze, i suoi segreti.

Z come Zaino. I viaggi dei miei sogni, quelli fatti e quelli ancora nella wishlist, son tutti con lo zaino sulle spalle riempito del minimo indispensabile, almeno alla partenza. Il contenuto al rientro è sempre ampiamente discutibile e molto meno essenziale.

Lui è Heiðar Logi Elíasson, ed è il primo surfista islandese, l’integrale del trailer l’ho visto all’Ocean Film Festival. Splendido.

Jump!

(Jump non è certo il pezzo migliore dei Van Halen, lo so. È che quando sei coi piedi lì, anche se non vedi tutto quel che c’è sotto non c’è nient’altro da fare)

“Jump” – Van Halen

Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town

“Elderly Woman Behind the Counter in a Small Town” – Pearl Jam

I seem to recognize your face
Haunting, familiar yet, I can’t seem to place it
Cannot find the candle of thought to light your name
Lifetimes are catching up with me

All these changes taking place
I wish I’d seen the place
But no one’s ever taken me

Hearts and thoughts they fade, fade away
Hearts and thoughts they fade, fade away

I swear, I recognize your breath
Memories like fingerprints are slowly raising
Me, you wouldn’t recall for I’m not my former
It’s hard when you’re stuck upon the shelf

I changed by not changing at all
Small town predicts my fate
Perhaps that’s what no one wants to see
I just want to scream hello

Well, my God it’s been too long
Never dreamed You’d return
But now here You are and here I am

Hearts and thoughts they fade away

Hearts and thoughts they fade, fade away
Hearts and thoughts they fade, fade away
Hearts and thoughts they fade away
Hearts and thoughts they fade, fade away
Fade away, fade away

Love Song

“Ava Adore” – The Smashing Pumpkins

Fai Uno Squillo Quando Arrivi (Recensione a tu per tu)

L’ho infilato tra il primo Magdeburg e il secondo, e fidati che è un posto d’onore. Non potevo aspettare e rimandare alle vacanze che poi lo so, al mare passo il tempo a farmi crescere le branchie invece che a leggere.

Non le avevo mai capite quelle che “Com’era il film? Bellissimo, ho pianto tanto”. Tipo che coi fazzoletti inzuppati negli anni per Ghost ci potresti risolvere la crisi idrica di Roma, tipo mia madre quando guarda Braccialetti Rossi e io le dico smettila, cambia canale che quelle robe là le conosciamo fin troppo bene.

Io sguazzo nella fantascienza, mi tuffo negli incubi e rido fino al mal di pancia coi Blues Brothers, il magone me lo faccio venire solo in casi eccezionali. Sul discorso alla squadra di Ogni Maledetta Domenica e sul touchdown agli ultimi quattro secondi. Sul monologo di Freccia. Vabbeh, anche su certe corse in moto del Dr. House e sul finale di Quello che non c’è, e questo è vero outing.

Poi prendo in mano questo film rosa shocking (e figa se sono orgogliosa della tua dedica sotto il titolo), Spotify sulla Full Soundtrack, e inizio a guardare. Che sia un film non c’è dubbio perché scorre davanti agli occhi, e non è un filmetto qualsiasi, non è la versione riveduta, corretta e terronizzata di Sex and the City, men che meno per chi il tuo blog lo frequenta da tanto e ci ha ritrovato dentro legami, amicizie, dolori, città, dubbi, certezze e stralci di esistenza già incontrati sotto forma di post. Ci sono pezzi di te ma anche di noi, di me.

C’è un’acciaieria che ti fa nascere e poi ti uccide, che ti cresce come figlio prediletto e poi ti ripudia. C’è la città che conosci da sempre e sempre sarà casa. C’è Milano, che se non la conosci può sembrare ostica e fredda e dura, ma basta annusarla, capirla e lasciarsi andare ai suoi modi, e ti darà tutto ciò che le chiederai e anche di più. Che diventa casa anche lei, e al terzo giorno lontano ti mancano pure l’asfalto e il cemento. Ci sono gli amici che ti riempiono il cuore e quelli che ti riempiono le serate. C’è un incastro perfetto, di quelli che aprono un solco dentro, che nient’altro potrà mai essere così, che avrebbe potuto, se solo. Se.

La LUV s’assorbe dalle parole e non fa differenza se ti fa tornare a dieci anni fa oppure a uno, se di anni ne hai trenta o quasi cinquanta. Ci sono emozioni che sono scudisciate all’anima, che leggerle è come risentirle in gola, nello stomaco e a premere sopra lo sterno. Che come diavolo fai a sfogliare le pagine senza i Kleenex accanto. Che se mi chiedi “Com’era il libro?” ti devo rispondere “Bellissimo, ho pianto tanto”.

Spotify sulla playlist del Capitolo 67, l’ascolto e penso che è giusta. Il libro l’ho finito da poco e questa non è una notte qualsiasi, me lo ricorda il biglietto di un Frecciarossa appeso alla lavagna magnetica in corridoio, ci passo davanti per andare a ripulire gli occhi da panda che son conseguenza dell’ultima tranche da centocinquanta pagine. Nessuno ci crede più al caso.

Capitolo 51, il titolo è “Si può morire di rimpianto?” La risposta è SI anche per me, il biglietto è per ricordare che alcune cose vanno fatte e altre dette, che certi treni sono da prendere ovunque portino. Che non puoi tormentarti coi se perché non dipende tutto solo da te. Che il motore può fondersi su un rettilineo ma non puoi saperlo prima di partire. Che se esci dalla strada tracciata puoi finire impantanato fino al collo. Ma sporcarsi nel fango è divertente, viaggiare coi finestrini aperti e l’aria nei capelli ti fa sentire viva come non mai, e io non sono fatta per stare a guardare dietro i vetri della finestra. Sono brava a fare, ad esserci, a partire e anche a tornare. Molto meno a dire, e sempre fuori tempo. Mo’ studio e mi esercito, imparerò anche questo.

And I wonder…
If everything could ever feel this real forever
If anything could ever be this good again

“Foo Fighters” – Everlong

Hello, I’ve waited here for you
Everlong
Tonight, I throw myself into
And out of the red
Out of her head, she sang
Come down, and waste away with me
Down with me
Slow how you wanted it to be
And over my head, out of her head she sang

And I wonder when I sing along with you

If everything could ever feel this real forever
If anything could ever be this good again
The only thing I’ll ever ask of you
You’ve got to promise not to stop when I say when
She sang

Breathe out, so I can breathe you in
Hold you in
And now I know you’ve always been
And out of your head, out of my head I sang

And I wonder when I sing along with you

If everything could ever feel this real forever
If anything could ever be this good again
The only thing I’ll ever ask of you
You’ve got to promise not to stop when I say when
She sang

And I wonder…

If everything could ever feel this real forever
If anything could ever be this good again
The only thing I’ll ever ask of you
You’ve got to promise not to stop when I say when
She sang

Generatore di incontri occasionali

Alex va pazzo per i videogiochi e gli piacciono così tanto da volerne fare il suo lavoro. Così tanto che s’è preso la briga di andare in Canada per tre anni a studiare alla VFS, una scuola durissima che è tra le più qualificanti del pianeta. Ha ottenuto il diploma con tre specializzazioni, e un posto da Game Designer nella più grande azienda italiana del settore. Racconta le sue giornate, come si fa ad inventare un gioco e chi sono tutte le figure che partecipano, sorpreso ed orgoglioso di sentirmi dire che nel mondo dei bit il suo è uno dei mestieri più difficili. All’EA Sports ci è già stato ma sogna di tornarci con un pass che non sia da visitatore. 

Francesca è un chimico che si occupa di ricerca su materiali bioplastici. A Terni anche il polo chimico è in crisi, e lei è riallocata alla sede di Novara. Il budget per le innovazioni è stato ridimensionato anche lì, e il grosso del lavoro verte sull’analisi di campioni della produzione, buste della spesa biodegradabili tipo quelle della Coop. A Milano conosce Edoardo, si piacciono, si amano, si sposano, ma dopo un anno tocca a lui essere trasferito, a Roma. Un amore consumato a ore, a rate, a stralci di weekend. Progetti di ampliamento familiare rimandati al 3027.

Marco ha vent’anni e nella sua vita c’è spazio solo per gli ingranaggi dei motori. Dalla campagna al confine tra Lazio e Toscana la sua passione l’ha portato a Somma Lombardo a studiare per diventare tecnico manutentore di aeromobili. La scuola è costosa e a lui pesa chiedere troppo alla famiglia, quindi torna a casa tutti i weekend per lavorare nell’autofficina del padre e guadagnarsi un po’ di soldi. Coi pezzi d’avanzo delle auto incidentate ha messo in piedi un commercio di ricambi via internet, comprensivo di torniture personalizzate. Non ascolta musica, non va al cinema, legge solo riviste del settore e gli abbiamo spiegato cosa sono Spotify e Airbnb. Un ragazzo fuori dal tempo.

Anna è un tecnico di laboratorio all’Istituto Nazionale dei Tumori. A venticinque anni passa il tempo a caccia di quelle stronze cellule che impazziscono e vanno ad invadere i tessuti confinanti. Partita da Orvieto per Torino col suo ragazzo, avevano trovato lavoro entrambi lì. Ora lei è a Milano da cinque mesi mentre lui è ancora a Torino. La distanza è abbordabile, ma la ricerca di un lavoro ragionevolmente stabile nella stessa città continua.

Un campionario di umanità splendido. Persone che succede di incontrare quando inizi ad offrire passaggi su BlaBlaCar.

“There goes my hero
Watch him as he goes
There goes my hero
He’s ordinary”

“My Hero” – Foo Fighters

 

Vipero – Il loden, le Clark’s

Vetro della macchina congelato. Sarà così al mattino, d’inverno, d’ora in poi. Un libro, storia di un trasferimento, i ricordi che subito affiorano, come se non aspettassero altro.

Sono partito pure io con il loden, quello di papà, grigio. Non proprio da Trastevere, ma quasi. Non per Aosta, ma nemmeno troppo distante. Senza Clark’s però.

Mamma lo aveva accorciato e riorlato alla base, il loden, tanto era liso. Bello lo stesso, comunque. Lo ricordo quande era ancora lungo, addosso a papà, in un filmino super8 di un amico. L’uscita dall’asilo e questo signore in loden grigio che porta per mano me marmocchio. All’epoca il papà del mio amico ce ne disse di ogni, perché gli impallavamo suo figlio. Bisogna capirlo, ai tempi dell’asilo non sapeva ancora saremmo diventati, poi, quasi fratelli.

Le Clark’s invece no, non le avevo già più. Ho smesso presto di portarle. Che poi di Clark’s originali ne avrò avute forse un paio. Altrimenti erano le Yankee. Ottime copie e decisamente più a portata di portafogli proletari. Era costosissimo stare in comitiva negli anni ’80: piumino ciesse o moncler, levi’s 501, Clark’s e fruit of the loom sotto camicie a quadri.
Dio quanto ho odiato quel periodo. Quanto mi sono odiato…

Sono partito lasciando Roma sapendo che non sarei tornato. Ho pianto da sotto casa fino a Bologna. Ero già partito in passato, ma avevo sempre la consapevolezza del ritorno. La prima volta che andai, ogni 15 giorni portavo a mamma il borsone coi panni. Ci teneva, diceva, “cosi è come averti ancora qui”. Si vestiva bene quando mi accompagnava in aeroporto, tutta orgogliosa. L’aeroporto, gli aerei, erano roba da “signori”. Roba da raccontare alle comari durante il caffè del dopo pranzo. Funzionava così: verso le tre squillava il telefono. Due squilli. Lei si affacciava e trovava tutte le altre alla finestra. Colei che sbracciava, significava “oggi da me”.

Il loden ce l’ho ancora, riposto in qualche baule. Prima o poi lo rimetto.

Le Clark’s no, invece. E manco le ricompro.

“End of the road” – Rango Soundtrack

Vipero – Ottoecinquanta

La macchina era in riserva perenne. Non frenava, quindi anche se la velocità massima era di poco superiore ai 90/100kmh, a quella velocità veniva affrontato qualunque percorso, che fosse il raccordo, la pontina o viale marconi (a fare i testacoda poi s’accendeva la spia dell’olio, perché questo sbatacchiava nella vaschetta separata e il sensore non leggeva più la quantità minima. Allora bisognava fermarsi ad attendere che l’olio riscendesse nella vaschetta).
Coi soliti 3 o 4 della classe, durante i giorni di sega, si andava in giro. Essenzialmente a casa mia al mare. Loro sempre pieni di donne, io che sognavo le moto da cross e mi domandavo perché nessuna mi cagasse.

Una volta, da militare, decido di andare a trovare gli zii in Romagna, per far vedere loro quanto fossi figo in divisa. Visto che c’era anche mio padre lassù, in visita parenti, prendo un 36 (permesso, 36 ore) e parto. Verso Todi la ciccia comincia a singhiozzare, fino a fermarsi completamente. Mi ricordo, percorrendo quella strada da tempo immemore (sempre con la stessa auto) che ogni volta passavamo da Todi papà diceva “lì in quella stazione di Polizia c’è un mio ex collega. prima o poi devo andarlo a trovare”. Botta di sedere, sono fermo praticamente a 100 metri da quella stazione.

Sono le 9 di sera, mi accoglie un tizio sospettoso (sono in divisa, che sospetti vuoi avere, nel 1988?). Chiedo di poter telefonare, sono in panne, magari lei conosce mio padre? Sa, era in polizia anche lui. Macché. Mi concede di chiamare, lasciare il numero e far richiamare, che mica è una cabina telefonica. Dall’altro capo, in Romagna, mio papà mi fa “chiedi se c’è E.P. in servizio, lui era con me a Ferrara, eravamo compagni di branda”.

Scusi, conosce tale P.? Eccerto, so’ io. Allora le passo uno che la conosce.
Da lì in poi baci e abbracci. M’ha portato a cena, a bere, a conoscere tutte le pattuglie in giro, a fare due corse in macchina a sirene spiegate. Tutto mentre aspettavamo papà e zii in arrivo dalla Romagna. Quando si sono incontrati, sembrava una scena da via col vento.
Ho quasi dubitato, ma fossero gay ‘sti due?
(in realtà pensai froci, gay non si diceva molto, all’epoca).

“Road To Nowhere” – Nouvelle Vague

Nostromo

Nostromo

Approfittando del weekend lungo e della scusa di far provare l’esperienza a tre amici mai saliti a bordo, son tornata su una barca a vela. Destinazione Isole Pontine, ma col Levante che soffiava insistente l’attracco a Ponza era improponibile, e far dormire i tre novizi in rada lo era forse ancora di più. Dunque Ventotene, settecento anime distribuite su un chilometro e mezzo di superficie, sei bambini in età da primarie nell’anno scolastico in corso, qualche turista che non s’è fatto spaventare dal meteo dei giorni precedenti.

Via le scarpe, i piedi nel pozzetto e tutto il resto si dissolve. Un micromondo di otto persone in un microcosmo lontano dal casino e dai posti pheeeghi, primo aperitivo a bordo supportato dal trancio di speck altoatesino di Lorena, dalle salsicce secche made in Terni e dall’abbondante scorta di birre e alcolici  vari fatta al super con la cassa comune. Guardo me, guardo gli altri e mi viene in mente lo spezzone di Caro Diario in cui Nanni Moretti arriva da Stromboli a Panarea: in vacanza sono come lui.

E’ un po’ che ci penso, mi piacerebbe prendere la patente nautica ma non per regatare o affittare una barca senza skipper. Dopo tanti anni le basi le conosco, ma quel che vorrei è saper fare le manovre, regolare le vele, capirne di più di venti e direzioni, fare il punto nave, orientarmi con le stelle, leggere una carta nautica. Le mappe hanno un fascino di natura ignota, da piccola ho consumato un Atlante Geografico più grande di me sfogliandolo alla ricerca di paesi dai nomi sconosciuti e isole lontane, qualche giorno fa ho comprato l’Atlante dei Paesi Sognati, una raccolta di mappe e racconti di luoghi mitologici o raccontati da scrittori e avventurieri come l’Eldorado, Citera e Thule.

Su una barca vorrei essere il nostromo (per come lo descrive Wikipedia mi ci vedo pure nel carattere, magari solo un po’ meno rozzo), e qui si apre una spirale di spin-off.
Il primo perché Nostromo è anche l’astronave di Alien, è in uscita Alien Covenant e ho voglia di rivedere pure tutti gli altri; il secondo perché il nome dell’astronave è un omaggio a un libro di Conrad che si chiama appunto Nostromo ed è sulla read-list da parecchio tempo, e poi ancora ci sarebbe la Weyland-Yutani Corporation che nasce dalla Compagnia di un altro libro sempre di Conrad, conduce alla Gottschalk-Yutani di Altieri e da lì al prossimo libro da leggere. E grazie a te per gli ultimi due, uno davvero apprezzato, l’altro sulla fiducia.

Sveglia dalle 6:10, nel weekend ho fatto la splendida ma qualche postumo dell’arrampicata me lo sento. In attesa della ricomposizione di carne e ossa che sembrano essersi sparpagliate nella notte dentro il letto, vado a consultare il calendario corsi della Lega Navale di Milano.
Il prossimo inizia ieri.
Sgrunt.
Anche quest’anno farò il mozzo.

(La musica è quella che s’è ascoltata a bordo, un equipaggio di nostalgici stagionati)

“Smoke On The Water” – Deep Purple

Fortitude

Fortitude

Complici la pioggia insistente e il wifi dei vicini, ho passato buona parte del weekend tappata in casa. Erano anni che non restavo una giornata a letto scendendo solo per necessità fisiologiche, l’ultima volta avevo trentanove di febbre e una sospetta polmonite. Cazzeggiando nel web sono arrivata alla pagina di una serie che mi ha incuriosito. Ho inizio a guardare e divorato le prime dodici puntate, della seconda parte ne sono ne uscite ancora solo due e già sto sulle spine per il seguito.

Fortitude è una piccola comunità delle Svalbard con più orsi polari che uomini, tanto che si è obbligati a girare col fucile a spalla. Immersa nella natura, con in corso un progetto per la costruzione di un hotel di ghiaccio per risollevarne l’economia all’esaurimento delle miniere. A Fortitude non nasce nessuno, e sono due le regole per poterci vivere: un tetto sulla testa e un lavoro per mantenersi (dunque non c’è delinquenza e non sono mai stati registrati crimini). E a Fortitude soprattutto non è permesso morire, perché il permafrost è come un gigantesco freezer che conserva tutto per millenni, compresi virus, batteri e un mammut che sembra essere l’origine di una serie di omicidi. La polizia, che mai ha avuto a che fare con un crimine, si trova il campo invaso da un detective arrivato da Londra per collaborare alle indagini. La comunità si scoprirà essere tutto tranne che tranquilla, ognuna delle persone che ha scelto di vivere in quel posto ha poco da perdere oppure tanto da nascondere e dimenticare.
Tra gli attori, il detective inglese è Stanley Tucci, lo Sceriffo è Beric Dondarrion del Trono di Spade, il fotografo Henry Tyson che apre la prima puntata è l’Albus Silente degli ultimi Harry Potter. Nella seconda serie, che sembra iniziare sganciata dalla prima, molti spariscono, qualcuno rimane, fuori Tucci, dentro Dennis Quaid.

Ciò che mi ha conquistata è l’ambientazione: la neve costantemente presente che sa nascondere e allo stesso tempo rivelare, i colori desaturati, il freddo intenso che è li ma sembra andare oltre i confini dello schermo, il vento che senti quasi fischiare nelle orecchie, e il ghiaccio di quella stessa laguna in cui tre anni fa ho passato due giorni meravigliosi tra gli iceberg (la serie è ambientata alle Svalbard ma girata in Islanda). Il freddo e la solitudine di quel posto fuori dal mondo, come tutte le condizioni estreme, distillano le anime e i rapporti che le legano eliminando il superfluo per conservare solo l’essenziale: la forza, le debolezze, le paure, le malvagità. Un po’ meno essenziale l’uso di sangue e budella sparse spesso in primo piano, ma rientra nel genere.

Guardatevi il trailer, e se vi piace, anche tutto il resto. La trama e la sceneggiatura qualche magagna ce l’hanno, ma vale il tempo speso per vederlo, se amate i ghiacci quanto me.

Quanto alle fotografie, le ho scattate io in alcuni dei luoghi in cui è stata girata la serie… Non è il posto più bello del mondo?
Ci tornerò, e la prossima volta sarà d’inverno.