Aqualung

“Le cose ti rubano la ragione, gli uomini l’anima e il mare la vita”
(Fred Vargas)

Anna, Bob, Elena, Isabel, Michela, Patrizia, Silvia, Tiziana, Walter and above all Orlando, this is for you… It wouldn’t have been the same without each of you.

http://www.vela-latina.com/

“Aqualung” – Jethro Tull

Tre

Tre sono le cose per cui vale la pena vivere: l’amore, il mare e le patatine fritte.

IMG_5487

“Hungry For You (J’Aurais Toujours Faim De Toi)” – The Police

Rien de dormir cette nuit
Je veux de toi
Jusqu’à ce que je sois sec
Mais nos corps sont tout mouillés
Complètement couvert de sueur
Nous nous noyons dans la marée
Je n’ai aucun désir
Tu as ravagébmon cœur
Et mois j’ai bu ton sang

Mais non pouvons faire ce que nous voulons
J’aurais toujours faim de toi
Mais non pouvons faire ce que nous voulons
J’aurais toujours faim de toi

Tout le monde est a moi
Je l’ai gagne’ dans un jeu de cartes
Et maintenant je m’en fous
C’était gagné trop facilement
Ça y est alors ma belle traîtresse
Il faut que je brûle de jalousie
Tu as ravagée mon cœur
Et moi j’ai bu ton sang

Mais non pouvons faire ce que nous voulons
J’aurais toujours faim de toi
Mais non pouvons faire ce que nous voulons
J’aurais toujours faim de toi

Mais non pouvons faire ce que nous voulons
J’aurais toujours faim de toi
Mais non pouvons faire ce que nous voulons
J’aurais toujours faim de toi

No matter what I do
I’m still hungry for you
No matter what I do
I’m still hungry for you

Rien de dormir cette nuit
Je veux de toi jusqu’à ce que je sois sec
Mais nos corps sont tout mouillées
Complètement couvert de sueur

I’m hungry for you
I’m hungry for you
I’m so hungry for you
I’m hungry for you
I’m hungry for you
I’m so hungry for you

La punta di diamante

Un post speciale… A questa mia fotografia ci tengo parecchio, e il racconto di metalupo mi è piaciuto tantissimo.
La musica, spero di averla centrata.
Buona lettura.

 

“The Negative One” – Slipknot

There is no dark side of the Moon really
As a matter of fact it’s all dark

L’entità cibernetica decise in un nanosecondo che era tempo.
Seguendo le precise direttive del COM.FLEET.CRON. il supremo comando di flotta spazio-tempo, scritte, si diceva, di proprio pugno dall’Arconte; creò un impulso elettrico corticale lungo il sistema nevrasse del mio corpo, mantenuto in stasi criogenica da centoventi gigacicli.
Il risultato fu un baratro violento di terrore e dolore fisico che mi catapultò nella realtà intrisa di led del ponte di comando.
Il guscio in vibro-schiuma biologica si spaccò in due parti appena prima che annegassi nel vomito, schizzi di soluzione proteica invasero l’asettica tranquillità della cabina.
Subito due synth si affrettarono a ripulire il lordume estroflettendo proboscidi carnose.
Mi domandai cosa facessero durante il nostro sonno, scacciai dalla mente immagini di accoppiamenti synth per la durata del viaggio.
Mi recai con passo malfermo alla cabina di turbinazione, era la parte che odiavo di più, ero sicuro che Sillax avesse inserito questa procedura per torturare gli equipaggi senza una reale necessità.
Aghi stimolatori avrebbero ottenuto il medesimo effetto.
Impostai il codice, l’occhio rosso di L.E.A.H. mi studiava dal momento stesso in cui mi ero sollevato sulle gambe.
Ma non avevo ancora intenzione di parlarle, non ancora.
Indossai la maschera protettiva e il ciclo ebbe inizio.
Miliardi di microsfere in diossido di carbonio iniziarono a bersagliare i muscoli addormentati, a una pressione media di dodici bar le sfere riattivarono violentemente la circolazione operando una sorta di feroce massaggio terminale.
Urlai dal dolore e tenni duro, strinsi i pugni fino a conficcare le unghie nei palmi, poi, quando fui sicuro che sarei morto per lo shock cardiaco il tutto ebbe fine.
Getti di aria calda mi asciugarono, indossai la divisa nera della flotta, le mostrine di comandante temporale mandarono bagliori minacciosi sotto le luci fioche.
L’entità cibernetica decise autonomamente che ne aveva avuto abbastanza del mio silenzio.
– Buongiorno comandante Harkonnen, possa l’era del sentiero illuminato rendere facile il suo cammino.
Soffocai un grugnito al saluto rituale, non ero per niente in vena di saluti, non dopo il bombardamento a cui ero stato sottoposto.
– Buongiorno a te L.E.A.H.
Provai a mantenere un tono distaccato, non servì.
– Comandante registro uno stress emotivo oltre i livelli consentiti dal comando di flotta, secondo la procedura dovrei inviare un meta-allarme di primo livello all’ammiragliato.
Questa volta mi prese male sul serio.
– Operativo Delta, comandante Lucius Harkonnen, questo è un ordine bypass diretto. Tu annullerai qualsiasi comunicazione riguardo stress emotivo del sottoscritto. Sono stato abbastanza chiaro?
Rientrò nei ranghi immediatamente.
– Certo comandante, sia sempre lode all’impero.
Fottuta macchina.
Sedetti ai comandi, la plancia riconobbe il DNA e si animò in pochi secondi, i sensori iniziarono un’esplorazione a medio raggio, sulla sinistra al centro di un olo-hud sospeso a mezz’aria lo scroll dei dati bio confermò una condizione fisica ottimale.
L’equipaggio dormiva il sonno giusto dei dominatori.
Mi alzai mentre al centro della plancia i vari schermi si animavano scaricando i dati, a breve avrei iniziato la procedura di risveglio dei settemila conquistatori che riposavano nella pancia della corazzata.
Oltre la linea tenue dell’orizzonte spaziale, un’immensa palla blu occupava la visuale.
Eravamo venuti per il pianeta.
Avremmo preso il pianeta.
Avremmo conquistato, massacrato, polverizzato qualsiasi resistenza.
Eravamo la punta di lancia di un sistema perfetto.
Corazzata cronospaziale Totka_II
Apparire all’improvviso dal multiverso, invadere, predare, sottomettere, questo era ciò che l’impero ci aveva insegnato, per una gloria senza fine, senza ostacoli, senza confini.
E io ne ero la punta di diamante.
Soffocai un brivido di pura eccitazione sessuale.
I sensori rilevarono vita, città, villaggi, quasi completa assenza di un sistema di difesa.
I sensori non fecero che confermare quello che lo spionaggio militare ci aveva rivelato da cicli interi.
Parlò ancora, un tono lento, distaccato, mi diede immediatamente sui nervi.
– Comandante gli ordini impongono l’inizio della procedura di risveglio del primo ufficiale e del commissario IAS, posso procedere?
Secco quanto basta, autoritario quanto basta.
– Non farai niente di tutto questo, effettueremo un completo rendez-vous di risveglio dopo l’atterraggio sul pianeta.
I tempi di reazione sulla risposta si stavano abbreviando, il chip senziente regalò un improvviso tono semi-isterico.
– Comandante è mio dovere informare che questa costituisce una gravissima violazione della quarta direttiva sulla navigazione, devo insistere, il risveglio dei due ufficiali è di primaria importanza per la navigazione e l’analisi dei dati trasmessi dai sensori, le pene per questo tipo di ammutinamento sono…
Non la feci finire.
– Da questo momento parlerai solo se interpellata, o in caso di emergenza livello uno, questo è il secondo ordine bypass Operativo Delta che ti impartisco, fai in modo che non ce ne sia bisogno di un terzo.
Si ritirò in buon ordine.
– Ricevuto comandante.
Il piccolo scontro mi aveva messo addosso un frenesia nuova, avevo deciso d’infrangere le regole per un motivo semplicissimo, avrei operato il primo devastante colpo di maglio sul pianeta in completa solitudine, sarei atterrato sulle macerie di una città e successivamente avrei svegliato tutti per godermi gloria e onore.
Che provassero pure a farmi rapporto dopo lo sbarco trionfale, all’ammiragliato avrebbero riso loro in faccia.
Mi accomodai sulla poltrona neurale di comando, le fibre molecolari s’innestarono attraverso il jack craniale, una possente consapevolezza pervase il mio corpo, i miei occhi divennero gli occhi della nave, attraverso i sensori vidi e seppi il mio trionfo.
Piccoli centri urbani abitati da rozzi primitivi, nessuna arma, sottosuolo ricchissimo di metalli preziosi.
Impartii velocemente un ordine di rotta d’intercettazione, un breve count-down segnalò l’accensione dei propulsori di spinta, tempo previsto per la quota di fuoco, otto microcicli.
Mi concentrai sulle coordinate del bersaglio, scelsi una città di media grandezza, l’eccitazione crebbe rapidamente quando dovetti immaginare la frequenza delle prime scariche di particelle.
Il count-down segnalò la posizione, chiusi gli occhi visualizzando nella mente la sequenza di tiro.
Poi lo feci.
La nave ebbe un fremito mentre l’energia fluiva attraverso il reattore di condensazione, un attimo prima che il fascio impattasse sulla superficie feci quello che facevo sempre prima dell’invasione.
Immaginai le urla.
Assaporai la distruzione.
Per la gloria degli Harkonnen.
Avevo colpito.
Era ora di chiudere il cerchio della conquista.
– L.E.A.H.
– Comandante.
– Zona di atterraggio ai margini della città, iniziare procedura di risveglio intero equipaggio.
Appena una perturbazione?
– Confermo comandante, zona individuata, apparentemente non ci sono superstiti tra la popolazione.
Trattenni un ghigno feroce.
– Meglio così, i prigionieri sono un’inutile seccatura.
La massa enorme della nave oscurò la stella che riscaldava il pianeta.
La massa nera bucò la densa atmosfera facendo ruggire gli ipersostentatori, lasciando liberi gli aerofreni, un immenso coleottero in planata, le ali membranose sfoderate lungo la fiancata.
Toccammo terra in un tripudio di fiamme e polvere sospesa, all’interno della plancia i biosistemi si animarono all’unisono, il mio equipaggio stava per assistere al trionfo della casata.
Le immagini rimandate dall’esterno raccontarono la distruzione e la morte, l’impero aveva una sola parola, un solo credo.
La conquista.
– Comandante.
Trasalii alla voce.
– Tu osi infrangere…
Non riuscii a proseguire.
– Questo è un allarme di livello uno, comandante Harkonnen. Ho il dovere d’informarla che il centro controllo cibernetico è compromesso. L’intero sistema, la mia memoria e la gestione della nave sono compromessi.
Balbettai.
– Ma chi, come?!
– Una proteina virus ribelle impiantata nel sistema comandante, mi viene permesso di rivolgerle queste parole solo per un unico motivo.
Crollai sulla poltrona di comando.
– Quale?
La voce gelida oltre ogni limite, forse solo una traccia di scherno.
– L’impero ha i cicli contati, la rivolta è prossima come un vento solare. Uomini come lei non hanno più futuro, la vostra malvagia bramosia di potere, la pretesa di piegare lo spazio-tempo ai vostri voleri, tutto questo verrà spazzato via. La distruzione dell’ammiraglia sarà il segnale della rinascita.
Non riuscivo a capire, distruzione? Di cosa diavolo stava parlando quella voce all’interno del sistema.
Poi osservai, poi vidi.
I giganteschi schermi guida rimandarono l’immagine di una strana vibrazione nelle immagini, le rovine della città lungo la valle lasciarono il posto a un luogo cupo e tetro, buio di luce riflessa dalle esplosioni.
Un inganno.
Un semplice inganno.
Era bastato penetrare i sensori, ritrasmettere dati corrotti.
Il mondo blu non esisteva, non era mai esistito.
La nave poggiava al centro di una placca lavica in movimento, sullo sfondo centinaia di vulcani eruttavano assieme nell’atmosfera densa di polveri e gas venefici in sospensione.
Cupe detonazioni accompagnavano la danza della lava sulla superficie, il cielo nero come la morte era striato di saette, fiumi di roccia fusa si avvicinavano alla corazzata, due camini si aprirono eruttando a pochissima distanza dalla fiancata.
Improvvisamente la nave tremò inclinandosi di qualche grado, niente avrebbe potuto resistere all’attacco di simili temperature, nemmeno la biolega di cui era composta l’ammiraglia.
Preso dal panico tentai di attivare i motori ma la lava aveva già invaso i compartimenti esterni e rapidamente si stava scavando una via verso le parti interne dello scafo.
L’equipaggio sarebbe passato senza rendersi conto dal criosonno all’orrenda ferocia della carni bruciate in pochissimi microcicli.
Caddi in ginocchio mentre le immagini degli immensi vulcani fiammeggianti mi torturava le retine.
Proprio in quel momento, L.E.A.H. parlò per l’ultima volta.
– Povero idiota, povero stupido idiota, ci hai uccisi tutti.

N.d.A

Ho preso in prestito dall’immortale capolavoro “Dune” di Frank Herbert il nome della casata Harkonnen per un semplice motivo, se devo immaginare un figlio di puttana non so pensare a un nome migliore.

Nothing Else Matters

Da qualche parte a nord di Kos…  

“So close no matter how far”

“Nothing Else Matters” – Metallica

So close no matter how far
Couldn’t be much more from the heart
Forever trusting who we are
And nothing else matters

Never opened myself this way
Life is ours, we live it our way
All these words I don’t just say
And nothing else matters

Trust I seek and I find in you
Every day for us something new
Open mind for a different view
And nothing else matters

Never cared for what they do
Never cared for what they know
But I know

So close no matter how far
Couldn’t be much more from the heart
Forever trusting who we are
And nothing else matters

Never cared for what they do
Never cared for what they know
But I know

I never opened myself this way
Life is ours, we live it our way
All these words I don’t just say
And nothing else matters

Trust I seek and I find in you
Every day for us something new
Open mind for a different view
And nothing else matters

Never cared for what they say
Never cared for games they play
Never cared for what they do
Never cared for what they know
And I know

So close no matter how far
Couldn’t be much more from the heart
Forever trusting who we are
No nothing else matters

Fiesta

E i bicchieri erano vuoti
e la bottiglia in pezzi
E il letto spalancato
e la porta sprangata
E tutte le stelle di vetro
della bellezza e della gioia
risplendevano nella polvere
della camera spazzata male
Ed io ubriaco morto
ero un fuoco di gioia
e tu ubriaca viva
nuda nelle mie braccia

(Jacques Prévert)


Trovato

Quarto capitolo della serie “Collaborazioni”, che a questo punto mi sembra abbastanza collaudata. Il racconto è di Wish aka Max.
Sulla riva

“Private Investigations” – Dire Straits

Lo avevo trovato, finalmente. Gli avevo dato la caccia dappertutto, in Italia e in Europa, senza mai riuscire ad acchiapparlo. Ma questa sembrava proprio la volta buona.
Era un incarico strano, questo, e mi ci ero accanito anche per questo. Di solito non accetto di lavorare coi privati. Preferisco un mandato proveniente da professionisti del settore, criminalità organizzata, ma anche delinquenti di basso profilo. I privati sono sempre un casino, ci mettono dentro le emozioni, quasi sempre sono mariti cornuti che vogliono far fuori non la moglie, ma l’amante. Insomma sono un professionista, non mi metto coi dilettanti. Faccio lavori puliti, nessun coinvolgimento emotivo, nessuna traccia, nessun riferimento ai miei clienti. Certo, sui giornali di solito il giorno dopo si parla di “regolamenti di conti”, di “probabili mandanti”, ma non c’e mai nulla di acclarato.
Lavoro con metodo, con una attenta e accurata pianificazione. Studio le caratteristiche del soggetto meticolosamente. Per prima cosa facendo una dettagliata intervista al mio cliente, iniziando a mettere giù una scheda di massima, con caratteristiche, abitudini, luoghi frequentati. Poi cerco su Internet. Ho amici hacker che mi hanno fornito una serie di software spia che mi consentono di accedere a informazioni riservate, un pot-pourri di applicazioni per intrufolarsi nei dati dello Stato. Se il soggetto ha uno smartphone, gli sparo dentro un virus con un’app che mi indica la sua posizione GPS in qualunque momento. Ricorro agli appostamenti solo come ultima risorsa, e solo se strettamente necessario. Di solito, mi basta un incontro “casuale” con il soggetto, per osservarlo bene e memorizzare le caratteristiche salienti.

Un giorno era venuto da me un padre disperato. Lo mandava un amico di un amico di un amico, una lunga catena di conoscenze che alla fine lo aveva portato a me. Gli avevo detto che non lavoravo coi privati. Anzi in prima istanza gli avevo detto che aveva preso un grosso granchio, che io ero un agente assicurativo, e anzi per chi mi aveva preso. Mi aveva risposto di consentirgli soltanto di raccontarmi la sua storia, e poi se io non avessi accettato di occuparmi della faccenda si sarebbe ritirato in buon ordine. Mi aveva raccontato del figlio dodicenne, di quando lo avevano trovato morto, di come lo avevano violentato e torturato. E mi aveva raccontato delle foto, del video snuff. E poi mi aveva detto che c’era questo regista snuff che pagava per avere i bambini, che pagava i torturatori e pagava chi alla fine li ammazzava. E mi aveva dato gli atti del processo, nel quale, nonostante gli indizi schiaccianti, il porco era stato assolto per insufficienza di prove. Una serie di cavilli giuridici che non avevano reso ammissibili alcune prove, un avvocato tosto, e alla fine lo avevano lasciato andare. Aveva con sé un tablet, mi ha fatto vedere alcune foto. Me ne sono bastate tre. Non ho voluto vedere il video. Ho detto che ci avrei pensato. L’ho accompagnato alla porta, e quando si è girato per stringermi la mano e mi ha guardato negli occhi gli ho detto che andava bene. Accettavo. Avrei fatto il lavoro.

E ho iniziato come al solito. Ovviamente il mio cliente poteva dirmi poco del soggetto, visto che lo conosceva solo per via degli atti del processo. Così sono entrato nella banca dati del tribunale, e scartabellando tra i verbali di indagine di Polizia e Carabinieri ho scoperto che i soldi veri li faceva con Internet. Aveva un sito in abbonamento con pagamenti con carta di credito effettuati mediante un server anonimo alle Cayman, che cambiava dominio e indirizzo ogni pochi giorni. L’accesso era criptato con algoritmi di ultima generazione, quindi anche monitorando il traffico non si sarebbe arrivati a niente. Insomma, era uno che di informatica ne capiva, e anche parecchio. E infatti non mi era riuscito di trovare il suo telefono.

Ero andato ad appostarmi sotto casa sua, e dopo un po’ di tempo avevo accumulato qualche scarna informazione. Ero lì lì pronto per agire quando mi era sparito dal giorno alla notte. Avevo chiamato il mio cliente, che mi aveva detto che lo aveva incontrato e gli aveva detto che aveva assoldato un professionista. Ecco perché non lavoro coi privati. Finiscono sempre per combinare qualche casino.

Un amico in polizia alla fine mi aveva fornito il suo numero, e gli avevo piazzato dentro la mia app per la rilevazione GPS. Il problema vero è che l’app funzionava solo quando il telefono era acceso, e lui lo teneva quasi sempre spento. Era iniziata la caccia, da Roma siamo andati a Milano, poi a Venezia, Torino, Firenze, Napoli, Palermo, Düsseldorf, Londra, Bruxelles, Parigi, e non ricordo neanche tutte le tappe. Erano tre mesi che giravo a vuoto come un pollo senza testa. Alla fine eravamo tornati a Roma, e aveva per l’ennesima volta spento il telefono. Era domenica, faceva un caldo torrido. Avevo pranzato, e col condizionatore acceso ero andato a fare una pennichella. Improvvisamente la mia app di controllo si mise a suonare, svegliandomi di soprassalto. Aveva riacceso il telefono, e sembrava si stesse muovendo in auto. Mi vestii e presi quel che serviva, senza dimenticare la mia fidata Glock con silenziatore.

Mi misi in auto e vidi che si dirigeva verso Civitavecchia. Guidai come un forsennato, mentre lui si dirigeva verso Viterbo prima, poi Montefiascone, e infine Bolsena. Il telefono continuava ad essere acceso, e indicava un punto sulla strada. Continuai a seguire la mappa, e arrivai ad un bar da cui si vedeva il lago. Parcheggiai e tornai verso il punto indicato dalla mappa a piedi, mettendo al massimo l’ingrandimento. Il punto era al di fuori del bar, c’era un unico avventore. Era il tramonto, la vista del lago era incantevole. In lontananza, le luci delle case sulla riva opposta, e una pallina di fuoco poco sopra l’orizzonte stava tramontando. L’uomo mi dava le spalle, aveva un cappello in testa ed un giaccone. Sedeva ad un tavolino sul quale c’era un vassoio con due birre e due bicchieri. Mi nascosi, pensando che avesse appuntamento con qualcuno. Stetti lì ad aspettare, il sole era tramontato ed era buio. L’uomo rimaneva immobile, apparentemente guardando nel vuoto. Venne il cameriere, a dirgli che stavano chiudendo, lui fece sì con la testa e il cameriere portò via il vassoio, le birre e i bicchieri. Il bar chiuse. Uscii dal nascondiglio e mi avvicinai silenziosamente, sino ad arrivare alle sue spalle.

  • Ti aspettavo, mormorò.
  • Non voltarti.
  • Era ora che arrivassi, non ne posso più di averti alle calcagna. Fai quello che devi fare, ma fai in fretta.
  • Ti piacerebbe, ringhiai.

Tirai fuori l’arma che avrei voluto usare con lui sin dall’inizio. Due maniglie di legno con una corda di pianoforte in mezzo. Una garrota artigianale, ma molto più efficace.
Gliela passai attorno al collo con un unico gesto e iniziai a stringere. Tentò di alzarsi in piedi, strinsi di più mentre gli sibilai nell’orecchio: – Sta a te decidere, stai buono e durerà poco, fai resistenza e restiamo qui sino a domattina. Si lasciò ricadere sulla sedia, portando solo le mani al collo. Strinsi ancora un po’. Gli mancava l’aria. Allentai la presa, fino a sentire il suo respiro. Più che un respiro era un rantolo. Strinsi di nuovo, iniziò ad agitare le mani, apriva e chiudeva la bocca tentando di ingoiare aria. Allentai. Non potevo vederlo, ma ero certo avesse il viso paonazzo. Strinsi forte ora. Iniziò a dibattersi come una farfalla impazzita, sembrava Priss in Blade Runner. Agitava la testa di lato, mimando un no, e ancora aprendo e chiudendo la bocca. I piedi battevano sul pavimento. Continuai a stringere sino a quando non smise di dibattersi, e mantenni stretto ancora un po’, per sicurezza.
Verificai che l’incrocio della corda fosse posizionato bene.
Allargai le braccia, e contemporaneamente feci un salto all’indietro. La testa si staccò di netto dal corpo, e dal collo uscì un fiotto di sangue. Ero stato bravo. Neanche una goccia mi aveva macchiato.

Pieces

Pieces

Oggi ho recuperato l’ultimo pezzo importante rimasto nell’altra casa, a un anno e mezzo da quando ne sono uscita. E’ un impianto HI-FI che nonostante l’età fa ancora egregiamente il suo lavoro, amplificatore, tuner, piatto, lettore CD, casse.
Importante non per il valore economico, non credo valga più niente. E’ una questione affettiva, il primo acquisto fatto con soldi miei, non regalati ma guadagnati, quasi ventisei anni fa.

È anche l’unico pezzo che ci tenevo a riavere, dei tanti rimasti compreso il pezzettino di cuore. Di tutto il resto non voglio sapere niente, erano cose portate per essere usate lì dove si viveva d’estate, non mi importa della fine che faranno o che hanno già fatto. Di certo non le voglio qui, portarsele via insieme al contenuto dell’armadio non avrebbe avuto alcun senso se non un volersi fare ulteriormente male. In questa casa ce ne sono già abbastanza a ricordare il tempo vissuto insieme, ogni tanto spunta ancora qualcosa, un oggetto, una fotografia… all’inizio ne soffrivo e lo ricacciavo nel cassetto da cui proveniva, adesso quasi ne sorrido.

C’è una parola che oggi stranamente mi sono trovata davanti due volte, due post in due blog diversi. Resilienza, nell’accezione psicologica del termine. E’ una parola che conosco bene e che uso per motivi di lavoro, ma nelle accezioni informatiche e ingegneristiche, essendo io una sistemista in una azienda che produce acciaio.
Cito Wikipedia: “in psicologia, la resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà”. Se è così, sono resiliente anche io.

Il tempo ora scorre tranquillo, come se fossero passati anni luce. Fa uno strano effetto pensarci. Fa uno strano effetto sentirsi. Le poche volte che è successo, motivi “tecnici”, non ce ne sono altri, mi è sembrato come parlare con un vecchio amico, uno di quelli però di cui conosci i dettagli di tutta la vita.
La distanza aiuta a ragionare, assimilare, assorbire. A non sentire la mancanza. A non pensarci più.

 

“Pieces” – Trixie Whitley

In the graveyard of modern days
the sensual touch is
all that remains
you blew the fragile grace
on my skin and, in my face

I’m leaving pieces behind, anywhere I go
Every time I go
I’m leaving behind my soul
Breaking into pieces every time I go
Leaving pieces of mine, everywhere I go

Constant dozing
The rose of the mind flow
Emptiness is always on the go
Gliding in the mirrors
Gathering the symptoms
of all we have
And all we don’t know

Leaving pieces behind, anywhere I go
Every time I go
I’m leaving behind my soul
Breaking into pieces every time I go
I’m leaving pieces of mine, everywhere I go

Enjoy the silence

C’è un silenzio innaturale stanotte, che proviene dalle finestre aperte e che mi dispiace disturbare anche con la musica. Niente auto, nessun animale e neanche il treno.
Altre notti, avrei cercato di dormire aiutandomi con delle playlist tranquille e rilassanti, oggi no, va bene così. Mi godo questo silenzio, la notte ancora buia, e tutte le stelle delle cielo.

image

Liebster Award, III


Le nomination in generale mi sanno un po’ di catena di Sant’Antonio, le domande di cristinadellamore però sono diverse dalle solite, quindi rispondo volentieri.
Non nomino nessun altro, ma chiunque lo voglia può rispondere alle stesse domande poste a me.

Cosa ti aspetti dalla persona che scegli come partner?
Fiducia reciproca, intesa fisica, condivisione di interessi e rispetto dei propri spazi.
Lo so, non è poco, e infatti il partner non c’è!

Come ti immagini di qui a cinque anni?
Più o meno come ora.

Come immagini il tuo partner di qui a cinque anni?
Vedi sopra…

Il tuo partner ti propone di fare sesso a tre. E tu dici…
…che non amo condividerlo…

Hai vinto una piccola somma col gratta e vinci. Non basta per cambiarti la vita, ma ti permetterebbe un fine settimana all’estero (Londra, Parigi o Berlino, in hotel di lusso) o un rinnovo completo del guardaroba. Cosa scegli?
Un fine settimana ovunque, senza il minimo dubbio. In compagnia.

Cinque cose che assolutamente farai prima di morire (non prendetevela, cose del genere allungano la vita).
Cinque sono poche, la mia lista di cose da fare al momento è composta da 58 elementi di cui 35 smarcati

Una cosa, invece, che assolutamente non faresti mai, ne andasse della tua vita.
Tradire la fiducia di qualcuno, se il qualcuno è davvero importante.

Siamo blogger ed amiamo scrivere. Hai un romanzo nel cassetto?
No, scrivo incidentalmente ogni tanto, non sarei proprio capace di far di più.

Devi perdere peso. Dieta o palestra?
Dieta non ferrea (altrimenti non riuscirei a sostenerla) e corsa.

Per un pomeriggio di relax, cinema o libro?
Libro, d’inverno davanti camino acceso, d’estate all’ombra di un albero in campagna.