Rage, rage against the dying of the light

Rage, rage against the dying of the light

“Do not go gentle into that good night,
Old age should burn and rave at close of day
Rage, rage against the dying of the light”

Notte di fantascienza. Mi piace, m’è sempre piaciuta, da leggere e da guardare. Cronache Marziane, Fahrenheit 451, la Guida Galattica, Alien, Guerre Stellari. Enki Bilal è stato una folgorazione, è iniziato tutto da lui. Blade Runner è intriso della sua Trilogia Nikopol, e non sono solo io a dirlo. Roba così come fai a non leggerla e rileggerla, a non vederla e rivederla (Se c’è qualcuno non ha mai letto Bilal, che corra ai ripari, se c’è qualcuno che non ha mai visto Blade Runner, addio).

Back to last night.

Arrival al cinema, Interstellar a seguire a casa (e grazie a te che m’hai fatto conoscere altadefinizione e a te che m’hai fatto comprare Chromecast). Interstellar non l’avevo ancora visto, mea culpa, ma era uscito al cinema nel mio periodo buio. Che sono il tipo da maratone s’è capito, e dunque ci ho fatto le tre di notte. Il suggerimento è arrivato da un amico che qualche sera fa mi ha detto che la poesia di Dylan Thomas citata nel film gli ricorda me, e che nel film acquista una forza particolare. Do not go gentle into that good night la conosco bene, è resident da qualche parte nella mia memoria. C’è un negozio a Firenze che vende scarpe di quella marca che inizia per H e che vaderetrosatana, ma il locale è bellissimo, allestito in una vecchia farmacia coi mobili dell’epoca. Dietro alla cassa c’è uno scaffale che occupa quasi tutta la parete, con tanti piccoli cassetti in cui mettono lacci e minuterie. Ecco io la mia memoria la dipingerei così, come tanti cassettini. Alcuni li apro tutti i giorni, altri stanno lì e mi ricordo del contenuto solo quando qualcuno ne sollecita l’apertura. Quindi ho visto il film, e la poesia di Thomas è al posto giusto nel momento giusto. Non mollare, non darsi per vinti anche se è una fatica bestia, anche se l’impresa è difficile, anche se sarebbe più facile lasciarsi andare, lasciarsi trasportare dalla corrente. Spiega anche la koi che mi sono fatta tatuare sulla schiena.

Do not go gentle into that good night,
Old age should burn and rave at close of day;
Rage, rage against the dying of the light.

Though wise men at their end know dark is right,
Because their words had forked no lightning they
Do not go gentle into that good night.

Good men, the last wave by, crying how bright
Their frail deeds might have danced in a green bay,
Rage, rage against the dying of the light.

Wild men who caught and sang the sun in flight,
And learn, too late, they grieved it on its way,
Do not go gentle into that good night.

Grave men, near death, who see with blinding sight
Blind eyes could blaze like meteors and be gay,
Rage, rage against the dying of the light.

And you, my father, there on the sad height,
Curse, bless, me now with your fierce tears, I pray.
Do not go gentle into that good night.
Rage, rage against the dying of the light.

Conosco delle Barche

20140801-102458-37498740.jpg

Conosco delle barche
che restano nel porto per paura
che le correnti le trascinino via con troppa violenza.

Conosco delle barche che arrugginiscono in porto
per non aver mai rischiato una vela fuori.

Conosco delle barche che si dimenticano di partire
hanno paura del mare a furia di invecchiare
e le onde non le hanno mai portate altrove,
il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.

Conosco delle barche talmente incatenate
che hanno disimparato come liberarsi.

Conosco delle barche che restano ad ondeggiare
per essere veramente sicure di non capovolgersi.

Conosco delle barche che vanno in gruppo
ad affrontare il vento forte al di là della paura.

Conosco delle barche che si graffiano un po’
sulle rotte dell’oceano ove le porta il loro gioco.

Conosco delle barche
che non hanno mai smesso di uscire una volta ancora,
ogni giorno della loro vita
e che non hanno paura a volte di lanciarsi
fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.

Conosco delle barche
che tornano in porto lacerate dappertutto,
ma più coraggiose e più forti.

Conosco delle barche straboccanti di sole
perché hanno condiviso anni meravigliosi.

Conosco delle barche
che tornano sempre quando hanno navigato.
Fino al loro ultimo giorno,
e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti
perché hanno un cuore a misura di oceano.

Jacques Brel

Io sono la barca graffiata e un po’ lacerata che continua ad uscire nonostante le nuvole e il rischio di affondare.
Qual è la vostra barca?

“Struggle for Pleasure” – Wim Mertens

 

La semplicità è mettersi nudi davanti agli altri

image

La semplicità è mettersi nudi davanti agli altri.
E noi abbiamo tanta difficoltà ad essere veri con gli altri.
Abbiamo timore di essere fraintesi, di apparire fragili,
di finire alla mercè di chi ci sta di fronte.
Non ci esponiamo mai.
Perché ci manca la forza di essere uomini,
quella che ci fa accettare i nostri limiti,
che ce li fa comprendere, dandogli senso e trasformandoli in energia, in forza appunto.
Io amo la semplicità che si accompagna con l’umiltà.
Mi piacciono i barboni.
Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle,
sentire gli odori delle cose,
catturarne l’anima.
Quelli che hanno la carne a contatto con la carne del mondo.
Perché lì c’è verità, lì c’è dolcezza, lì c’è sensibilità, lì c’è ancora amore

(Alda Merini)

 

“Ain’t Got No, I Got Life” – Nina Simone

I ain’t got no home, ain’t got no shoes
Ain’t got no money, ain’t got no class
Ain’t got no skirts, ain’t got no sweater
Ain’t got no perfume, ain’t got no bed
Ain’t got no mind

Ain’t got no mother, ain’t got no culture
Ain’t got no friends, ain’t got no schooling
Ain’t got no love, ain’t got no name
Ain’t got no ticket, ain’t got no token
Ain’t got no God

And what have I got?
Why am I alive anyway?
Yeah, what have I got
Nobody can take away?

Got my hair, got my head
Got my brains, got my ears
Got my eyes, got my nose
Got my mouth, I got my smile
I got my tongue, got my chin
Got my neck, got my boobs
Got my heart, got my soul
Got my back, I got my sex

I got my arms, got my hands
Got my fingers, got my legs
Got my feet, got my toes
Got my liver, got my blood

I’ve got life, I’ve got my freedom
I’ve got the life

I’ve got the life
And I’m gonna keep it
I’ve got the life
And nobody’s gonna take it away
I’ve got the life

Fiesta

E i bicchieri erano vuoti
e la bottiglia in pezzi
E il letto spalancato
e la porta sprangata
E tutte le stelle di vetro
della bellezza e della gioia
risplendevano nella polvere
della camera spazzata male
Ed io ubriaco morto
ero un fuoco di gioia
e tu ubriaca viva
nuda nelle mie braccia

(Jacques Prévert)


6 aprile 2009

Poco fa ho letto il post di Aldievel e mi è venuto in mente questo pezzo, è una poesia di Paolo Messina messa in musica da Pippo Pollina, un grande musicista italiano che in terra nostra è quasi misconosciuto.
L’origine è diversa dall’evento di cui si parla nel post, il terremoto dell’Aquila, ma mi fa venire in mente quel che possono aver provato le persone che erano lì, quella notte ed i giorni successivi, chi si è salvato, chi ha perso la casa, chi ha perso una persona cara.
Il testo della poesia è in siciliano, ne ho aggiunto a lato la traduzione che ho trovato qui.

Crack

 

“Versi per la libertà” – Pippo Pollina

Ammanitati lu ventu Ammanettate il vento
si criditi se credete
ca vi scummina li capiddi che vi scombina i capelli
lu ventu ca trasi dintra li casi il vento che entra nelle case
pi cunnurtari lu chiantu per consolare il pianto
lu ventu ca trasi dintra li casi. il vento che entra nelle case.
.
Ammanittati lu chiantu Ammanettate il pianto
si criditi se credete
pi cuitari lu munnu per tranquillizzare il mondo
lu chianti ca matura dintra li petti il pianto che matura nei petti
e sdirrubba li mura e astuta li cannili e distrugge le mura e spegne le candele
e sdirrubba li mura e astuta li cannili. e distrugge le mura e spegne le candele.
.
Ammanittati la fami Ammanettate la fame
si criditi se credete
d’addifinnirivi li garruna di difendervi i galloni
ma la fami nunn’avi vrazza ma la fame non ha braccia
lu chiantu nunn’avi affruntu il pianto non ha vergogna
ma la fami nunn’avi vrazza ma la fame non ha braccia
lu chiantu nunn’avi affruntu il pianto non ha vergogna
lu ventu nun sapi sbarri. il vento non conosce sbarre.
.
Ammanittati l’ummiri Ammanittate le ombre
che di notti vannu pi li jardina che di notte vanno nei giardini
a mettiri banneri supra li petri a mettere bandiere sopra le pietre
e chiamanu a vuci forti li matri e chiamano a voce forte le madri
ca nunn’annu cchiù sonnu che non hanno più sonno
e vigghianu d’arreri li porti e vegliano dietro le porte (chiuse)
ammanittati li morti. ammanettate i morti.
Ammanittati li morti Ammanettate i morti
si criditi. se credete.

Ciò che è d’oro non dura

“Ciò che è d’oro non dura”. Mi era venuta in mente una poesia che avevo letto una volta

Come?

“Della natura il primo verde è d’oro
il più raro ed effimero color
la prima foglia è un fior
che dura un’ora sola.
Poi foglia cede foglia
così l’Eden piombò nella doglia,
così l’alba nel giorno si cala.
Ciò che è d’oro non dura.”

L’ha scritta Robert Frost. Voleva dire qualcosa di più, ma non la capisco
….
….

Quella poesia, quel tipo che l’aveva scritta, voleva dire che sei d’oro quando sei un ragazzo, che sei come verde. Quando sei un ragazzo, tutto è nuovo, è l’alba. È solo quando ti sei abituato a tutto che è giorno.

Dialogo tra PonyBoy e Johnny, dal libro “I ragazzi della 56° strada”, di Susan E. Hinton

“Kryptonite” – Ivan Graziani

Continua a leggere “Ciò che è d’oro non dura”

The invitation

It doesn’t interest me what you do for a living. I want to know what you ache for and if you dare to dream of meeting your heart’s longing.

It doesn’t interest me how old you are. I want to know if you will risk looking like a fool for love, for your dream, for the adventure of being alive.

It doesn’t interest me what planets are squaring your moon. I want to know if you have touched the centre of your own sorrow, if you have been opened by life’s betrayals or have become shrivelled and closed from fear of further pain.

I want to know if you can sit with pain, mine or your own, without moving to hide it, or fade it, or fix it.

I want to know if you can be with joy, mine or your own; if you can dance with wildness and let the ecstasy fill you to the tips of your fingers and toes without cautioning us to be careful, be realistic, remember the limitations of being human.

It doesn’t interest me if the story you are telling me is true. I want to know if you can disappoint another to be true to yourself. If you can bear the accusation of betrayal and not betray your own soul. If you can be faithless and therefore trustworthy.

I want to know if you can see Beauty even when it is not pretty every day. And if you can source your own life from its presence.

I want to know if you can live with failure, yours and mine, and still stand at the edge of the lake and shout to the silver of the full moon, ‘Yes.’

It doesn’t interest me to know where you live or how much money you have. I want to know if you can get up after the night of grief and despair, weary and bruised to the bone and do what needs to be done to feed the children.

It doesn’t interest me who you know or how you came to be here. I want to know if you will stand in the centre of the fire with me and not shrink back.

It doesn’t interest me where or what or with whom you have studied. I want to know what sustains you from the inside when all else falls away.

I want to know if you can be alone with yourself and if you truly like the company you keep in the empty moments.

(Oriah Mountain Dreamer)

Night Flower

“Dimmi” – Sulutumana

Non mi interessa che cosa fai per guadagnarti da vivere,
voglio sapere che cosa ti fa soffrire e se osi sognare di incontrare il desiderio nel tuo cuore.

Non mi interessa quanti anni hai,
voglio sapere se rischierai di sembrare ridicolo per amore,
per i tuoi sogni, per l’avventura di essere vivo.

Non mi interessa quali pianeti sono in quadratura con la tua luna,
voglio sapere se hai toccato il centro del tuo dispiacere,
se sei stato aperto dai tradimenti della vita o ti sei inaridito e chiuso
per la paura di soffrire ancora.

Voglio sapere se puoi sopportare il dolore, mio o tuo,
senza muoverti per nasconderlo, sfumarlo o risolverlo.

Voglio sapere se puoi vivere con la gioia, mia o tua,
se puoi danzare con la natura e lasciare che l’estasi ti pervada
dalla testa ai piedi senza chiedere di essere attenti,
di essere realistici o di ricordare i limiti dell’essere umani.

Non mi interessa se la storia che racconti è vera,
voglio sapere se riusciresti a deludere qualcuno per mantenere fede a te stesso,
se riesci a sopportare l’accusa di tradimento senza tradire la tua anima.

Voglio sapere se puoi essere fedele e quindi degno di fiducia.

Voglio sapere se riesci a vedere la bellezza anche quando non è sempre
bella; e se puoi ricavare vita dalla Sua presenza.

Voglio sapere se riesci a vivere con il fallimento, mio e tuo,
e comunque rimanere in riva a un lago e gridare alla luna piena d’argento: “Sì!”

Non mi interessa sapere dove vivi o quanti soldi hai,
voglio sapere se riesci ad alzarti dopo una notte di dolore e di disperazione,
sfinito e profondamente ferito e fare ugualmente quello che devi per i tuoi figli.

Non mi interessa chi sei e come sei arrivato qui,
voglio sapere se rimani al centro del fuoco con me senza ritirarti.

Non mi interessa dove o che cosa o con chi hai studiato,
voglio sapere chi ti sostiene all’interno, quando tutto il resto ti abbandona.

Voglio sapere se riesci a stare da solo con te stesso e se
apprezzi veramente la compagnia che ti sai tenere nei momenti di vuoto.

Conosco delle Barche

Conosco delle barche
che restano nel porto per paura
che le correnti le trascinino via con troppa violenza.

Conosco delle barche che arrugginiscono in porto
per non aver mai rischiato una vela fuori.

Conosco delle barche che si dimenticano di partire
hanno paura del mare a furia di invecchiare
e le onde non le hanno mai portate altrove,
il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.

Conosco delle barche talmente incatenate
che hanno disimparato come liberarsi.

Conosco delle barche che restano ad ondeggiare
per essere veramente sicure di non capovolgersi.

Conosco delle barche che vanno in gruppo
ad affrontare il vento forte al di là della paura.

Conosco delle barche che si graffiano un po’
sulle rotte dell’oceano ove le porta il loro gioco.

Conosco delle barche
che non hanno mai smesso di uscire una volta ancora,
ogni giorno della loro vita
e che non hanno paura a volte di lanciarsi
fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.

Conosco delle barche
che tornano in porto lacerate dappertutto,
ma più coraggiose e più forti.

Conosco delle barche straboccanti di sole
perché hanno condiviso anni meravigliosi.

Conosco delle barche
che tornano sempre quando hanno navigato.
Fino al loro ultimo giorno,
e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti
perché hanno un cuore a misura di oceano.

Jacques Brel