“Prima tu prendi un drink, poi il drink ne prende un altro, e infine il drink prende te”
(Francis Scott Fitzgerald)
“Come Together” – Paul Weller, Paul McCartney & Noel Gallagher
Faceva freddo. Ma era una di quella sere che come fai a stare in casa. Lavorato venerdì mattina, poi ancora da metà pomeriggio fino a notte inoltrata, e poi ancora tutto il giorno fino a sera. Quando c’è da fare con l’energia elettrica, raramente fila tutto liscio, si contano sempre vittime sul campo. Conto salato, ‘sto giro.
Quindi avevo bisogno di aria, e l’ho trovata. Fresca. Fredda. Pungente. Con la nuvoletta bianca del respiro. Guance rosse, calde e gelide allo stesso tempo. Occhi stretti e lucidi. Ginocchia che scricchiolano alle prime pedalate. Veloce nel parco e in strada, lenta tra la gente. Avevo sperato ci fosse anche lei, ma è sfuggente e si fa vedere solo quando vuole, il tempo di passare da casa e s’era già dileguata, lasciando solo quella patina lucida che potresti confondere con un po’ di pioggia appena caduta.
Soliti percorsi larghi del pomeriggio, ma di notte son più belli. Mi piace fermarmi agli angoli e guardare le persone, anche loro son diverse la notte. Dita dei piedi prossime al congelamento, anca destra dolorante a ricordare che c’hai una certa. Sedici chilometri e tre ore passate senza guardare l’orologio. In altri tempi non sarei neanche uscita con questa temperatura, ma è qualche anno che ho iniziato ad apprezzare l’inverno. Come tante altre cose che non avevo mai assaggiato. Come le olive, le cipolle e gli spinaci. Bisognava solo farci amicizia.
“Alive” – Pearl Jam
Lo stabile è una classica casa di ringhiera, un quadrato con cortile interno e ventotto porte sui ballatoi, zona tranquilla ma muri leggeri che puoi sentire la coppia del terzo piano quando rientra tardi la notte e la sciura del primo che soffre di insonnia e alle cinque è già sveglia e ciabatta da una stanza all’altra. Ci si conosce tutti, per lo meno di vista, molte coppie giovani con figli piccoli. In un angolo del cortile stazionano un tot di giochi e passeggini, tant’è che la prima volta che li avevo visti mi ero un po’ preoccupata, chissà che casino faranno tutti questi bambini.
Apro il cancello e parcheggio la bici, c’è il bimbo del primo piano che piange. E allora ci penso. In sette mesi che vivo qui non ne avevo mai sentito nessuno, ne di sera, ne durante il weekend quando ci sono anche di giorno. Li vedo spesso giocare con le bici o col pallone, ma sempre piuttosto tranquilli, anche quando sono tanti. Non ricordo niente di particolare neanche negli altri due appartamenti. E neppure quando esco, attraversando il parco, in centro, nelle vie in cui passo tutti i giorni. Che è strano. Strano per una abituata a bambini che fanno casino eccome. Chi strepita e si rotola a terra in mezzo al Corso tanto da sembrare posseduto perché vuole l’ennesimo giocattolo, chi attacca il pianto continuo e monocorde finché non ottiene quel che vuole, chi te lo ritrovi a scorrazzare senza controllo in mezzo ai tavoli del ristorante mettendo a rischio la pazienza e l’equilibrio dei camerieri, e non sono esempi a caso.
Salgo le scale col vicino e il suo cane, e glielo dico. Lui è romano d’origine trapiantato da qualche anno e conferma le mie impressioni, ma aggiunge che forse è anche per la zona in cui viviamo. Io non lo so se può essere davvero una spiegazione, però anche il suo cane è educato e non lo sento abbaiare quasi mai, giusto un paio di volte la mattina quando vuole fargli notare che è in ritardo sull’orario della passeggiata.
Ieri sera parlavo al telefono con un’amica, due figlie di due e sei anni. Dopo cinque minuti ci siamo dovute salutare perché le urla della piccola che cercava di accaparrarsi un libro della grande sforavano il limite dei decibel sopportabili impedendo qualunque possibilità proseguire la conversazione. Perché il ternano è un po’ come il romano, casinaro inside sin dalla nascita, e se ci penso i figli dei miei amici sono tutti più o meno uguali. Tutti piuttosto rumorosi, tutti dal pianto e dal capriccio facile, mentre quelli che vedo e con cui sono in contatto qui mi sembrano un po’ diversi. Non sono mummie, ma vivaci il giusto. O forse sono i genitori ad essere diversi.
Io non lo so se è il nord, la città, il quartiere, le singole persone, o se invece sono solo stata particolarmente fortunata io, ma finché dura mi godo la tranquillità di questo condominio.
“Hailie’s Song” – Eminem
“I threw it all away because
I had to be what never was”
“Something from Nothing” – Foo Fighters
Se attraversando i tornelli della metro sai già quale uscita prendere, ed entri nell’auto senza accendere sempre il TomTom prima del motore.
Se hai bisogno di una catena per la bici e sai dove comprarla. Ma anche una bici intera.
Se uscendo da lavoro non allunghi la strada tutti i giorni per non tornare subito al tuo appartamento, perché con quelle mura hai stipulato un patto di non belligeranza.
Se spostarti a piedi e in bici ti ha insegnato ad essere più attenta ed educata quando guidi.
Se inviare la richiesta di cambio di residenza fa un certo effetto, e il tagliandino che ricevi in cambio è così pesante tra le tue dita.
Se sai dove fare shopping comprando qualcosa di carino senza svenarti (le scarpe no, quelle rimangono caso a parte).
Se hai trovato un’estetista che si avvicina parecchio a quella frequentata per vent’anni, che curava i tuoi pensieri tanto quanto le tue unghie.
Se una mattina il phon muore e puoi tranquillamente bussare al vicino coi capelli nell’asciugamano, che lui di te ha già visto dettagli ben più intimi appesi ai fili del bucato.
Se hai portato a casa il progetto per cui sei stata assunta incassando l’apprezzamento ufficiale del nuovo capo.
Se i colleghi con cui condividi lo spazio e il tempo ti hanno fatto sentire parte del branco sin dal primo giorno, e ti dicono che quell’ufficio fatto di soli uomini lo hai anche un po’ trasformato.
Se le notizie che arrivano dal vecchio posto di lavoro sono sempre più sconfortanti, e guardando quel murale che è davanti all’ingresso del nuovo, sai di aver fatto la scelta giusta. E che indietro non ci torneresti.
Se c’è chi ti tiene la copia delle chiavi di casa e chi ti porta le medicine quando sei a letto col febbrone.
Se hai fatto sempre tutto da sola e non vorresti chiedere, ma a volte ne hai bisogno e scopri che non è poi così terribile farlo.
Se sai che l’accento della tua città non te lo toglierà mai neanche un corso di dizione, ma inizi a troncare i sostantivi invece dei verbi e ti ritrovi a dire “Figa, che giornata!”
Se il secondo tatuaggio più lo guardi e più ha senso, e no, non è troppo grosso, è proprio come doveva essere.
Se al locale pheego del momento preferisci il PicoBrew itinerante, con Jacopo che ti propone le birre che non hai ancora assaggiato.
Se quel Gin Tonic lì lo sai come va a finire, e va bene così.
Se imbocchi l’autostrada per andare verso una casa immersa nel verde ma sai già che questo asfalto e questo cemento ti mancheranno.
Se iniziando a scrivere il post era stato naturale aggiungerci “Something from Nothing”, ma quelle parole di “Milano e Vincenzo” sono le tue, e non puoi scegliere.
Se riesci a dormire cinque o sei ore per notte invece delle due o tre degli ultimi anni.
Se dopo un tot di risvegli a cinquecento chilometri da casa una mattina all’improvviso non hai più la sensazione di guardare il film di qualcun altro, e i piedi su parquet sono i tuoi, nel riflesso dello specchio ci sei tu, e l’acqua della doccia scorre calda su una pelle che è la tua. E rimani lì sotto a lungo, con gli occhi chiusi, a goderti l’acqua e questa nuova consapevolezza.
Se è così che sta andando, forse tutto quel che hai fatto per conquistare la collina 937 con sopra la speranza di altri vent’anni di lavoro non ha generato solo dolore e vuoti, ma anche qualche pieno e qualcosa in cui ricominciare a credere.
“Ti devo tanto come uomo
lavoro insieme ai figli tuoi
o Milano, fa’ di me quello che vuoi
ti lascio tutti i miei progetti
le mie vendette e la mia età
o non tradirmi sono vecchio e il tempo va”
“Milano e Vincenzo” – Alberto Fortis