“Hey Hey, My My (Into the Black)” – Neil Young & Crazy Horse
“Hey Hey, My My (Into the Black)”
Hey hey, my my
Rock and roll can never die
There’s more to the picture
Than meets the eye.
Hey hey, my my.
Out of the blue
and into the black
You pay for this,
but they give you that
And once you’re gone,
you can’t come back
When you’re out of the blue
and into the black.
The king is gone
but he’s not forgotten
Is this the story
of Johnny Rotten?
It’s better to burn out
‘cause rust never sleeps
The king is gone
but he’s not forgotten.
Hey hey, my my
Rock and roll can never die
There’s more to the picture
Than meets the eye.
“Io non amo la gente perfetta, quelli che non sono mai caduti, non hanno inciampato. La loro è una virtù spenta, di poco valore. A loro non si è svelata la bellezza della vita”.
(Borìs Pasternàk – Il dottor Živago)
“Beautiful” – Elvis Costello
Every day is so wonderful
And suddenly, it’s hard to breathe
Now and then, I get insecure
From all the pain, I’m so ashamed
I am beautiful no matter what they say
Words can’t bring me down
I am beautiful in every single way
Yes, words can’t bring me down
So don’t you bring me down today
To all your friends, you’re delirious
So consumed with all your doom
Trying hard to fill the emptiness
The piece is gone left the puzzle undone
Is that the way it is
You are beautiful no matter what they say
Words can’t bring you down
You are beautiful in every single way
Yes, words can’t bring you down
So don’t you bring me down today…
No matter what we do
No matter what we say
With the song inside that’s you
Full of beautiful mistakes
And everywhere we go
The sun won’t always shine
But tomorrow we might wake up on the other side
All the other times
We are beautiful in every single way
Words can’t bring us down, oh no
We are beautiful in every single way
Yes, words can’t bring us down
So don’t you bring me down today
Quando venticinque anni fa ho varcato per la prima volta l’ingresso della palazzina in cui passo ancora almeno otto ore al giorno, confesso di essermi sentita un po’ intimorita.
Avevo vent’anni, e pur essendomelo guadagnato quel lavoro, ero l’ultima arrivata. Poi sono timida per natura, ci metto un po’ ad avvicinare e lasciar avvicinare le persone. A volte un bel po’. A volte non succede proprio.
Cinque anni a programmare in un linguaggio che solo gente della mia età ricorda, poi l’area tecnica. Un luna park, per me. Io sono quella che alle medie scelse di fare circuiti elettrici invece che imparare l’uncinetto. Che smanettava le ROM dei primi Windows Mobile. Che nell’armadio ha un set completo di giraviti e brugole.
Immaginate me, a venticinque anni, trapiantata in un mondo fatto di uomini dai quaranta in su, per la maggior parte metalmeccanici provenienti dall’acciaieria e convertiti in informatici, abituati a non doversi preoccupare del fatto che ci sarà una donna ad ascoltare e condividere le loro conversazioni.
Due sono i tratti fondamentali e distintivi del metalmeccanico ternano: il primo è il linguaggio colorito che lascia poco spazio all’immaginazione, l’altro è che il tema principale delle sue conversazioni è il calcio, in tutte le sue sfaccettature e ramificazioni, locali, nazionali e internazionali.
Ora immaginate loro, che non si sono minimamente scomposti al mio arrivo, e hanno proseguito a comportarsi come se io non ci fossi. Forse all’inizio sono stati un poco più attenti ma col tempo sono arrivati a considerarmi parte dell’arredamento. Superato lo scoglio iniziale, s’è sciolta anche la mia timidezza. C’era anche un’altra donna con noi, ma per diversi anni siamo state in stanze diverse.
La mia educazione tecnica e sistemistica è cresciuta di pari passo con quella calcistica. Corner. Fuorigioco. Fallo da ultimo uomo. Non sono mai stata una grossa fan del calcio, a parte il tifare Inter per tradizione familiare trasformatasi in indefesso affetto, ma l’apprendimento è stato inevitabile. Tralasciamo quello che ho imparato sull’altro versante. Sarà per questo che a tutt’oggi non dico parolacce, mi scappano proprio raramente e per giusta causa.
Col tempo, i metalmeccanici originari sono stati sostituiti dalle nuove leve, sempre uomini, sempre più tifosi di calcio. Fino a ritrovarmi in un open space, molto open ma con con pochissimo space, gomito a gomito con tredici colleghi uomini, le scrivanie disposte a file come i banchi di scuola, e la collega donna presente a sprazzi all’altro capo della stanza. Zero privacy, tutta una grande famiglia. Gli anni in cui, indipendentemente dalla mia volontà, ho continuato ad assorbire nozioni calcistiche. Conoscevo il nome del portiere dell’Ajax. I sorteggi della Champions. Le regole del fantacalcio. Il colore delle maglie in trasferta. Obiettivamente troppo oltre il mio basilare interesse. Che poi non ci trovo niente di male ad interessarsi di calcio, il problema sorge quando diventa il solo ed unico interesse. Quando non c’è modo di interagire su argomenti diversi. Mai fregato gran che della moda, ma almeno musica. Cinema. Anche caccia e pesca potevano andare come diversivo.
Ho iniziato ad attendere con ansia ogni evento sportivo che potesse anche vagamente e temporaneamente dirottare l’attenzione dallo Sport Supremo. Ippica. Sci sull’erba. Curling. Pelota. Poteva andar bene uno qualunque. All’ultimo giorno del mercato di riparazione di un’annata particolarmentente densa di eventi e discussioni, non ne potevo più. Mi sono alzata in piedi e ho detto: “Scusate, si potrebbe parlare di topa almeno so di che si tratta e posso dire qualcosa anche io?”.
Le parole sono uscite da sole, e quei pochi secondi se li ricordano ancora tutti. Mi ci hanno presa in giro per un bel po’ di tempo.
E oggi che invece gli spazi sono tornati ad essere vivibili, che non c’è più bisogno di spostare la sedia per far passare il vicino di scrivania, siamo ridotti al fantasma di ciò che eravamo ieri. Box da quattro semivuoti, nel giro di un anno abitati da una sola persona. La mattina. Nel pomeriggio spesso vuoti. Segnali di fumo per parlare con qualcuno. Alle diciotto di ieri, mi sono alzata per prendere un caffè, e in tutta la palazzina eravamo tre: il turnista di presidio in sala server, la guardia all’ingresso, ed io. Non ho più neanche un capo, destinato ad altro incarico al di fuori dell’IT e non ancora sostituito. Anche l’altra donna è stata trasferita, sono rimasta l’unica dello staff tecnico.
E non avrei mai pensato di doverlo dire, ma si, sento la mancanza del calciomercato.
Un reblog di Sognatore Fallito mi ha fatto pensare che il mare e la montagna si amano per ragioni simili.
Quando è ancora freddo e posso appena bagnare i piedi
Quando piego la testa sotto le onde
Quando mi avvolge e mi solleva come un abbraccio
Quando le onde sul bagnasciuga scavano intorno ai piedi
Quando i raggi del sole penetrano sotto la superficie
Quando nuoto nel blu, solo blu senza fine, blu oltremare
Quando mi tuffo nell’azzurro e nel turchese
Quando le braccia si stancano
Quando mi sdraio nella bassa marea
Quando quando esco dall’acqua con gli occhi rossi
Quando il sale si asciuga sulla pelle
Quando basta uno sguardo, che gli uomini di mare sono di poche parole
Quando mi manca, che il più vicino è a due ore da me
Quando costruivo i castelli di sabbia, e poi aspettavo l’onda più forte che li avrebbe distrutti
Quando la prima immersione nel Mar Rosso è durata solo venti minuti per la troppa agitazione
Quando mia madre mi diceva “esci che hai le mani lesse” e oggi ancora me le guardo
Quando mi perdo dietro ai pesci rischiando di farmi spuntare le branchie come loro
Quando quarant’anni fa ti buttavano in piscina, che non si faceva la scherma o la danza
Quando ho nuotato tra i delfini sfiorandoli con le dita
Quando mi incanto a guardare una stella marina, viva
Quando il respiro non basta per restare sotto quanto vorrei
Quando posso rinunciare al superfluo, che con lui c’è bisogno solo dell’essenziale
Quando a notte fonda ci siamo solo noi e le stelle, ed è caldo e invitante
Quando gli unici rumori sono il vento nelle vele e lo sciabordio delle onde tagliate dallo scafo
Quando dormo nel pozzetto per godere della notte e dell’alba
Quando ti fa capire che il padrone di casa è lui, le regole le detta lui e bisogna portare rispetto
Quando il sole è all’orizzonte, e l’acqua si tinge di riflessi pastello
Quando la luna disegna draghi d’argento sulla superficie nera
Quando smetto di riempire l’SD per riempire gli occhi
Quando di ognuno mi porto a casa la voce per poterla riascoltare
Quando le prime piogge formano quella crosticina bucherellata sulla sabbia
Quando è scuro e in tempesta, e non smetterei mai di guardarlo
Di ascoltarlo
Di respirarlo
“Ho divorato il tuo viso quella sera. Ti ho visto forse per cinque minuti, ma quei cinque, lunghi minuti, ti hanno impressa in me, e già ti conosco a memoria.”
Questa collaborazione fotografia/parole va oltre i confini di WordPress, il testo è della mia amica Marta, le è piaciuto il gioco e ha voluto partecipare.
Ancora una volta, buona lettura.
La guardai e stava piangendo, non ebbi alcun bisogno di far domande e la cosa mi rese estremamente orgogliosa e forte. Con serenità, rimasi appoggiata al muro sorridendo per infonderle il senso di pace di cui aveva bisogno ed evitando così di metterla in difficoltà.
Due secondi di silenzio poi diventai le parole che iniziai a pronunciare.
«Anche la persona che credi sia la peggiore mai entrata nella tua vita, ha lasciato senza dubbio in te qualcosa di buono per sempre. Che sia una consapevolezza, una nozione, un profumo, una sensazione, un’espressione, un sapore, un brivido, un modo di fare, non importa. Le strade si guardano negli occhi all’incrocio e seppure alla fine prendono direzioni opposte, lì ci sono arrivate allo stesso momento. Apri i tuoi spazi più che puoi e scoprirai che… c’è chi esce con straordinaria eleganza, chi rimane sull’uscio, chi forza la serratura, chi rompe la maniglia, c’è persino chi inciampa sullo zerbino, chi bussa costantemente pur senza ricevere risposta, chi non chiede il permesso, chi è costretto a rimanere alla finestra, chi ha la chiave ma non la sa girare, chi varca la soglia senza accendere la luce, chi passeggia freneticamente senza mai decidersi ad entrare, chi sfonda l’ingresso e ruba un po’ di te lasciando le sue impronte per sempre, chi fa passare un soffio d’aria fresca e poi chiude senza fare rumore, ma anche chi scalda l’ambiente poi fa un gran casino quando esce di scena.
Poi c’è, c’è lui: quello che bussa con la mano sinistra perché nella destra ha una sorpresa per te, che non decide cosa fare della serata ma invita, che ti scatta una foto anche se hai l’asciugamano in testa e gli occhi gonfi perché ti trova bella sempre e comunque, quello che se l’imprevisto è davvero spiacevole ha la forza di dire che poteva andare peggio, lui che non ha paura di un tuffo nel lago, né di onde di mare, rocce da scalare, elastici e corde per sfidare il vuoto, lui che ti asseconda, ti stimola, ti protegge…
L’unico che sa quando è il momento di entrare e come farlo, il solo che non gira la chiave per serrarti la fuga, ma ti lascia libera di andare quando vuoi. È lo stesso che quando alla sera rientri e chiudi la porta dietro di te godi persino del suono delle chiavi perché sei serena e quello è il segno che ognuno, nella sua personale indipendenza ma con un valore aggiunto, ha concluso un’altra giornata appagante. Figlia mia, non accontentarti mai, non vivere nell’illusione che ci sia la tua metà. Tu sei già perfetta così. Se non senti amplificate le tue sensazioni più belle, se quel tuo lato euforico si va spegnendo, se le tue mani non sudano e smetti di stupirti dell’arcobaleno, riapri la porta e lascialo andare per sempre…».
Fui sin troppo poetica ma funzionò e la vidi reagire esattamente come avrei fatto io: si asciugò le lacrime e riprese a sognare.
“Quello Che” – 99 Posse
Aggiungo una piccola nota: ieri sera ho scritto un post nell’altro blog, a proposito del rispetto delle idee altrui e della necessità di avere i propri spazi. Oggi Marta mi manda questo testo, che a un certo punto dice che “…ognuno, nella sua personale indipendenza ma con un valore aggiunto, ha concluso un’altra giornata appagante”.
Nessuna delle due aveva letto prima quanto scritto dall’altra.