Quattro Guinness, due club sandwich, una semifinale e uno ski-lift

Da un po’ di tempo dovevo rivedere il mio amico velistainteristadisinistra, ma anche se ora siamo nella stessa città incrociarsi è difficile come quando era a far viaggiare gas e petrolio sotto la sabbia a quattromila chilometri da qui. Vacanze sue, mie, una serata disdetta un’ora prima, impegni quotidiani già programmati e uscite organizzate all’ultimo momento. Lui è milanese vero e io mi sto adeguando ai costumi degli indigeni.

“E allora facciamo mercoledì, ci vediamo la semifinale mentre facciamo due chiacchiere?”
“Yep”

Appuntamento senza orario al solito locale in una delle vie laterali, mi squilla al parcheggio e in cinque minuti sono lì. Lui lo frequenta da sempre, io mi ci sto affezionando. Quando riesci a dire “il solito posto” in una città che non è la tua è un conquista.

Fa un caldo bestia, ho i capelli umidi, gli sgabelli son sempre troppo alti per arrampicarmici compostamente e il prendisole a portafoglio si apre ogni tre per due, ma gli occhi son tutti puntati alla tivvù e me la cavo dignitosamente a conquistare il mio posto.
Ci piace stare al bancone e intervallare le chiacchiere con gli interventi del barista che appoggia i gomiti davanti a noi tra un cocktail e l’altro, ma con la semifinale il locale è pieno, si fatica anche solo a sentirsi e lui arranca per star dietro agli ordini di chi guarda la partita e del compleanno ai tavoli esterni, dunque via con la prima Guinness.

Bicchiere inclinato a 45° e raddrizzato man mano che si riempie, due minuti scarsi di riposo, la seconda spillatura a riempire fino all’orlo. Da manuale.
Il primo sorso è nettare in gola, la Guinness non è birra, è Guinness.

Tre inglesi esultano al 5′, incuranti di tutto il resto del locale che gli tifa contro. Ok, la mia prima scelta era l’Islanda ma a seguire Croazia a oltranza.
Ordiniamo due club sandwich con la tartare invece del solito hamburger, parliamo tra un’azione e l’altra con gli occhi che si spostano veloci dal viso alla tivù, io gli racconto della vacanza appena finita, lui della proposta appena ricevuta di lavorare per sei mesi nel sud-est asiatico.

“Mah, ci sto pensando, devo dar risposta entro pochi giorni”
“Ma scusa, ti pagano per svernare in un posto meraviglioso, che aspetti a dire di si?”

Primo tempo, secondo tempo, al gol della Croazia esultiamo tutti, c’è un pezzo nerazzurro lì.
Un’altra Guinness per accompagnare i supplementari.
Mi guardo intorno, osservo visi, gesti, espressioni, è un riflesso condizionato. Alcuni palesemente si conoscono, arrivati insieme o frequentatori abituali, altri no, ma sono tutti uniti dal medesimo comune aggregatore. Lorenzo se ne accorge, forse indovina i miei pensieri.

“Sei l’unica donna qui dentro”, mi dice. Sorrido, è una frase che sento spesso.
“A volte vi invidio, le donne non son capaci di divertirsi insieme”.

Lo penso davvero. Le donne si incontrano per fare shopping, aperitivo, lamentarsi degli uomini che hanno e di quelli che non riescono ad avere, (s)parlare delle assenti, al massimo programmare vacanze, ma mai, mai col chiaro ed unico obiettivo di passare una serata spensierata, far puttanate prima o dopo il terzo bicchiere non analcolico, divertirsi e basta.
Gli racconto del weekend scorso, un rientro a casa non programmato. Poco prima di mezzanotte mi chiama il pragmatico indeciso della barca, mi passa a prenderei da mia madre che a casa mia non ci sono ancora arrivata poi ci raggiunge anche l’uomo libero.
In barca eravamo tre persone qualsiasi in costume da bagno h24 con la stessa passione per il mare, a terra due stimati professionisti col frescolana e la camicia bianca e un’informatica col vestitino e il tacco dieci da ufficio. Centocinquantaquattro anni in tre. Alle due di notte siamo al parco a fare l’altalena su uno ski-lift montato tra due pali.
Le donne da sole queste cose non le fanno.

4′ del secondo supplementare, ancora Croazia. Inghilterra in dieci, il lungo recupero, i Vatreni in finale. I traguardi degli outsider mi fanno sempre un certo effetto. Mi torna in mente il discorso del coach Tony D’Amato in Any Given Sunday, chissà cosa gli dirà l’allenatore domenica pomeriggio.
Usciamo dal locale, ci salutiamo senza darci un altro appuntamento.
È bello tornare a casa a piedi.

“Blitzkrieg Bop” – Ramones

“Milano è grigia”

“Somewhere I Belong” – Linkin Park

Y Knot

Y Knot

Un pragmatico indeciso
Una sognatrice
Un uomo libero
Un ingegnere col senso dello humour
Una assaggiatrice della vita
Un uomo che il suo sogno lo ha realizzato
Me
Lo spazio che si divide
Il tempo che si moltiplica

Persone indimenticabili, giorni indimenticabili

Quando ripartiamo?

“Watermelon In Easter Hay” – Frank Zappa

Altered Carbon

“La tecnologia avanza ma non gli umani, siamo scimmie pensanti e vogliamo sempre le stesse cose:
Cibo
Un rifugio
Sesso
E, in tutte le sue forme, evasione”

Filosofia del Surf

La notte scorsa, in uno degli ormai rarissimi sprazzi di insonnia, ho riletto Filosofia del Surf, un libretto scritto da Frédéric Schiffter. Un centinaio di pagine di piccolo formato e poco piene, ma dense come non mi capitava da tanto, dense da dover rileggere lo stesso periodo più di una volta per assimilarlo tutto, e comunque non pesanti. Non è un romanzo, e pur se scritto da un filosofo, non è neanche un vero trattato di filosofia. L’autore è uno che è cresciuto a pane, nuoto e judo, e ha messo i piedi su un longboard solo a quarant’anni e per amore della donna che lo ha iniziato al surf. Surf inteso non come sport ma come “offerta di un’ulteriore voluttà”.

Che poi neanche io riesco a incasellarlo come puro sport, per il semplice motivo che è molto, molto di più. Non è la corsa, in cui la terra è sempre lì e l’unico limite e l’unico sfidante ce li hai dentro di te; non è il curling, che pure stento a definire sport per motivi opposti ed è fatto di calcoli e misure; non è il tiro con l’arco, in cui l’ambiente è una variabile calcolabile. Cartier-Bresson diceva che “la fotografia è porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore, è un modo di vivere”, e io credo che questa definizione sia altrettanto calzante all’oggetto del trattato. Dall’attesa dell’onda al suo arrivo al fondersi con essa. He’e nalu.

Le onde sono illusioni.
Arrivano dal nulla, assumono una
parvenza materiale e,subito,
s’infrangono e scompaiono.
Andare in cerca di simili miraggi fluttuanti è una perdita di tempo.
Proprio per questo ne ho fatto la mia vita.

Miki “Da Cat” Dora

Il surf mi ha sempre affascinata: di Un Mercoledì da Leoni ho la locandina appesa a un muro, e quando guardo Riding Giants o The Endless Summer cerco di immaginare cosa si possa provare a cavalcare un’onda di nove metri o a infilarsi dentro un tubo. Ho provato lo snowboard pensando che surfare la neve mi potesse far avvicinare all’idea, ma no, non ci arrivo.
Way too far.

Il surf è vita vissuta. L’onda non sarà mai quella desiderata ma una imprevedibile che potrà nascondere disastri e tragedie. Ma la gioia e l’euforia più forti sono brevi istanti che nascono nel mare delle inquietudini, e tutto ciò che il surfista desidera è rivivere quegli istanti.
Way too short.

Il surf è una di quelle robe che mi fanno desiderare d’esser nata in un altro posto e in un altro tempo, come quando ho messo i piedi a Central Park dove trent’anni prima erano stati Simon & Garfunkel e altre 500.000 persone, come quando ascolto The Dark Side of the Moon e penso al Pulse che ho visto nel ’94 orfano di Waters, o ai Led Zeppelin che si sciolsero a metà della mia quinta elementare.
Way too late.

Non essendo nata a Malibu negli anni 60′, la sola cosa che posso fare oggi è il numero 44 della mia wishlist per poterle almeno vedere, quelle onde. E fotografarle.

“Lords of the Boards ” – Guano Apes

Frammenti di Viaggio

Frammenti di Viaggio

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“Brain Damage/Eclipse” – Pink Floyd

Vorrei

“hai ragione forse sono solo
ho comprato il cielo ma non volo
sono piccolo come un bambino
puoi tenermi tutto in una mano”

“Vorrei” – Roberto Vecchioni

A luci spente

Quando il numero di ore lavorate tutte in fila sfiora l’illegale, fuori è finalmente inverno e secondo l’iMeteo tra poche ore dovrei vestirmi a strati come a Silvaplana per andare in ufficio a piedi, la sola cosa da fare è metter su qualcosa di buono e spegnere le luci.

Questo suono non l’hanno certo inventato loro e ascoltandoli è impossibile non fare il collegamento, ma le parole sono davvero poche e non disturbano, ed è quello che ci vuole qui e adesso. Prendetevi un po’ di tempo, magari il viaggio piace anche a voi.

“Voyage 34 (Phase I-IV)” – Porcupine Tree

Cose che escono dai cassetti

Esserci
Senza invadersi
Vestirmi
Spogliarti
Quelle scarpe lì
Respirarti
Lasciarmi interrompere
Scoprire il collo
Fumare sulla panca di Yankovic
Sai di buono
Leggero retrogusto di cioccolato
Le linee scavate dei palmi
La carne tra i denti
Il viso nascosto tra il collo e la spalla
I miei tatuaggi mischiati ai tuoi
Disegnarti la pelle con le dita
Svegliarsi
Sei ancora lì
D’inverno ti porterei la neve
D’estate una barca a vela
Raccontami una storia

“Le nostre ore contate” – Massimo Volume