Alcune cose che ho imparato della Scozia/#3 (Scegliete la vita)

Alcune cose che ho imparato della Scozia/#3 <em>(Scegliete la vita)</em>

Non è un paese per giovani. Tutte le Betty dei B&B in cui abbiamo alloggiato sono adorabili casalinghe di mezza età che al mattino ti svegliano col profumo di apple pie appena sfornata, cucinano uova strapazzate solo per te sul piano cottura a otto fuochi ed è tutto lovely oppure awful. Chiome bionde gonfie di bigodini, mariti dediti al DIY con una cura maniacale per le siepi e i muretti a secco, moquette beige inverosimilmente morbide e immacolate anche al piano terra. Carte da parati, maxischermi e divani a quadri, figli e nipoti visibili solo in formato A4 appesi alle pareti del salottino. Ma i nani da giardino vestiti da surfisti flippati fanno sorgere dubbi.

Non è neanche un paese per deboli, e come dice chi c’è nato, ha solo due stagioni: giugno e l’inverno. Il binocolo che è in ogni casa non è chiaro se serva a scambiarsi segnali coi vicini o scrutare il cielo per prevederne le evoluzioni. Che si trovino davanti un allevatore, un pescatore o il marito della Betty, il vento piega, l’oceano scava, l’inverno tempra. E alle sei del pomeriggio, allevatore, pescatore, Betty e marito di Betty sono tutti connessi al social network preferito.

E quindi figli e nipoti dove sono? Glasgow è un ingorgo di auto, vetri specchiati e residui industriali; la periferia di Edimburgo una sequenza ininterrotta di casette grigie dalle finestre a riquadri, tetto ardesia e giardinetto curato ai lati del corto vialetto. Per percorrere le quaranta miglia tra una città e l’altra ci son volute due ore, pare d’essere in tangenziale alle otto e mezzo del mattino e ti viene pure da chiedere: ma se lavorate a Glasgow perché diavolo vi siete presi casa a Edimburgo? Il Royal Mile è un troiaio di souvenir tartan e persone di tutti i tipi, il Fringe festival aggiunge un ulteriore livello di casino, sgomitare per uscirne al più presto e guadagnare le vie laterali.

Ecco, i figli e i nipoti delle Betty che sono sopravvissuti a un’infanzia coi surfisti da giardino è qui che hanno trovato rifugio. E adesso capisco meglio anche Trainspotting.

(Il viaggio poteva finire a Eilean Donan. Inverness è infestata dalla vicinanza di Loch Ness, Nessieland è un carrozzone turistico costruito dal nulla sul nulla intorno a un lago pure bruttino e visibile solo dal molo di imbarco delle crociere. Per il nulla, che se anche ci fosse stata davvero, Nessie, se ne è andata da mò a farsi i cazzi suoi in una baietta tranquilla delle Shetland)

P.S: Il mare mi è mancato tanto, e qualcuno dovrebbe inventare il teletrasporto per i viaggi di ritorno, che mi sono da sempre antipatici, e l’autolavaggio di tutte le robe sporche. Dopo aver chiuso la porta e mollato lo zaino in un angolo, ho resistito in casa il tempo di una lasagna, un aggiornamento sulla crisi di governo e due puntate di La Casa di Carta, poi fuori in bici che anche te mi sei mancata, e sei bella quando sei ancora quasi vuota.

“Lust For Life” – Iggy Pop

Alcune cose che ho imparato della Scozia/#2

Alcune cose che ho imparato della Scozia/#2

Il verde delle Ebridi sfugge a qualsiasi tentativo di catalogazione, non esiste neanche nello sterminato archivio Pantone. E’ sfacciato e invadente, e neanche la pioggia o le nuvole grigie riescono a smorzarlo. Di una bellezza imbarazzante.

Gli animali sono come la terra che calpestano. Ti guardano piantandoti gli occhi negli occhi senza indietreggiare, come a volerti dire questa è casa mia e qui comando io, e tu non mi fai paura. E infatti quando te li ritrovi in mezzo alla strada, sei tu che devi scendere dall’auto e pregarli di spostarsi.

Tanto evidente è la terra quanto discreto è il mare, che poi quello tutto intorno è già oceano ed è discreto finché non decide di bussarti alla porta. E’ di un blu profondo e intenso, che può diventare grigio scuro o argento luminosissimo come se Poseidone avesse deciso di placcarne la superficie per riflettere il sole e il colore del cielo.

A giudicare dai nomi degli scafi, gli armatori della zona amano il rock. Tutti carichi di nasse da granchi, ho immaginato i pescherecci al largo comandati dai capitani della Time Bandit o della Cornelia Marie, con adeguata musica di fondo.

Se ti siedi lungo la costa a goderti uno spicchio di sole, può succedere di notare un movimento nell’acqua e veder spuntare la testa di una foca.

Puoi piantare una tenda ovunque.

Quando ti dicono che puoi sperimentare le quattro stagioni tutte insieme, è vero. Passare in pochi secondi dal piumino e cappello di lana alle maniche corte coi piedi in acqua, e in altrettanto poco tempo dover ricomporre tutti gli strati. E si, piove spesso, ma non è un fastidio. E’ una pioggia leggera che basta alzare il cappuccio e continuare come se niente fosse, che al massimo tra dieci minuti è andata.

Eilean Donan dal vivo è ancora più bello che a fotografarlo. Quando cammini sul ponte ti sembra d’essere davvero dentro Highlander.

La densità media delle Ebridi è di cinque abitanti per  km², quelle delle Highlands scende a due, che è un terzo ancora meno dell’Islanda. Puoi percorrere miglia e miglia senza incontrare persone, cose, città, dischi volanti, mostri marini. L’unità abitativa denominata villaggio consiste in tre o quattro abitazioni lungo la strada, tutte uguali, tutte con il loro perfetto giardinetto, tutte adibite a B&B, tutte “No vacancies”.

Questa constatazione porta ad una serie di deduzioni, oggetto della terza ed ultima puntata.

“Play Me Like Your Own Hand” – Snow Patrol

Alcune cose che ho imparato della Scozia/#1

Alcune cose che ho imparato della Scozia/#1

La guida a sinistra è terrificante solo all’inizio. Mezz’ora di centro città per imboccare le rotatorie senza ansia, trecento miglia per guardare automaticamente a destra agli incroci, almeno cinquecento per non frisare tutti i marciapiedi. Ti abitui presto anche alle strade a corsia unica e con le pecore piantate nel mezzo. Quando riconsegni l’auto dopo aver superato le mille miglia, tieni la mano destra al volante, la sinistra sul cambio, e ti sembra quasi d’aver guidato sempre così. Il cambio manuale è stato però un evitabile atto di masochismo.

Le distillerie sono un viaggio nel viaggio, c’è solo da scegliere. Torno a casa con la conferma per i torbati di Islay e un souvenir in limited edition per riscaldare le serate invernali. Quanto al gin, anche lui nasce sul posto. Al super vendono lattine di gt ben composti, nei locali ti perdi tra bottiglie mai viste che assaggeresti tutte.

La Tennent’s che ti spillano qui è come la Urquell a Praga, non ha niente a che fare con quella che arriva in Italia. Scende in gola fresca e pulita, ne berresti ettolitri con o senza qualcosa di solido a fianco.

In Scozia si mangia bene, ma bene davvero, spendendo poco. Soup of the day ovunque senza neanche chiedere di che. Cozze, capesante, granchi e aragoste alle bancarelle sul molo del porto. E poi haggis, steak and ale, salmone, merluzzo, fish & chips con la pastella alla birra nei pub e nelle locande. Da innaffiare con la bionda di cui sopra o la Guinness extra cold che si usa qui.

Gli scozzesi sono socievoli anche con gli sconosciuti, dai sentieri di montagna ai tavoli dei pub non perdono occasione per parlarti. Alle sei del pomeriggio tutti i pub iniziano a riempirsi, e sedersi al bancone per la prima pinta e chiacchierare col vicino è una figata. Le altre figate sono che l’età media dei frequentatori è piuttosto alta e non vedi nessuno con lo smartcoso in mano anche se il wifi è gratis ovunque.

“Suddenly I See” – KT Tunstall

How to make a great whisky

How to make a great whisky

“Cadence to Arms (Scotland the Brave)”- Dropkick Murphys

Life surfing

Life surfing

Nel surf c’era sempre questo orizzonte, questa linea del terrore, che lo rendeva diverso da qualsiasi altro sport, di sicuro da quelli che conoscevo io. Potevi anche praticarlo insieme agli amici, ma quando arrivavano le onde grosse, o ti trovavi nei guai fino al collo, sembrava che non ci fosse mai nessuno lì a darti una mano.

(William Finnegan – “Giorni Selvaggi”)

“Dead in the Water” – Spelles

 

Iceland with a view

Iceland with a view

Alcune sono comparse nel tempo ma non le avevo mai raccolte tutte insieme così come le avevo scattate. Sei compagni di viaggio conosciuti in aeroporto, duecento ore di luce, centomila chilometri quadrati fatti di terra, muschio, roccia e acqua in tutti gli stati, e la promessa di tornarci. D’inverno.

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“You do something to me (Rare live)” – Paul Weller

Poltergeist

It knows what scares you.

“Enter Sandman” – Metallica

 

Wishlist #2

Wishlist #2

Vorrei a volte non dover scegliere, perché scegliere significa sempre rinunciare a qualcosa.

Vorrei non doverle subire le scelte, che è ancora peggio quando qualcun altro decide a cosa devo rinunciare io.

Vorrei accendere l’interruttore di sera invece che spegnerlo, e vivere più di notte che di giorno.

Vorrei non essere lo schiacciasassi che mi è stato detto che sono.

Vorrei sorridere invece che guardare con un cipiglio che è solo apparente.

Vorrei non dovermi sorprendere a scrutare con sospetto chi ho davanti per capire se fa parte di quel 35% di popolazione con cui non voglio aver niente a che fare.

Vorrei fare più torte di mele. Più pizza. Più fregola con le arselle. Più plumcake con lo speck, il radicchio e il formaggio.

Vorrei appoggiare la testa non sempre sul cuscino.

Vorrei non voler fare tutto sempre così bene, sempre alla lettera, sempre al massimo delle capacità.

Vorrei non sentirmi in difetto quando non lo faccio.

Vorrei tollerare di più i miei difetti e meno quelli degli altri.

Vorrei non dovermi riempire le ore così tanto.

Vorrei trovare qualche volta la cena pronta senza che sia un avanzo della sera prima.

Vorrei che le cene di lavoro si sospendessero d’estate.

Vorrei che questo caldo infame non mi rendesse la pelle così umida e appiccicosa.

Vorrei tuffarmi in mare in questo preciso istante.

Vorrei che almeno i libri finissero bene. Che cazzo vi costa, sono libri, non è mica la vita vera.

“Love Over Gold” – Dire Straits

It takes love over the gold
You gotta mind over matter
When you do what you do that you must
When the things that you hold
Well they can fall and be shattered
They can run through your fingers like dust…

Mrs. Wolf, i tassisti romani, i Tool e il mare

Mrs. Wolf, i tassisti romani, i Tool e il mare

Quando qualcosa non funziona, intervengo io, anche a distanza. Qualunque oggetto alimentato a corrente rientra di default nella categoria tecnologia, se poi è un computer o una macchina per il caffè fa poca differenza. Quando c’è un sistema delicato da governare, finisce sulla mia scrivania. Quando c’è un cuore da rattoppare, pure lì ci sono io. E quando c’è una situazione di emergenza, arrivo io. Con la testa prima, e tutto il resto del corpo a seguire.

Sono il Signor Wolf, risolvo problemi.

Un giovedì qualunque, che era iniziato come un giorno qualunque.
Tarda mattinata, riunione d’urgenza sulle grate bordo circonvallazione, durata un pacchetto di cigarillos in due riprese e qualche caffè. Bisogna scendere, io e il mio capo. Primo pomeriggio, organizzazione trasferta e stravolgimento biglietti ferroviari, che i due weekend successivi li avevo già prenotati su altre tratte. A seguire, cercare di tamponare la situazione facendo apparire discreti dei numeri che nella sostanza sono disastrosi. Il mio lavoro è fatto anche di creative opere d’arte basate sull’aritmetica e il cut&paste. Tarda serata, la parte più difficile: stipare in un trolley da cabina il necessario per due giorni a casa, quattro in ufficio a Roma e quattro a Firenze comprensivi di due compleanni e due concerti senza ripassare dal via. Mission impossible, ma ce la posso fare.

Dal primo weekend esco quasi indenne, concentrando in poche ore il compleanno della M maiuscola, incombenze burocratiche di famiglia, piantare pomodori, basilico, prezzemolo, altro compleanno, raccogliere ciliegie, qualche ora di lago e un po’ di sonno.

Il tassista romano è una tipologia umana che non esiste altrove, sarebbe da studiare come uno specifico sottoinsieme dell’antropologia sociale. In pochi secondi dalla chiusura dello sportello riesce stabilire un contatto tale da convincerti che nella precedente reincarnazione vi conoscevate sin da bambini, e tutto il resto che dirà sarà un aggiornamento di storie che ti pervengono dal subconscio. Nei venti minuti tra Termini e l’ufficio vengo a sapere da quanto tempo guida il taxi e del primo lavoro da macellaio, il calcolo dei contributi e quanto manca per la pensione, non fosse per quei due anni lavorati in nero. La moglie, i parenti emigrati, il figlio ventenne attore di teatro che studia il metodo Stanislavskij ma punta alle fiction, e tra una parte e l’altra fa involontarie stragi di femmine ben più adulte di lui. Il padre lo incoraggia, e se andrà male in casa c’è sempre la licenza da tassista, e un tetto e da mangiare sono assicurati. Inevitabile anche usare i semafori per mostrarmi spezzoni di video e fotografie, in una giornata così calda dal corpo del tassista trapela più orgoglio che sudore.

Avevo lavorato e vissuto Roma per un anno, ed è uno dei motivi che mi hanno poi spinta verso Milano quando ho iniziato a cercare un altro lavoro. I mucchi di spazzatura non sono una sorpresa neanche in centro, ma ancora mi stupisco quando i colleghi mi raccontano che si chiudono in macchina, girano l’orologio sotto il polso se usano le due ruote o che la già vaga puntualità degli autobus decade vertiginosamente alla chiusura delle scuole. Dispiace che una città così bella sia anche così difficile da vivere.

Dopo una serie di colloqui, analisi, riorganizzazioni, osservazioni sul campo di giorno e conversazioni fino a tarda notte, la calata dei Lanzichenecchi inizia a mietere consulenti. Ne rispediamo al mittente due su sei, e per un terzo credo che sia solo questione di tempo. Poco, se non si sveglia. Non sono tagliata per fare il terminator, ma scambiare un ufficio per una sala conversazione ha delle conseguenze, così come non essere la persona giusta al posto giusto. Quando il giovedì prendo il treno per Firenze sono sollevata e al tempo stesso preoccupata: se anche la parte visibile è a posto, c’è tutto il resto dell’iceberg da sanare.

Arriviamo all’ippodromo in tempo per gli Smashing Pumpkins. Corgan e Iha sono in gran forma, chisseloaspettava, e chisseloaspettava pure che Wish you were here nella versione di Billy e James avesse un perché. Il metal ipnotico dei Tool invece, è ciò di cui ho bisogno, troppo lontana e anche troppo bassa per vedere bene il palco, ma quello che ascolto basta a prosciugare la mente. Maynard & co. sanno il fatto loro e lo dimostrano tutto, fino sotto la pelle, fin dentro alle ossa. L’Eddie Vedder del sabato è sempre grande, ma due anni fa sullo stesso palco è stato una spanna sopra, e poi da quando i concerti si chiudono senza bis?

E alla fine, il mare. Anche solo per qualche ora è sempre mare. Quello da guardare, quello da ascoltare, quello in cui tuffarsi.

“Forty Six & 2” – Tool