Si fa presto a dire blu

Si fa presto a dire blu

Watch and listen.

Orlando, Michela, Patty, Isabel, Lorenzo, Lorena, Maruzza, Silvia. This is for you.

“Hallelujah” – Jeff Buckley

 

Film Muto

Film Muto

“…e il finale è una sorpresa che non voglio sapere…”

Film Muto” – Nobraino

Uno strappo sulle ali, uno sguardo verso il sole,
un bel bacio, un nodo in gola, bei sorrisi così
una lotta a gonfie vele,
tu m’hai rotto le parole
e non ti capisco al volo se non voli con me

A ‘sto cuore muscoloso piace fare l’indifeso,
ma ti spaccherebbe il muso e il silenzio sa che
sostenerti è la mia impresa, giorni neri,
giorni rosa e il finale è una sorpresa che non voglio sapere

E continuan le nuvole a giocare col vento
disegnando di bianco il fondo piatto del cielo
e continuan le nuvole a giocare col vento
disegnando di bianco il fondo piatto del cielo

Dei giorni che ho vissuto e lo sporco sul vestito
e la faccia del bandito quando chiedi perché
puoi ferirmi con un dito, mille lacrime al minuto,
ma la trama del film muto mi continua a piacere

E continuan le nuvole a giocare col vento
disegnando di bianco il fondo piatto del cielo
e continuan le nuvole a giocare col vento
disegnando di bianco il fondo piatto del cielo

Agosto 1976

Ho compiuto da poco sei anni e ancora non posso saperlo, ma questa è l’ultima estate davvero spensierata che passerò. Manca un mese al primo giorno di scuola, e avrò la stessa maestra di mia sorella, la Signora Lomoro. Mia madre mi ha già comprato il grembiulino bianco con la scritta École ricamata davanti, le Bic che mordo sempre il tappo e la plastica trasparente fino a farla diventare bianca, i quaderni a quadretti grandi, il sussidiario e il libro di lettura. È già tutto pronto nella cartella verde che è nella sala da pranzo.

Siamo a Marina di Pietrasanta, ai bagni Le Gazzelle, e mi annoio. Scendendo in spiaggia mio padre mi ha detto che nelle tende della prima fila c’è un giocatore di calcio famoso, si chiama Giancarlo Antognoni. È una spiaggia seria, di quelle che non si può fare niente. Non posso fare le buche nella sabbia, non posso correre, devo parlare a bassa voce per non disturbare i vicini di ombrellone che tanto vicini non sono quindi come fanno a sentirmi? Non è un posto per  bambini. Le uniche cose che ci sono permesse a me e mia sorella è costruire i castelli di sabbia sul bagnasciuga e giocare con le biglie. Per fare la pista mia sorella mi tira per i piedi e io scavo il percorso con il sedere, aggiustiamo un po’ le curve poi ci giochiamo. Dentro alle biglie ci sono le facce dei ciclisti ma io non ne conosco nessuno. Facciamo il bagno, ma bisogna aspettare tre ore dopo aver mangiato, e mia madre mi mette quella cuffia orribile che mi strappa i capelli anche se siamo al mare e non in piscina e io non esco dall’acqua finché non ho le mani lesse e lei mi chiama.
Ci sono le altalene. Sono due, vicino al bar, alte almeno tre metri, e ci possiamo andare da sole. Sono fatte con due corde grosse e una tavola di legno, e in quella più bassa ci salgo in piedi, e vado così in alto e veloce che ho lo stomaco sottosopra e sento i piedi che si staccano dal legno, e le mani mi fanno male per quanto forte stringo le corde. Quando torniamo a casa la sera ci fermiamo a bere in una fontanella lungo la strada, l’acqua è fresca e buona ma a volte c’è un rospo bruttissimo che mi fa schifo e anche un po’ paura.

Il viaggio da Terni a qui  non  finiva mai, io seduta dietro in mezzo, mia sorella a destra e litighiamo come sempre, e io non mi posso muovere che la nonna che sta a sinistra si lamenta che le do fastidio, che la consumo. Non vedevo l’ora di arrivare.

Ancora non so leggere bene ma tra qualche anno i miei divertimenti più grandi saranno i Gialli per Ragazzi della Mondadori,  posso prendere tutti quelli che voglio dalla libreria di Daniele. I miei personaggi preferiti sono Nancy Drew e gli Hardy Boys. Prima di tornare in spiaggia dopo pranzo mi siedo nella sdraio sotto la pineta e leggo tanto. C’è anche un tavolo da ping pong, ma nessuno ci gioca con me. La sera usciamo a camminare sul lungomare anche se non c’è niente qui vicino, solo case con le persone nei giardini ma ci sono le siepi alte, per vedere qualcosa bisogna arrivare fino a Viareggio e passare davanti a quell’albergo enorme che si chiama Principe di Piemonte e ci lavora il figlio di Novella, la bidella della mia scuola. Lì c’è anche la pista con le macchinine elettriche. Quando piove giochiamo a carte tutti insieme, a Ramino oppure a Scala Quaranta, che da noi la regola è che per aprire ci vuole il 40 in mano. Non l’ho mai detto a nessuno ma certi giorni spero che piove, che mi annoio a fare su e giù sul lungomare, e invece giocare a carte mi piace tanto. C’è anche zia Liliana che lavora dai padroni della casa in cui stiamo.

Quarant’anni da quell’agosto lì, e ce ne ho passati tanti altri nello stesso posto, stessa casa, stessa spiaggia. Mi è tornato tutto in mente guardando due bambini che giocavano nell’acqua bassa con l’orca e Stuart. Non mi ricordo ci fossero cose del genere allora, io avevo paletta, secchiello e un mulino rosso in cui facevo scorrere la sabbia per far girare le pale.

Ma sono sempre in tempo per recuperare e se trovo un’orca come questa me la compro e ci sguazzo in mare, anche se le mie amiche faranno finta di non conoscermi.

Quello che non ho

Due mesi nel primo appartamento, uno nel secondo, nel terzo ci entrerò in pianta stabile tra pochi giorni. E’ obiettivamente molto carino, appena ristrutturato, parquet ovunque, più piccolo di quanto desiderassi ma con tutte le dotazioni, si parcheggia facilmente nei dintorni, ed è vicino a un parco, ai Navigli, alla metro e a dove lavoro. Accuratamente selezionato in due mesi di ricerche tra centinaia di annunci pubblicati su siti web e agenzie. Facendo un’analisi costi-benefici, ne risulta una sistemazione quasi perfetta per le mie esigenze.

La casa in cui ho passato il mese di aprile invece l’avevo vista solo mentre era in corso di sistemazione, una soluzione di appoggio procuratami dalla proprietaria del primo appartamento (è la vecchia casa di una sua amica che vive fuori Milano, disabitata da anni, che hanno deciso di affittare attraverso Airbnb). Nonostante il casino, le potenzialità erano evidenti, tant’è che avevo chiesto subito di affittarla a lungo termine. Picche, la proprietaria vuole gestire solo brevi periodi.

Dovevo prendere una decisione, continuare a traslocare ogni tre per due era insostenibile, e quindi ho firmato un contratto 4+4 per la casa fronte parco. Con un po’ di insicurezza, che ho attribuito lì per lì all’idea di dovermi legare a un posto non mio per così tanto tempo. Il motivo reale mi è diventato chiaro mano mano che passavano i giorni. Perché quando ci sono entrata per la prima volta da sola, l’appartamento in cui andrò a vivere, con la sua algida perfezione bianco/rovere e il silenzio quasi innaturale, mi ha gettato addosso un senso di smarrimento e di freddezza. È un po’ come con gli uomini, tra uno tirato e senza una piega né addosso e né sul viso, e uno meno preciso e con la vita scritta intorno agli occhi, è dal secondo che sono attratta.

E succede che questo posto con gli spifferi sotto la porta, la cucina anni ‘80, la finestra che scricchiola e fa arrivare un po’ del casino della strada, senza aria condizionata, senza lavastoviglie e col parcheggio in culo al mondo, mi faccia sentire a casa. Perché a parità di metri quadri, la disposizione è come l’avrei fatta io e lo spazio è sfruttato al centimetro. Perché c’è tanto posto per le mie cose e per i libri. Perché sul divano mi ci sono addormentata subito la prima sera. Perché i rumori che arrivano da fuori mi fanno compagnia. Perché dall’altra parte della strada c’è un negozio che vende formaggi buonissimi. Perché è bello fare colazione davanti a qualcuno che ti sorride, anche se è il barista della caffetteria qui sotto che ha memorizzato brioche piccola e latte macchiato al secondo giorno. Perché aprire gli occhi sotto il lucernario è quasi come svegliarsi in mezzo a un prato e stiracchiarsi con le nuvole che passano sopra. Perché fuori dalla finestra c’è l’acqua, e solo a guardarla mi sento in pace con me stessa e con il mondo. Perché svoltare con la bici in via Corsico e pedalare lungo il Naviglio Grande quando è ancora spoglio delle persone e dei tavoli è un gran bel modo di iniziare la giornata, e fermarsi per una birra ogni tanto mentre rientro dopo il lavoro è altrettanto piacevole.

Poco mi importa dei difetti che ho scoperto vivendoci o dei comfort a cui dovrei rinunciare, se potessi scegliere, farei a meno di tutto e rimarrei qui invece che traslocare di là. Per citare De André, “Quello che non ho è quel che non mi manca”. L’amore, anche per una casa, porta a questo, a fare rinunce e sacrifici incondizionati pur di avere quanto si desidera, perché basta a colmare le mancanze.

 

“Quello che non ho” – Fabrizio de André

Quello che non ho è una camicia bianca
quello che non ho è un segreto in banca
quello che non ho sono le tue pistole
per conquistarmi il cielo per guadagnarmi il sole.

Quello che non ho è di farla franca
quello che non ho è quel che non mi manca
quello che non ho sono le tue parole
per guadagnarmi il cielo per conquistarmi il sole.

Quello che non ho è un orologio avanti
per correre più in fretta e avervi più distanti
quello che non ho è un treno arrugginito
che mi riporti indietro da dove sono partito.

Quello che non ho sono i tuoi denti d’oro
quello che non ho è un pranzo di lavoro
quello che non ho è questa prateria
per correre più forte della malinconia.

Quello che non ho sono le mani in pasta
quello che non ho è un indirizzo in tasca
quello che non ho sei tu dalla mia parte
quello che non ho è di fregarti a carte.

Quello che non ho è una camicia bianca
quello che non ho è di farla franca
quello che non ho sono le sue pistole
per conquistarmi il cielo per guadagnarmi il sole.

Quello che non ho…

Grazie alla Vita

Mi lamento di tante cazzate, poi mi trovo davanti cose che mi fanno tornare coi piedi sulla terra.
Come questa. E come l’alba di ieri mattina. Ogni tanto fa bene ricordarsene. Un ping.

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“Grazie alla vita” – Gabriella Ferri

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Dove nascono gli iceberg

«Ciò che vedete dipende dalle teorie che usate per interpretare le vostre osservazioni.»
(Albert Einstein)

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“People Are Strange” – The Doors

People are strange when you’re a stranger
Faces look ugly when you’re alone
Women seem wicked when you’re unwanted
Streets are uneven when you’re down

When you’re strange
Faces come out of the rain
When you’re strange
No one remembers your name
When you’re strange
When you’re strange
When you’re strange

People are strange when you’re a stranger
Faces look ugly when you’re alone
Women seem wicked when you’re unwanted
Streets are uneven when you’re down

When you’re strange
Faces come out of the rain
When you’re strange
No one remembers your name
When you’re strange
When you’re strange
When you’re strange

When you’re strange
Faces come out of the rain
When you’re strange
No one remembers your name
When you’re strange
When you’re strange
When you’re strange

Waves

Un paio di settimane fa sono tornata sul Lago Maggiore, l’ultima volta che ci ero stata era dicembre, faceva freddo e uno strato di nebbia ammantava le isole. Questa volta c’era un bel sole, e quando a casa ho estratto la SD dalla macchina fotografica, mi sono stupita di quel che avevo trovato nelle onde sollevate dalla barca in mezzo al lago. Sembravano disegni, e invece sono fotografie.
L’acqua è il mio elemento.

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“What The Water Gave Me” – Florence + the Machine

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