Il mio primo oceano, qualche anno fa
“Canzone della bambina portoghese” – Francesco Guccini
Il mio primo oceano, qualche anno fa
“Canzone della bambina portoghese” – Francesco Guccini
Ogni promessa è debito… Mortellaro, questo è il tuo blur, urbano e notturno.
“CRX” – Casino Royale
“I am just a dreamer, but you are just a dream
You could have been anyone to me”
“Like a hurricane” – Neil Young
Titolo analogo al post di qualche giorno fa dell’amico giacani, quando ho letto il suo avevo pensato di cambiarlo, ma la summa è lì e allora tengo il doppione.
Se penso a quel giorno e a tutti quelli passati uno dopo l’altro, le sensazioni sono contrastanti, i pensieri si accavallano in modo sconclusionato, senza un inizio e una fine compiuta. L’analisi logica e la coesione del testo che mi hanno insegnato a scuola sono solo un lontano ricordo. Mi rivolgo a te non perché mi aspetto che tu sia qui a leggere, non credo tu lo abbia mai aperto il mio blog, se non forse agli inizi quando ti ho chiesto un parere sul tema che avevo scelto. Non ti sono mai interessate neanche le mie fotografie, esistevano solo i tuoi sax e la tua musica. È che la terza persona rende i discorsi impersonali e ha un che del pettegolezzo e dello sparlare, e qui invece è tutto molto personale e non c’è niente da nascondere.
Un anno. Così poco rispetto al passato, così tanto per quanto è stato pieno. Tredici anni insieme, dieci sotto lo stesso tetto, polverizzati in pochi minuti e una manciata di lettere. Tredici anni che pesano il doppio per tutto quello che è successo in questo tempo.
Mentre scrivevo mi è tornato alla mente questa immagine che avevo trovato nel web tanto tempo fa. Quel pomeriggio, dopo che se ne erano andati tutti, quando ho aperto la bocca, le parole sono uscite da sole, come una bottiglia che è rimasta chiusa per tanto tempo, e che improvvisamente si apre da sola. Sono stata io a dire basta. Perché non c’era nient’altro che potessi fare. Perché era ciò che volevi te, ma noi hai avuto il coraggio di dirlo avendo invece fatto del tutto per portare me a decidere. Perché le belle giornate erano diventate l’eccezione rispetto alle brutte. Perché c’eri più solo con il corpo e non con la mente. Perché l’amore a senso unico non funziona. Perché la strada era sbarrata, e invece avevamo bisogno di andare avanti tutti e due, ma ognuno per la sua via.
If you love somebody set them free.
Il più bel regalo che potessi farti, meglio persino della bottiglia di Macduff Samaroli del ’76 che ti avevo regalato per il compleanno. Invece dei soliti buoni propositi che ci si regala ad inizio anno, il mio è stato una nuova vita.
Li per li, un attimo dopo aver parlato, mi sono sentita cadere il mondo addosso. Ho pensato d’aver fatto una cazzata, d’aver buttato all’aria la mia vita, d’essere stata avventata. Ma avventata non lo sono stata di sicuro, io ci penso sempre tanto prima di prendere decisioni importanti, ed era quasi un anno che ci riflettevo sopra. E quante volte in quell’anno ho cercato di far decidere te. Quante volte ti ho detto che se volevamo continuare insieme, doveva essere per il presente e non per il passato. La tua insofferenza era diventata palpabile, la tua nuova vita era già lì pronta ad aspettarti, eppure non hai voluto prenderti il carico della decisione. E quello lì è stato l’anno più brutto della mia vita.
Il giorno in cui sono tornata da Düsseldorf e ho visto l’armadio vuoto a metà, è stato il punto più basso della china. Lo sapevo già che lo avrei trovato così, ma sedermi li davanti a guardare quelle poche stampelle penzolanti nel vuoto è stato come un calcio nello stomaco. Ho pianto davanti a quel vuoto, tanto, tutto quello che non avevo mai fatto prima.
E poi mi sono rialzata, come ho sempre fatto, fisicamente e mentalmente.
Ho ricominciato, con la consapevolezza di aver fatto tutto quello che potevo fare, e la sensibilità di comprendere che la tua vita non è paragonabile a quella di tutti gli altri. In fondo, credo di averlo sempre saputo che non sarebbe durata in eterno.
Catarsi, ripartenza, ci sono state lacrime, nottate insonni, giornate deprimenti e momenti difficili. Mi sono sentita addosso tutto il peso del fallimento, il senso di inadeguatezza, il non aver saputo essere all’altezza delle tue aspettative. Sei stato la persona più importante della mia vita, ma non potevo abbandonarmi nel ricordo di qualcosa che non c’era più.
Perché io non mi perdo mai d’animo, ho fiducia nelle mie mie capacità, in tutto ciò che dipende solo da me, sono abituata a cavarmela da sola. Ho reagito, e ho deciso che questo anno lo dovevo dedicare a me stessa, ciò che è successo doveva essere un’opportunità, non un motivo di distruggersi piangendo su se stessi.
E ho fatto la cosa che più amo e che più mi era mancata in questi anni: viaggiare.
Sono stata in Tanzania con una onlus come volontaria per la costruzione di una maternità, a Stromboli per salire in cima al vulcano, in Sardegna perchè non posso fare a meno del mare, quello vero dove nuotare e sguazzare nell’acqua. E poi due dei sogni che avevo nel cassetto: Islanda e Giordania. Alcuni viaggi con amici, altri con perfetti sconosciuti incontrati per la prima volta all’aeroporto, sono andata alla cieca e sono stata ripagata con nuove amicizie.
Piano piano ho dimenticato, piano piano sono cambiata, o forse è solo uscita fuori una parte di me che c’è sempre stata ed era lì nascosta da tanto. Quando inzi ad aprirti al mondo, il mondo si apre a te e questo l’ho constatato su me stessa.
È stato bello rendersi conto di quante persone mi sono state vicino, dalle “sicurezze” storiche a chi si è avvicinato inaspettatamente. Sono stata sola solo quando ne ho avuto bisogno io. Dei miei momenti più o meno lunghi fuori dal mondo ne ho sempre avuta necessità.
Tanto del merito di questa rinascita lo devo ad una persona che ho conosciuto per caso, sempre ammesso che il caso esista, e non lo ringrazierò mai abbastanza. Una presenza che mi ha aiutato con dolcezza ma anche con qualche bella scrollata a riacquistare la fiducia in me stessa e a capire che il problema non ero io. Che si deve essere sempre se stessi. Che i sentimenti non vanno nascosti. Che non bisogna tenersi dentro le cose, che sia un malessere o la voglia di dire a qualcuno “sei importante per me”. Qualcuno è rimasto stupito di quanto rapida sia stata la mia ripresa. Ho risposto che del periodo veramente brutto, tutto l’anno precedente, non si era accorto nessuno tranne un paio di persone, e quando la decisione è arrivata, è stato come premere un interruttore. Off. On.
Ho ricominciato a lavorare al blog, ed ora eccomi qui, a condividere un fetta importante della mia vita. Se mi guardo indietro, non ho rimpianti. E’ stata dura staccarmi da te, ma rifarei tutto quello che ho fatto anche se dovessi sapere in anticipo la fine, anche se oggi posso dire che il regalo che ho fatto a te un anno fa era anche il più bello che potessi fare a me.
« Io mi dico è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati », cantava De André. Ma la cosa più importante è che ora io sto bene, sto veramente bene.
E non c’è modo migliore di dirlo che con questo pezzo.
“Feeling Good” – Nina Simone
Birds flying high you know how I feel
Sun in the sky you know how I feel
Breeze driftin’ on by you know how I feel.
It’s a new dawn
It’s a new day
It’s a new life for me yeah
It’s a new dawn, it’s a new day, it’s a new life for me
ouh
And I’m feeling good
Fish in the sea you know how I feel
River running free you know how I feel
Blossom on the tree you know how I feel
It’s a new dawn
It’s a new day
It’s a new life
For me
And I’m feeling good
Dragonfly out in the sun you know what I mean, don’t you know
Butterflies all havin’ fun you know what I mean
Sleep in peace when day is done that’s what I mean
And this old world is a new world
And a bold world for me
Stars when you shine you know how I feel
Scent of the pine you know how I feel
Oh freedom is mine
And I know how I feel
It’s a new dawn
It’s a new day
It’s a new life
For me
And I’m feeling good
Qualche tempo fa ho pubblicato un post, quello sulla cena al buio cui ho partecipato e che tanto mi ha toccata. A quel post mancava la foto, avevo così voglia condividere l’esperienza che l’ho pubblicato senza, con l’intenzione di aggiungerla in un secondo momento. Pur avendola pensata ed immaginata già poco dopo, c’è voluto un po’ di tempo per scattarla, e finalmente eccola qua.
Un grazie a Marta e Massimiliano per l’aiuto che mi hanno dato e la pazienza che hanno avuto 🙂
“It’s probably me” – Sting/Eric Clapton
Sabato sera sono stata ad una cena al buio.
No, non una di quelle terribili occasioni dove un’amica, senza alcun motivo ragionevole, cerca di accoppiarti ad un altro suo amico momentaneamente (e chissà come mai) libero. Intendo una cena senza neanche un minimo di illuminazione, proprio al buio.
In una serata come questa, il cibo di per se è in secondo piano, il fine è immedesimarsi per qualche ora nella vita di una persona che non ha mai avuto o ha perso la vista. È un colpo allo stomaco, dall’inizio alla fine.
Tutte le certezze che ci derivano dall’avere ogni cosa costantemente davanti ai nostri occhi sono demolite nell’istante stesso in cui si apre la porta della stanza buia.
Dal momento in cui si scende, siamo consegnati nelle mani di personale non vedente. Si entra a gruppi di 8, in fila indiana con la mano ben poggiata sulla spalla di chi ci precede, con due accompagnatori, uno in testa alla fila ed uno in coda. Dentro non ci sono riferimenti, per noi che siamo abituati a basarci solo su ciò che vediamo, e la mano poggiata sulla spalla davanti stringe automaticamente più forte. Chi ci guida invece, ci accompagna agevolmente al nostro posto. Cautamente ci sediamo, cercando le sedie a tentoni, senza sapere neanche le dimensioni del nostro tavolo e quante persone ci sono insieme a noi. Rumore di posate cadute a terra di qualcuno che si è seduto in modo un po’ maldestro. Il primo istinto sarebbe quello di raccoglierle, ma dove? E come? In un attimo, abbiamo già perso la cognizione dello spazio e capito che senza aiuto sarà dura cavarsela alla prima stupida difficoltà.
I minuti passano cercando di adattarsi alla sensazione fisica e psichica di questo buio completo, nero come non mai. Gli occhi non abituati si sforzano di cercare un qualsiasi punto di luce, anche se la testa sa che non c’è niente, il movimento e lo sforzo sono involontari.
Esploro il mio spazio, un piatto con qualcosa già dentro, due coltelli a destra, tre forchette a sinistra, posata da dolce e un solo bicchiere che sarà già difficile da gestire. Non so neanche come sarà composto il menù, posso solo avere un’idea del numero di portate in base alle posate. Ho sete. Cerco la bottiglia dell’acqua allungando piano le mani davanti a me e la prendo, no, prima avvicino il bicchiere. Naturale o frizzante? Lo scoprirò bevendo. Apro la bottiglia e memorizzo il posto del tappo. Un dito leggermente dentro il bicchiere per capire quanta acqua versare. Il primo tentativo è maldestro, ho versato velocemente e il tempo di reazione tra il sentire l’acqua col dito e l’alzare la bottiglia è troppo lungo e l’acqua arriva al bordo, devo berne un po’ lì prima di spostare il bicchiere. Cercare il tappo, rimettere a posto la bottiglia, poi il bicchiere, vicino al piatto per evitare di scambiarlo con chi ho davanti. Chissà chi sarà poi, un uomo o una donna?
Iniziamo. Ho già cercato di annusare ciò che è nel piatto, ma l’olfatto non mi è stato molto d’aiuto, è qualcosa di freddo e non sento odori particolari. Forchetta in mano, provo ad infilarla nell’antipasto. È morbido, e al primo tentativo non arriva niente in bocca, perso per strada. Riprovo… al ritmo di una forchetta piena ogni tre vuote inizio a mangiare.
Finché non ci si trova in una situazione del genere non ci si rende conto di quanto conti la vista nel mangiare, io stessa ho sempre pensato che il senso principale coinvolto fosse il gusto. Che bastasse il sapore per sapere cosa si sta mangiando con una certa sicurezza, e invece no…. non capisco cosa ho in bocca. È un tortino morbido, percepisco il sapore dei funghi, e ora anche l’odore, ma mi sfugge ancora il resto. Non sono patate, la consistenza è simile all’uovo strapazzato ma non c’è il sapore forte, è qualcosa di più neutro, forse hanno usato farina e latte, e magari dell’uovo solo l’albume.
Ho finito di mangiare? Boh… cerco di ripassare con la forchetta in tutto il piatto, e scopro diversi pezzi di tortino che si erano persi strada facendo.
Arriva la cameriera a ritirare i piatti, mi chiede se ho finito, poi prende il mio senza neanche sfiorarmi, così come succederà tutte le altre volte che porterà e ritirerà i piatti successivi.
È passato un po’ di tempo dall’ingresso, gli occhi continuano ancora a cercare, li sento affaticati in questa caccia ad una luce che non c’è, se li chiudo va meglio, riposano.
Vino. Vorrei del vino ma dov’è? Chiedo all’amica seduta alla mia destra, toccandole il braccio per farle capire che sto parlando con lei. Mi passa la bottiglia, cercandomi la mano, il metodo per versarlo è ormai collaudato.
Tra una portata e l’altra, due chiacchiere con le amiche tra le quali sono seduta, impossibile parlare con qualcuno più lontano, è difficile farlo persino con loro due insieme. Poche parole comunque, in questa situazione ci sta bene anche il silenzio, per assorbire tutte le sensazioni sconosciute che arrivano. Purtroppo non tutti la pensano così, dietro di noi un tavolo di ragazzi urla e intona canzoni da bettola, qualcuno azzarda addirittura l’accensione di un telefono, cosa che ci era stata specificatamente vietata.
Non hanno capito lo spirito della serata.
Arriva la portata successiva, è un primo, mezze penne con sugo di pomodoro, e fin qui è semplice da identificare, dall’odore, dal sapore e dalla buccia dei pomodorini, ma c’è anche qualcos’altro. Mi convinco che si tratta di melanzane, più per la consistenza morbida che per il sapore, che è piuttosto neutro. Io che mangio con la velocità di un fulmine, tarata da anni di mensa e pause pranzo brevissime, arrivo alla fine a pasta gelida… Avete idea di cosa vuol dire infilare con la forchetta una mezza penna senza guardare? È più facile azzeccare un terno al lotto che centrarne una con tre colpi a disposizione. E anche a prenderle da sotto e sollevarle, i tempi non si accorciano.
Non abbiamo autonomia di movimento, se qualcuno ha bisogno di alzarsi per andare alla toilette, bisogna attendere gli assistenti di sala, senza non saremmo in grado né di andare, né di ritrovare il nostro posto.
A scrivere queste ultime parole mi è tornato in mente un fatto: 16 anni fa ho subito l’operazione per la correzione della miopia, -8 diottrie per occhio. Alle visite oculistiche non leggevo neanche la prima lettera in alto, quella gigante. Ci ho pensato un bel po’ prima di decidermi, non era ancora così diffuso come intervento all’epoca, e la spinta finale è arrivata un giorno al mare. Ero in acqua con il materassino, senza lenti né occhiali, la corrente mi ha spostato, e quando sono uscita, non capivo se per tornare al mio posto dovevo andare a destra o a sinistra… un attimo di panico, poi mi sono orientata ricordandomi i colori degli ombrelloni, l’unica cosa che distinguevo. Quella operazione è stata una svolta nella mia vita, pur partendo dal presupposto che poco che fosse, comunque ci vedevo.
Arriva il secondo, dall’odore è carne. Uso i denti della forchetta come dita per toccare cosa c’è nel piatto. Roast beef con vicino qualcosa di contorno. Provo a tagliare le fette con il coltello, impossibile tarare le dimensioni dei pezzi, altrettanto cercare di infilare contemporaneamente un pezzo di contorno sopra ad uno di carne. Carotine lesse e una qualche erba anch’essa lessata, foglie morbide, gambi un po’ più duri, non credo siano spinaci, ma qualcosa di simile che rimarrà comunque non identificato.
Al dolce, si accendono luci soffuse, noi torniamo a vedere, loro no.
Man mano che la cena è andata avanti, ho acquistato destrezza nei movimenti, ma questa è la parte più facile, “basta” stabilire i confini del proprio spazio e memorizzare la posizione degli oggetti. Gli altri sensi si acuiscono per cercare di compensare le mancanze. Una simile organizzazione la posso immaginare applicata ad una casa, agli oggetti di uso più o meno comune, ai vestiti divisi per tipi e colori. Ecco, il colore… una caratteristica ininfluente ma che deve essere comunque presa in considerazione, il pubblico dei vedenti è già pronto a sparlare o a compatire un insieme di tinte mal mescolate. Capisco ora appieno anche il significato della locuzione “fidarsi ciecamente” di qualcuno.
Molto più difficile è invece interfacciarsi con le persone, cosa possibile solo avendole a portata di mano nel vero senso della parola. E per conoscere gente nuova come si fa? Di solito si passa per lo sguardo, occhi che si soffermano una volta, che si incrociano tutti i giorni, questa parte non c’è.
Quando si pensa alla mancanza della vista, ci si limita spesso allo strato più ovvio del problema: il non poter godere di un panorama, non conoscere i colori, i volti delle persone, invece questa è solo la punta dell’iceberg. Mi vengono in mente una marea di riflessioni, ma questo non è un saggio sull’argomento, è solo un post che lascia il tempo che trova.
Anche se breve, questa serata mi ha lasciato una comprensione ben maggiore di quanta ne avessi rispetto a questo handicap, e alle difficoltà da affrontare per avere una vita autonoma con buone relazioni sociali, ammesso poi che ci si possa riuscire.
Dovesse capitarvi un’esperienza del genere, fatela senza esitare.
“Auto Rock” – Mogwai
Ho aggiunto la fotografia che avevo pensato per questo post, ed è qui: Mi fido di te
Domenica pomeriggio stavo leggendo un po’ dei blog che seguo, con il ritorno al lavoro sono rimasta indietro di diversi giorni.
Tra un post e l’altro, sono arrivata al “buongiorno del 30 novembre” di paroledimaru, ed è stato come fare un salto indietro nel tempo di tanti anni.
Lei sta osservando ora lo spaccato della crescita di un adolescente maschio, suo figlio, seguendone le dinamiche di pensiero, il rapporto con gli altri maschi ed i loro discorsi, io quello stesso spaccato l’ho potuto seguire in diretta, perché in mezzo ai maschi ci sono cresciuta.
Ho vissuto sempre fuori città, ho una sorella più grande, e all’epoca si giocava con i vicini, i miei erano tre bambini di poco più piccoli di me. Con uno di loro, Simone, il rapporto è stato sempre più stretto, l’ho visto nascere nella mia stessa casa bifamiliare.
Credo che la stragrande maggioranza delle donne abbia avuto un’amica del cuore nell’infanzia, io ho avuto lui.
Giocavamo sempre insieme, più spesso con le sue cose che con le mie, aveva una macchinina a pedali blu della polizia in cui mi infilavo appena la lasciava incustodita, le pistole con gli elastici e tanti altri giochi che mi piacevano più dei miei.
D’estate passavamo il tempo in bici, sui pattini e nei campi intorno casa, sui gomiti e sulle ginocchia ho ancora le cicatrici delle tante cadute. Non stavamo fermi un attimo, e mi ricordo come fosse oggi l’incazzatura di mia madre quando mi sono sbucciata il naso qualche giorno prima della cresima di mia sorella: in tutte le foto ci sono io con i segni rossi non ancora rimarginati.
D’inverno giocavamo in casa coi Lego e le piste della Polistil (alzi una mano chi se le ricorda!). La mia era a forma di 8 con una Ferrari grigia e un’Alfa Romeo rossa, la sua era più lunga e con le curve paraboliche. Ho consumato le spazzole a forza di giocarci, e più di una volta ho rubato i suoi pezzi per allungare la mia, solo che quando li aggiungevo, le macchinine rallentavano. A un certo punto ho capito il concetto di tensione elettrica, e mi sono fatta una ragione dell’avere la pista più piccola della sua, pure se l’ho considerato uno smacco.
Avevo le mie bambole certo, ma ci giocavo da sola, e non so perché ma ho mangiato loro mani, piedi e nasi, anche a quelle di mia sorella, e usavo il Big Jim di Simone per fargli fare sesso con le mie Barbie (precoce con le idee, tarda con la pratica). Mangiavo anche i margini delle pagine dei fumetti e dei libri che leggevo, ma solo la parte bianca, i colori mi facevano schifo. Non vi fate troppe domande su questa parte per favore, me ne sono già fatte abbastanza io e non ho ancora trovato riposte convincenti.
La maggior parte del tempo insieme dunque, complici gli alltri due bambini un po’ meno presenti, lo passavamo a fare giochi maschili, ma a volte riuscivo a convincerlo a fare ciò che volevo io. Avevo un gioco da tavolo, “Barbie la Reginetta del Ballo”, uno di quelli con un percorso a caselle in cui si avanza tirando i dadi. Vinceva chi arrivava alla fine per primo conquistando strada facendo quattro obiettivi: il vestito per il ballo, il distintivo di un club, il fidanzato e l’anello. Ecco questo gioco è stata la mia rivincita sulla pista, lui non ha mai vinto perché accettava di prendere tutto, fidanzato compreso, ma si è sempre rifiutato di mettere al dito l’anello!
Gli ho anche insegnato ad usare la Maglieria Magica, cosa che nel tempo s’è dimostrata pure utile, perché non più tardi di qualche giorno fa m’ha raccontato d’aver fatto lo splendido con le nipoti spiegandogli lui come usarla. A figurine invece ce la giocavamo, ero piuttosto brava, io con quelle di Candy Candy, lui con quelle classiche dei calciatori.
Il tempo delle elementari è passato tutto più o meno così, ed è stato l’iniziare a rendersi conto che le compagne di classe gnè gnè non facevano per me, quindi perché non continuare a frequentare l’altra metà del mondo.
Con l’inizio delle medie il microcosmo dei dintorni di casa s’è allargato fino a comprendere l’intero quartiere, e anche di quel periodo ricordo più maschi che femmine; a scuola, durante l’ora di educazione tecnica ho imparato a fare circuiti elettrici invece che l’uncinetto, quello l’ho imparato più tardi per conto mio, quando ne ho avuto autonomamente voglia. È qui che cominciano ad emergere le differenze. I primi motorini dei più grandi, le prime ragazzette che arrivavano da “fuori”, le prime cotte. L’aver fatto sempre parte del giro mi dava una posizione privilegiata nell’osservare e nel capire i movimenti, partecipare ai discorsi che prendevano direzioni diverse, e seguire le evoluzioni nei rapporti, ma mi escludeva automaticamente dall’essere presa in considerazione come possibile interesse al di là dell’amicizia; la stessa cosa però valeva per me, non avrei mai potuto pensare a loro in termini diversi.
Le prime amiche le ho avute alle superiori, ma ormai la formazione della futura donna pensante più spesso in termini maschili che femminili era troppo avanzata per poter cambiare direzione, e per parlare degli effetti collaterali che questa crescita sui generis ha prodotto ci vuole un post a parte.
E intanto iniziavano a passarmi sotto gli occhi le prime “fidanzate” del mio amico, e ne ero gelosa, ma non perché avrei voluto esserlo io, lungi da me! Era perché lo stretto legame che c’era sempre stato tra noi si andava inevitabilmente assottigliando, il tempo da passare insieme era sempre di meno. Mi sono preoccupata come una sorella maggiore quando l’ho visto perdere la testa dietro a chi non lo meritava, ma non glie l’ho mai detto. Avevo già capito che l’unica cura a un male del genere era e sempre sarà lo sbatterci la testa di persona.
Ed è passato tanto tempo da allora, ma questo legame ancora regge. C’è una moglie bella e simpatica, e due belle bambine, una ha sei anni, l’altra pochi mesi. Con la grande a volte giochiamo insieme, ma purtroppo preferisce le bambole alle macchinine. Ma non perdo le speranze, aspetto che cresca la piccola, magari mi andrà meglio con lei, e per uno dei suoi compleanni le regalerò questa.
“Ritorno a casa” – Afterhours (ascoltatela, che ne vale la pena)
Le foto di questo post sono prese dal web.
Grazie a Simon James Terzo per avermi fatto tornare in mente questo pezzo.
“Ain’t it fun” – Guns N’Roses