Una nave in una foresta

Certi pezzi vanno ascoltati al buio, senza distrazioni.
Possibilmente in cuffia.

ed a volte ti vedi limpido
  il mattino in una finestra
  altre volte ti senti arido
  come un gesto che resta in tasca”

“Una Nave In Una Foresta (Live)” – Subsonica

Pieces

Pieces

Oggi ho recuperato l’ultimo pezzo importante rimasto nell’altra casa, a un anno e mezzo da quando ne sono uscita. E’ un impianto HI-FI che nonostante l’età fa ancora egregiamente il suo lavoro, amplificatore, tuner, piatto, lettore CD, casse.
Importante non per il valore economico, non credo valga più niente. E’ una questione affettiva, il primo acquisto fatto con soldi miei, non regalati ma guadagnati, quasi ventisei anni fa.

È anche l’unico pezzo che ci tenevo a riavere, dei tanti rimasti compreso il pezzettino di cuore. Di tutto il resto non voglio sapere niente, erano cose portate per essere usate lì dove si viveva d’estate, non mi importa della fine che faranno o che hanno già fatto. Di certo non le voglio qui, portarsele via insieme al contenuto dell’armadio non avrebbe avuto alcun senso se non un volersi fare ulteriormente male. In questa casa ce ne sono già abbastanza a ricordare il tempo vissuto insieme, ogni tanto spunta ancora qualcosa, un oggetto, una fotografia… all’inizio ne soffrivo e lo ricacciavo nel cassetto da cui proveniva, adesso quasi ne sorrido.

C’è una parola che oggi stranamente mi sono trovata davanti due volte, due post in due blog diversi. Resilienza, nell’accezione psicologica del termine. E’ una parola che conosco bene e che uso per motivi di lavoro, ma nelle accezioni informatiche e ingegneristiche, essendo io una sistemista in una azienda che produce acciaio.
Cito Wikipedia: “in psicologia, la resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà”. Se è così, sono resiliente anche io.

Il tempo ora scorre tranquillo, come se fossero passati anni luce. Fa uno strano effetto pensarci. Fa uno strano effetto sentirsi. Le poche volte che è successo, motivi “tecnici”, non ce ne sono altri, mi è sembrato come parlare con un vecchio amico, uno di quelli però di cui conosci i dettagli di tutta la vita.
La distanza aiuta a ragionare, assimilare, assorbire. A non sentire la mancanza. A non pensarci più.

 

“Pieces” – Trixie Whitley

In the graveyard of modern days
the sensual touch is
all that remains
you blew the fragile grace
on my skin and, in my face

I’m leaving pieces behind, anywhere I go
Every time I go
I’m leaving behind my soul
Breaking into pieces every time I go
Leaving pieces of mine, everywhere I go

Constant dozing
The rose of the mind flow
Emptiness is always on the go
Gliding in the mirrors
Gathering the symptoms
of all we have
And all we don’t know

Leaving pieces behind, anywhere I go
Every time I go
I’m leaving behind my soul
Breaking into pieces every time I go
I’m leaving pieces of mine, everywhere I go

Insomnia #2/#3

Non si dorme neanche stanotte. Nonostante la sveglia presto, le otto canoniche ore di lavoro e la serata a Roma. Uscita di casa alle sette e mezzo, rientrata all’una di notte. Sono sveglia da ventuno ore, gli occhi aperti, il cervello in movimento.

Non so perché ma non mi piace scrivere i numeri in cifre, a meno che non sia proprio necessario. Ventuno è infinitamente più bello di 21. Mi da più soddisfazione, la parola si stotola tra le labbra come se fosse più lunga, come se ci volesse più tempo a pronunciare sette lettere invece di un numero di due cifre.

Trecentosessantacinque giorni, meglio di un anno.
Millenovecentosettanta, il mio anno di nascita.

Un’idiosincrasia, come tante altre. Scegliere solo i biscotti interi. Tenere gli interruttori nella stessa posizione, tassativo per quelli sulla stessa piastra. Evitare la carta igienica in formato salvaspazio come la peste, quella carta che si srotola in modo così sbilenco e poco armonioso è insopportabile da vedere. Ovviamente, la si deve srotolare dall’alto, come ha ben argomentato Fasix in questo post.

Stendere le coppie di calzini con mollette dello stesso colore, problema risolto comprandone sessanta uguali. Di mollette, non di calzini. I calzini hanno un altro problema, per quanto tu possa impegnarti per mantenerli insieme, la lavatrice ne inghiottirà sempre qualcuno e non lo restituirà mai se non dopo aver perso il compagno superstite. Anche questo problema è già stato adeguatamente sviscerato, da Alex qui.

Idiosincrasie e piccole manie quotidiane. Annusare sempre il cibo prima di mangiare, e imparare a farlo con discrezione, perché non tutti capiscono il senso e il valore di questo gesto. Imparare ad annusare il sugo per capire se manca il sale senza assaggiarlo. Annusare il barattolo del pepe del Bengala piuttosto che quello del Nerikai affumicato. Stringere tra le dita una foglia di menta o di erba limoncina mentre scendo le scale di casa solo per sentirne l’odore. Avete mai letto il libro “Profumo” di Patrick Süskind? Notevole.

Un’insana passione per i numeri palindromi. Stranirsi per aver perso i 203302 km della mia auto (questo è un esempio di numero che va scritto proprio con le cifre, altrimenti non rende) e attendere ora i 204402, che saranno ancora più belli. Quando arriveranno, accosterò e scatterò una foto da mandare al mio collega parimenti disturbato con il quale scambio reportage fotografici di numeri e targhe di questo tipo.

Camminare lungo il vialetto dell’ufficio cercando di poggiare i piedi al centro delle mattonelle del lastricato, evitando di calpestare le fughe. Leggere i manuali degli oggetti che compro, soprattutto quelli tecnici, preferibilmente prima dell’acquisto. Oggi è facile, basta cercare nel web e San Google ci risponde mille volte più precisamente dell’oracolo di Delfi, ma in epoca pre-internet, per comprare il computer da sub mi feci dare dai proprietari del negozio (miei amici) i manuali dei due modelli su cui avevo ristretto il campo per leggermeli tutti. Una roba molto da nerd. Leggo anche le etichette degli alimenti che compro, ma anche quelle dei capi di abbigliamento. Avete mai notato che esistono capi che, secondo l’etichetta, non si possono lavare né in acqua, né a secco? Usa e getta?

I giravite. Ne ho di tutte le misure. Vecchi e nuovi. Minuscoli di precisione e grandi adatti a montare mobili. Piatti, a croce, a stella. Magnetici. Una valigetta grande in ufficio. Una piccola a casa, con una sola impugnatura e le teste intercambiabili per risparmiare spazio. Un set di brugole, due paia di pinze. Nastro biadesivo. Possono sempre servire.

I fiammiferi. Quelli classici di legno, ma lunghi, lunghissimi. Li compro in ogni posto in cui vado, a New York ne ho trovati di bellissimi, lunghi il doppio della media, punta nera, lo skyline della città disegnato sulla scatola. I fiammiferi sono legati al fuoco. Lo amo, in tutte le sue espressioni. Il rosso acceso delle braci, l’arancio più tenue delle sue lingue che a volte vira al bianco e al viola. Il tipo di calore emanato, persistente e penetrante. Da bambina, attendevo con ansia il giorno dell’Ascensione perché si accendevano i “focaracci” in mezzo alle strade. Una usanza improponibile oggi, ma affascinante come poche. Come i falò sulla spiaggia. Come stringere tra le dita la cera fusa delle candele col rischio di bruciarsi i polpastrelli per fare il calco delle impronte digitali. Bè quest’ultima cosa forse è affascinante solo per me, non so star ferma davanti ad una candela accesa.

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La cancelleria. Il primo cassetto della mia scrivania rifornisce l’intero ufficio. Penne rigorosamente a inchiostro liquido, punta tra 0.7 e 1.0, potrei passare un’ora intera in una cartoleria a scegliere la penna giusta, scrivo già male di mio, con le biro poi la calligrafia diventa simile a quella del mio dottore. Forbici, gomme per cancellare. Penne colorate e pastelli fluorescenti, di quelli grandi uso evidenziatore. Matite, tante, la cui punta si fa nel temperamatite elettrico, e guai a chi me lo svuota. Nel cassetto ho ancora una contacaratteri scolorita, risalente all’epoca delle stampanti di linea.

I tovaglioli dell’Ikea di tutti i colori dell’arcobaleno, e anche qualcuno in più. La carta da regalo. Rifaccio quasi sempre i pacchetti, raramente trovo soddisfacenti le confezioni fatte dai negozi.

Ogni tanto ci penso a tutte queste strane cose che amo e che faccio. Poi mi guardo intorno in ufficio e vedo altri casi umani. Chi conta i passi di tutta la giornata. Chi si fa crescere la barba per tutto l’inverno per poi tagliarla a primaverva e metterla in barattoli di vetro datati per anno (e giuro che non è un’invenzione). Chi parcheggia sempre esattamente nello stesso posto auto incazzandosi se qualcuno arriva prima e lo occupa. Chi s’è costruito il pluviometro e l’anemometro in casa per sapere quanto gli piove sul terrazzo. Con tanto di monitoraggio online da remoto. Chi guarda Beautiful tutti i giorni da trent’anni, uomo e padre di famiglia.

Gli informatici sono veramente delle brutte bestie. Non vi consiglio di adottarne uno come amico se non avete una  adeguata preparazione.

Edit: 18/03/2015, questa volta non m’è sfuggito!

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“Mad world” – Gary Jules

Continua a leggere “Insomnia #2/#3”

Riflessioni

Ogni promessa è debito… Mortellaro, questo è il tuo blur, urbano e notturno.

“CRX” – Casino Royale

Continua a leggere “Riflessioni”

6 gennaio 2014 (If you love somebody set them free)

Titolo analogo al post di qualche giorno fa dell’amico giacani, quando ho letto il suo avevo pensato di cambiarlo, ma la summa è lì e allora tengo il doppione.
Se penso a quel giorno e a tutti quelli passati uno dopo l’altro, le sensazioni sono contrastanti, i pensieri si accavallano in modo sconclusionato, senza un inizio e una fine compiuta. L’analisi logica e la coesione del testo che mi hanno insegnato a scuola sono solo un lontano ricordo. Mi rivolgo a te non perché mi aspetto che tu sia qui a leggere, non credo tu lo abbia mai aperto il mio blog, se non forse agli inizi quando ti ho chiesto un parere sul tema che avevo scelto. Non ti sono mai interessate neanche le mie fotografie, esistevano solo i tuoi sax e la tua musica. È che la terza persona rende i discorsi impersonali e ha un che del pettegolezzo e dello sparlare, e qui invece è tutto molto personale e non c’è niente da nascondere.
Un anno. Così poco rispetto al passato, così tanto per quanto è stato pieno. Tredici anni insieme, dieci sotto lo stesso tetto, polverizzati in pochi minuti e una manciata di lettere. Tredici anni che pesano il doppio per tutto quello che è successo in questo tempo.
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Mentre scrivevo mi è tornato alla mente questa immagine che avevo trovato nel web tanto tempo fa. Quel pomeriggio, dopo che se ne erano andati tutti, quando ho aperto la bocca, le parole sono uscite da sole, come una bottiglia che è rimasta chiusa per tanto tempo, e che improvvisamente si apre da sola. Sono stata io a dire basta. Perché non c’era nient’altro che potessi fare. Perché era ciò che volevi te, ma noi hai avuto il coraggio di dirlo avendo invece fatto del tutto per portare me a decidere. Perché le belle giornate erano diventate l’eccezione rispetto alle brutte. Perché c’eri più solo con il corpo e non con la mente. Perché l’amore a senso unico non funziona. Perché la strada era sbarrata, e invece avevamo bisogno di andare avanti tutti e due, ma ognuno per la sua via.

If you love somebody set them free.

Il più bel regalo che potessi farti, meglio persino della bottiglia di Macduff Samaroli del ’76 che ti avevo regalato per il compleanno. Invece dei soliti buoni propositi che ci si regala ad inizio anno, il mio è stato una nuova vita.
Li per li, un attimo dopo aver parlato, mi sono sentita cadere il mondo addosso. Ho pensato d’aver fatto una cazzata, d’aver buttato all’aria la mia vita, d’essere stata avventata. Ma avventata non lo sono stata di sicuro, io ci penso sempre tanto prima di prendere decisioni importanti, ed era quasi un anno che ci riflettevo sopra. E quante volte in quell’anno ho cercato di far decidere te. Quante volte ti ho detto che se volevamo continuare insieme, doveva essere per il presente e non per il passato. La tua insofferenza era diventata palpabile, la tua nuova vita era già lì pronta ad aspettarti, eppure non hai voluto prenderti il carico della decisione. E quello lì è stato l’anno più brutto della mia vita.
Il giorno in cui sono tornata da Düsseldorf e ho visto l’armadio vuoto a metà, è stato il punto più basso della china. Lo sapevo già che lo avrei trovato così, ma sedermi li davanti a guardare quelle poche stampelle penzolanti nel vuoto è stato come un calcio nello stomaco. Ho pianto davanti a quel vuoto, tanto, tutto quello che non avevo mai fatto prima.

E poi mi sono rialzata, come ho sempre fatto, fisicamente e mentalmente.
Ho ricominciato, con la consapevolezza di aver fatto tutto quello che potevo fare, e la sensibilità di comprendere che la tua vita non è paragonabile a quella di tutti gli altri. In fondo, credo di averlo sempre saputo che non sarebbe durata in eterno.
Catarsi, ripartenza, ci sono state lacrime, nottate insonni, giornate deprimenti e momenti difficili. Mi sono sentita addosso tutto il peso del fallimento, il senso di inadeguatezza, il non aver saputo essere all’altezza delle tue aspettative. Sei stato la persona più importante della mia vita, ma non potevo abbandonarmi nel ricordo di qualcosa che non c’era più.
Perché io non mi perdo mai d’animo, ho fiducia nelle mie mie capacità, in tutto ciò che dipende solo da me, sono abituata a cavarmela da sola. Ho reagito, e ho deciso che questo anno lo dovevo dedicare a me stessa, ciò che è successo doveva essere un’opportunità, non un motivo di distruggersi piangendo su se stessi.

E ho fatto la cosa che più amo e che più mi era mancata in questi anni: viaggiare.
Sono stata in Tanzania con una onlus come volontaria per la costruzione di una maternità, a Stromboli per salire in cima al vulcano, in Sardegna perchè non posso fare a meno del mare, quello vero dove nuotare e sguazzare nell’acqua. E poi due dei sogni che avevo nel cassetto: Islanda e Giordania. Alcuni viaggi con amici, altri con perfetti sconosciuti incontrati per la prima volta all’aeroporto, sono andata alla cieca e sono stata ripagata con nuove amicizie.
Piano piano ho dimenticato, piano piano sono cambiata, o forse è solo uscita fuori una parte di me che c’è sempre stata ed era lì nascosta da tanto. Quando inzi ad aprirti al mondo, il mondo si apre a te e questo l’ho constatato su me stessa.

È stato bello rendersi conto di quante persone mi sono state vicino, dalle “sicurezze” storiche a chi si è avvicinato inaspettatamente. Sono stata sola solo quando ne ho avuto bisogno io. Dei miei momenti più o meno lunghi fuori dal mondo ne ho sempre avuta necessità.
Tanto del merito di questa rinascita lo devo ad una persona che ho conosciuto per caso, sempre ammesso che il caso esista, e non lo ringrazierò mai abbastanza. Una presenza che mi ha aiutato con dolcezza ma anche con qualche bella scrollata a riacquistare la fiducia in me stessa e a capire che il problema non ero io. Che si deve essere sempre se stessi. Che i sentimenti non vanno nascosti. Che non bisogna tenersi dentro le cose, che sia un malessere o la voglia di dire a qualcuno “sei importante per me”. Qualcuno è rimasto stupito di quanto rapida sia stata la mia ripresa. Ho risposto che del periodo veramente brutto, tutto l’anno precedente, non si era accorto nessuno tranne un paio di persone, e quando la decisione è arrivata, è stato come premere un interruttore. Off. On.

Ho ricominciato a lavorare al blog, ed ora eccomi qui, a condividere un fetta importante della mia vita. Se mi guardo indietro, non ho rimpianti. E’ stata dura staccarmi da te, ma rifarei tutto quello che ho fatto anche se dovessi sapere in anticipo la fine, anche se oggi posso dire che il regalo che ho fatto a te un anno fa era anche il più bello che potessi fare a me.
« Io mi dico è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati », cantava De André. Ma la cosa più importante è che ora io sto bene, sto veramente bene.
E non c’è modo migliore di dirlo che con questo pezzo.

 

“Feeling Good” – Nina Simone

Birds flying high you know how I feel
Sun in the sky you know how I feel
Breeze driftin’ on by you know how I feel.

It’s a new dawn
It’s a new day
It’s a new life for me yeah

It’s a new dawn, it’s a new day, it’s a new life for me
ouh
And I’m feeling good

Fish in the sea you know how I feel
River running free you know how I feel
Blossom on the tree you know how I feel

It’s a new dawn
It’s a new day
It’s a new life
For me
And I’m feeling good

Dragonfly out in the sun you know what I mean, don’t you know
Butterflies all havin’ fun you know what I mean
Sleep in peace when day is done that’s what I mean
And this old world is a new world
And a bold world for me

Stars when you shine you know how I feel
Scent of the pine you know how I feel
Oh freedom is mine
And I know how I feel

It’s a new dawn
It’s a new day
It’s a new life
For me

And I’m feeling good

New year’s day

Alla fine mi sono lasciata prendere da un po’ di buonismo anche io, ed ecco qua i miei auguri a tutti voi. Cosa augurare? Ciò che ognuno di voi desidera di più.
Quello che è appena passato è stato per me un anno di radicali cambiamenti ed ha prodotto una me in versione 2.0, non proprio un’altra persona rispetto a dodici mesi fa, ma quasi. Ho incontrato tante belle persone qui, dalle prime che mi hanno dato fiducia alle ultime che ho conosciuto, da quelle con cui ho rapporti più stretti e sento anche al di fuori di qui a quelle con cui ci si scambia solo qualche timido “like”.
E’ bello essere qui con voi.

“New year’s day” – U2

 
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Può bastare

Una notte stellata, un sacco a pelo e buona musica di sottofondo. Può bastare.

“Human Nature” – Miles Davis

 

Ain’t it fun?

Grazie a Simon James Terzo per avermi fatto tornare in mente questo pezzo.

“Ain’t it fun” – Guns N’Roses

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The sound of silence

“Silence like a cancer grows”

“The sound of silence” – Simon & Garfunkel


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