Filosofia del Surf

La notte scorsa, in uno degli ormai rarissimi sprazzi di insonnia, ho riletto Filosofia del Surf, un libretto scritto da Frédéric Schiffter. Un centinaio di pagine di piccolo formato e poco piene, ma dense come non mi capitava da tanto, dense da dover rileggere lo stesso periodo più di una volta per assimilarlo tutto, e comunque non pesanti. Non è un romanzo, e pur se scritto da un filosofo, non è neanche un vero trattato di filosofia. L’autore è uno che è cresciuto a pane, nuoto e judo, e ha messo i piedi su un longboard solo a quarant’anni e per amore della donna che lo ha iniziato al surf. Surf inteso non come sport ma come “offerta di un’ulteriore voluttà”.

Che poi neanche io riesco a incasellarlo come puro sport, per il semplice motivo che è molto, molto di più. Non è la corsa, in cui la terra è sempre lì e l’unico limite e l’unico sfidante ce li hai dentro di te; non è il curling, che pure stento a definire sport per motivi opposti ed è fatto di calcoli e misure; non è il tiro con l’arco, in cui l’ambiente è una variabile calcolabile. Cartier-Bresson diceva che “la fotografia è porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore, è un modo di vivere”, e io credo che questa definizione sia altrettanto calzante all’oggetto del trattato. Dall’attesa dell’onda al suo arrivo al fondersi con essa. He’e nalu.

Le onde sono illusioni.
Arrivano dal nulla, assumono una
parvenza materiale e,subito,
s’infrangono e scompaiono.
Andare in cerca di simili miraggi fluttuanti è una perdita di tempo.
Proprio per questo ne ho fatto la mia vita.

Miki “Da Cat” Dora

Il surf mi ha sempre affascinata: di Un Mercoledì da Leoni ho la locandina appesa a un muro, e quando guardo Riding Giants o The Endless Summer cerco di immaginare cosa si possa provare a cavalcare un’onda di nove metri o a infilarsi dentro un tubo. Ho provato lo snowboard pensando che surfare la neve mi potesse far avvicinare all’idea, ma no, non ci arrivo.
Way too far.

Il surf è vita vissuta. L’onda non sarà mai quella desiderata ma una imprevedibile che potrà nascondere disastri e tragedie. Ma la gioia e l’euforia più forti sono brevi istanti che nascono nel mare delle inquietudini, e tutto ciò che il surfista desidera è rivivere quegli istanti.
Way too short.

Il surf è una di quelle robe che mi fanno desiderare d’esser nata in un altro posto e in un altro tempo, come quando ho messo i piedi a Central Park dove trent’anni prima erano stati Simon & Garfunkel e altre 500.000 persone, come quando ascolto The Dark Side of the Moon e penso al Pulse che ho visto nel ’94 orfano di Waters, o ai Led Zeppelin che si sciolsero a metà della mia quinta elementare.
Way too late.

Non essendo nata a Malibu negli anni 60′, la sola cosa che posso fare oggi è il numero 44 della mia wishlist per poterle almeno vedere, quelle onde. E fotografarle.

“Lords of the Boards ” – Guano Apes

Vorrei

“hai ragione forse sono solo
ho comprato il cielo ma non volo
sono piccolo come un bambino
puoi tenermi tutto in una mano”

“Vorrei” – Roberto Vecchioni

A luci spente

Quando il numero di ore lavorate tutte in fila sfiora l’illegale, fuori è finalmente inverno e secondo l’iMeteo tra poche ore dovrei vestirmi a strati come a Silvaplana per andare in ufficio a piedi, la sola cosa da fare è metter su qualcosa di buono e spegnere le luci.

Questo suono non l’hanno certo inventato loro e ascoltandoli è impossibile non fare il collegamento, ma le parole sono davvero poche e non disturbano, ed è quello che ci vuole qui e adesso. Prendetevi un po’ di tempo, magari il viaggio piace anche a voi.

“Voyage 34 (Phase I-IV)” – Porcupine Tree

Cose che escono dai cassetti

Esserci
Senza invadersi
Vestirmi
Spogliarti
Quelle scarpe lì
Respirarti
Lasciarmi interrompere
Scoprire il collo
Fumare sulla panca di Yankovic
Sai di buono
Leggero retrogusto di cioccolato
Le linee scavate dei palmi
La carne tra i denti
Il viso nascosto tra il collo e la spalla
I miei tatuaggi mischiati ai tuoi
Disegnarti la pelle con le dita
Svegliarsi
Sei ancora lì
D’inverno ti porterei la neve
D’estate una barca a vela
Raccontami una storia

“Le nostre ore contate” – Massimo Volume

Looking for the Winter

Looking for the Winter

Che d’inverno mi piace il freddo, la neve e il ghiaccio forse s’è capito.
Ma in città quello vero non c’è più, bisogna andarlo a cercare altrove.

“The Sound of Winter” – Bush Live @ Rock Antenne

Neve di montagna

Neve di montagna

Tutti gli amanti dei gialli scandinavi hanno letto  Smilla e ricordano con quanti nomi gli inuit chiamavano la neve. Pochi sanno che un’analoga usanza c’era anche molto più vicino, sull’altopiano di Asiago.

Ho tante nevi nella memoria: nevi di slavine, nevi di alte quote, nevi di montagne albanesi, di steppe russe, di lande polacche. Ma non di queste intendo parlare, dirò di come le nevi un tempo venivano indicate dalle mie parti: nevi dai più nomi, nevi d’antan, non considerate nei bollettini della stazioni meteorologiche.

BRÜSKALAN, la prima neve dell’anno, dunque in autunno, quella vera: “Lo si sentiva nell’aria l’odore della prima neve, un odore pulito, leggero, più buono e grato di quello della nebbia”. È la neve che copre i campi, li infarina, che avvolge ogni cosa di un velo bianco.

SNEEA, “neve abbondante e leggera giù dal molino del cielo”: le voci si affievoliscono, il mondo diventa ovattato. È neve da sci e slittini, da caldo del focolare e della “stua”.

HAAPAR, neve di fine inverno, che si scioglie al sole e lascia intravedere il terreno sottostante. Le prime allodole cantano all’imminente primavera.

HAARNUST, “neve vecchia che verso primavera, nelle ore calde, il sole ammorbidisce in superficie e che poi il freddo della notte indurisce”. Neve per escursioni fuori pista a piedi o con gli sci, ma solo fino a metà mattina, fino a che sopporta il peso senza cedere: vi si cammina come sospesi.

SWALBALASNEEA, “la neve della rondine, la neve di marzo che è sempre puntuale nei secoli”, soffice o bagnata, larga o simile a tormenta, volubile come il clima di marzo, neve che è l’ultima resistenza dell’inverno.

KUKSNEEA, la neve di aprile: “Sui prati che incominciano a rinverdire e dove sono fioriti i crochi non si ferma molto perché ancora prima del sole la terra in amore la fa sciogliere”. Neve effimera, neve di fine stagione.

BÀCHTALASNEEA, la neve della quaglia, neve di maggio, non frequente, ma neppure rara: la temperatura cala bruscamente, una grossa nuvola si avvicina e per poche ore butta la neve sui tarassachi e sui miosotidi, allarmando i caprioli, spaventando gli uccelli e uccidendo le api avventuratesi nei prati.

KUASNEEA, la neve delle vacche, la rara neve d’estate, che fa scendere urlanti dai pascoli le vacche affamate.

(“Sentieri sotto la neve” – Mario Rigoni Stern)

Della musica, con la neve, non ce n’è bisogno.

E Buon Natale a tutti 🎄🎁

Neve di città

Il post doveva essere un altro, sempre di neve si trattava ma era bianca e azzurra e grigia, era soffice e compatta e ghiacciata, era neve da -19 ai 2400 del Grostè alle 9 del mattino.
E poi succede che rientrando oggi a Milano mi ritrovo il Naviglio imbiancato.

“Bridge over Troubled Water (from The Concert in Central Park)” – Simon & Garfunkel