Driving away from home 

Domenica scorsa sono stata a pranzo da amici, in un paesino poco fuori Roma a un’ora e mezza da casa mia.
La fotografia l’ho scattata con l’iPhone mentre guidavo (lo so, non si dovrebbe fare, ma come potete vedere grossi pericoli non c’erano).
Insolito paesaggio per essere di domenica mattina, nonché primo giorno dell’estate. Forse i romani si sono fatti spaventare dall’allerta meteo per il giorno precedente, che come sempre succede quando si è preavvertiti, è stato tutto fumo e niente arrosto.

Fatto sta che mi ritrovo a guidare in una autostrada praticamente deserta, giusto un’auto ogni tanto per confermarmi che sto veramente lì e non in un sonno profondo conseguenza delle ultime notti insonni.
Ecco, quando mi trovo in queste condizioni oppure di notte, potrei guidare per ore ed ore senza fermarmi mai, potrei arrivare ovunque. La strada libera e la musica nelle orecchie, non è importante neanche che ci sia qualcuno vicino a me e se c’è posso anche evitare la conversazione, il silenzio non mi pesa, anzi. A volte serve a dare libero sfogo ai pensieri, e a ricaricarsi.

La musica invece è fonfamentale, senza non si va da nessuna parte.
Per logica, quella giusta avrebbe dovuto essere il pezzo degli “It’s immaterial” citato nel titolo del post, “Driving away from home“, ma il mood che restituisce non è quello giusto, troppo calmo e riperitivo.
Quello giusto lo da il invece il pezzo di Mark Knopfler (che assoluto è uno dei miei preferiti nella storia della musica), anche se il titolo recita l’inverso di ciò di cui ho parlato fino ad ora.
A dirla tutta il pezzo in questione mi fa pensare anche ad altro, ma non è questa la sede per parlarne.

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“Going Home” – Mark Knopfler

Una notte da voyeur

Anche la notte scorsa l’ho passata quasi in bianco, sarà stata la baguette, la corsa, la troppa stanchezza, i rodimenti della giornata oppure Marte nel Leone, fatto sta che mi sono addormentata una mezz’ora nella solita posizione scomposta, poi il nulla.

Quando dormo, riesco a svegliarmi nello stesso modo in cui mi sono coricata anche dopo sei o sette ore, il braccio anchilosato per essere stato compresso sotto il corpo, le pieghe delle lenzuola stampate sulla pelle.
Quando non dormo, non so stare a letto al buio a contare le pecore, mi giro e mi rigiro, guardo l’ora in continuazione e avverto ogni piccolo rumore. Gli animali che passeggiano sul tetto, le lancette dell’orologio in cucina, gli uccellini che cinguettano a qualunque ora. Mi sono sempre chiesta, ma loro non dormono?
C’è anche la pioggia battente a martellare il tetto, e senza solaio il rumore è amplificato.

In altri tempi a questo punto mi sarei alzata al buio per non svegliare il vicino di cuscino, avrei imprecato in silenzio dopo aver sbattuto lo stinco destro sullo spigolo del letto e mi sarei trasferita sul divano.
Oggi posso permettermi il lusso di accendere l’abat-jour e rimanere a letto, a tutto vantaggio della salvezza del mio fisico e della mia anima, sempre ammesso che lassù ci sia qualcuno ad ascoltarmi.

La procedura standard prevede a questo punto di strizzare un po’ gli occhi e riaprire il libro poggiato sul comodino, ma quello che sto leggendo richiede una concentrazione che al momento non ho.
Allungo un braccio e prendo l’iPad, leggo qualche post sul reader di WP, anche i commenti. Interessanti quanto e più dei post, e sono anche il mezzo per scoprire qualcosa di nuovo. Saltando di blog in blog, ne trovo un paio sconosciuti. Uno è recente, ci metto poco a scorrere i post, tutti molto brevi e con un argomento comune. Scrivo un commento, il tema è interessante, il punto di vista condivisibile. Follow per il futuro.

L’altro mi incuriosisce già dal primo impatto: scarno e pulito nel tema e nel layout, una pagina di info discutibile (nel senso che ci sarebbe di che discutere), nessun indice né pagine di archivio. Gli ultimi post mi piacciono e vado a cercare il primo, con lo scorrimento all’infinito ci vuole un po’ a trovarlo, risale a tre mesi fa. Una mania ragionata, quella di voler partire dall’inizio, la storia scorre in avanti, non all’indietro.
Leggo una lunga sequenza di post senza like e senza commenti, ne scrivo un paio io. Leggo ancora, qualche visitatore inizia a lasciatre tracce. Poi appare un altro blogger, che diventerà presenza frequente. Vado a leggere anche a casa sua, altra persona molto interessante. Mi piace conoscere chi incontro.
Torno di là e proseguo la lettura. I due si commentano, si punzecchiano, si stuzzicano, la sensazione è quella di una scintilla appena scoccata. Avrei da commentare anche su qualcuno di questi post, ma mi astengo dal farlo, sarebbe come intrufolarsi in una conversazione privata, anche se tecnicamente è sotto gli occhi di tutti.
Arrivo fino all’ultimo post, e sono ormai quasi le quattro del mattino, per il secondo giorno consecutivo.

Mi sento come se avessi passato l’ultimo tratto della notte a fare il voyeur.

  

“Voyeur” – Kim Carnes

Continua a leggere “Una notte da voyeur”

L’alfabeto dei film

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Non amo molto questo genere di cose, ma i film si e tanto, poi sono fresca di visita al Museo del Cinema di Torino dove ho rivisto tra le locandine esposte dei film che mi è venuta una gran voglia di rivedere ancora una volta.
Dunque facciamo questa lista. Un alfabeto solo non è sufficiente, ma cerco di farmelo bastare, già alla lettera “B” sono entrata in crisi, non parliamo della “S” e della “T” poi… e ne sono rimasti fuori comunque tanti (Alien, Indiana Jones, Guerre Stellari, Scent of a woman, Thelma & Louise, Trainspotting…).
Ho aggiunto di mia iniziativa il numero 0 (i film di 007 non potevano certo rimanere fuori) e un pezzo dalla colonna sonora di uno dei film che ho scelto.
Ringrazio Emanuele (che mi ha coinvolto) e la Polly (ideatrice del tag) che mi hanno fatto ripensare a tutti questi film.

“Across 110th Street” – Bobbie Womack, Jackie Brown OST

0 – 007 Missione Goldfinger
A – Amici miei I-II
B – Il buono, il brutto, il cattivo / The Blues Brothers / Blade Runner (non posso proprio scegliere)
C – Caccia a Ottobre Rosso
D – Decisamente diversi (Kinky Boots)
E – E’ già ieri
F – Le fate ignoranti
G – Gran Torino
H – Heat – La sfida
I – Intrigo internazionale
J – Jackie Brown
K – Kill Bill 1-2
L – Lasciami entrare
M – La moglie del soldato
N – Nirvana
O – Ogni maledetta domenica
P – Puerto Escondido
Q – Quattro sotto zero
R – Regalo di Natale
S – Shining
T – Taxi Driver / Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto
U – Un anno vissuto pericolosamente
V – Venere in pelliccia
W – We Want Sex
X – X-Men le origini: Wolverine
Y – Youth
Z – Zabriskie Point

Adesso tocca a voi, le regole come al solito sono queste:

– citare l’ideatrice del tag (lapolly) e il blog che vi ha taggato
– mantenere l’immagine all’inizio di questo post
– elencare in ordine alfabetico i film che vi piacciono di più
– nominare 5 (o +) bloggers

Momenti da condividere

Oggi sono uscita a pranzo con tre colleghi, la premessa era stata:
Colleghi: “Andiamo a mangiare un panino insieme?”
Io: “Ok, dove?”
Colleghi: “Non ti preoccupare, vieni con noi”
Mi hanno portata in un locale che non conoscevo, qui:

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Per apprezzare appieno il menù ed i nomi assegnati ai panini bisognerebbe essere del posto, ma per chi non lo è e non è pratico di cucina umbra e del dialetto locale, c’è sempre San Google che spiega (quasi) tutti i dettagli.
Per i più pigri, un indizio: la panineria in oggetto è una costola di un noto ristorante della zona il cui nome si spiega da sé: “Il testamento del porco”.
Se i miei colleghi si sono sentiti liberi di portarmi a pranzo qui senza dirmelo prima, ci sarà un motivo.
Fatti una domanda, datti una risposta…

Ah, già che ci siamo, concludiamo lo sputtanamento con questa “pillola” del Trio Medusa che parla della mia città su Radio Deejay:

Complicazioni

Nell’ultimo mese lo spazio dedicato a WordPress ed ai social network più in generale è stato drasticamente ridotto ai minimi termini, il tempo prosciugato da un progetto fotografico che ho consegnato lunedì scorso e dai rapporti personali che hanno comunque la precedenza rispetto a quelli virtuali.

Con un po’ di respiro, ho iniziato a leggere un po’ di quel che ho perso in questi giorni.
Una rapida scorsa a facebook, le solite cose più o meno tutti i giorni, per quelle prevedibilmente interessanti ci sono le notifiche e non c’è bisogno di approfondire altro.
Apro il Reader di WordPress, ci vuole un po’ a leggere i post, ma più vado indietro, più si fanno strada un paio di considerazioni.

La prima è che facebook è la vetrina dove esporre tutta la figaggine e lo splendore di cui siamo capaci, i chili persi in vista dell’estate, e una manciata di aforismi di terza mano (l’Huffington Post suggerisce opportune periodiche pulizie), mentre tanti blog assomigliano a una sorta di refugium peccatorum, il luogo dove confessare tutte le contorsioni, tribolazioni e confusioni mentali di cui siamo preda, e che non ci sogneremmo mai di postare su facebook.
Vero è anche che una pagina facebook non si nega a nessuno, mentre per aprire un blog ci vuole un po’ di più.

Rimanendo poi in questo mondo, la seconda considerazione: ma siamo davvero così contorti e complicati? Siamo davvero così in crisi e pieni di dubbi esistenziali? E non intendo dire che c’è chi inventa di sana pianta problemi non suoi per destare interesse, lì ci sarebbe del patologico, ed è tutto un altro discorso. Intendo piuttosto la propensione a parlare dei momenti negativi piuttosto che di quelli positivi, percorrere i propri labirinti mentali passando e ripassando per i vicoli più bui evitando quelli più illuminati, come se questi ultimi fossero meno interessanti da esplorare, come se avessimo paura di mostrarli.

Una riflessione analoga l’ho fatta al corso di reportage parlando dei progetti da presentare come lavori conclusivi (su nove persone, solo in due abbiamo scelto di raccontare “in positivo”), ma si potrebbe estendere anche ai programmi in tv piuttosto che agli articoli sui giornali… perché la storia o l’evidenza di un degrado devono essere più interessanti e coinvolgenti del racconto di un riscatto o di qualcosa di bello?
Dando per scontato che di Bukowski ce n’è uno solo, cosa spinge i comuni mortali a scavare nel marcio, il proprio e quello altrui?

Non so darmi una spiegazione, forse dovremmo solo guardarci un po’ intorno e prenderci meno sul serio, e allora il menhir che ci sentiamo addosso tornerà ad assumere dimensioni più sostenibili, o forse è semplicemente vero il pensiero di Karen Blixen citato qualche minuto fa Disintegrazioni: “Tutti i dolori sono sopportabili se li si fa entrare in una storia, o se si può raccontare una storia su di essi.”

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“Creep” – Radiohead

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23 Maggio 1956

“Mai tornare indietro, neanche per prendere la rincorsa.”

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“Heroes / Helden” – David Bowie

I, I will be king
And you, you will be queen
Though nothing will drive them away
We can beat them, just for one day
We can be heroes, just for one day

And you, you can be mean
And i, Ill drink all the time
cause were lovers, and that is a fact
Yes were lovers, and that is that

Though nothing, will keep us together
We could steal time, just for one day
We can be heroes, for ever and ever
What dyou say?

Du
Koenntest du schwimmen
Wie Delphine
Delphine es tun
Niemand gibt uns eine Chance
Doch wir koennen siegen
Fuer immer und immer
Und wir sind dann Helden
Fuer einen Tag

Ich
Ich bin dann Koenig
Und du
Du Koenigin
Obwohl sie
Unschlagbar scheinen
Werden wir Helden
Fur einen Tag
Wir sind dann wir
An diesem Tag

Ich
Ich glaubte zu traeumen (zu traeumen)
Die Mauer
Im Ruecken war kalt (so kalt)
Schuesse reissen die Luft (reissen die luft)
Doch wir kuessen
Als ob nichts geschieht (nichts geschieht)
Und die Scham fiel auf ihre Seite
O, wir koennen sie schlagen
Fuer alle Zeiten
Dann sind wir Helden
Nur diesen Tag
Dann sind wir Helden
Dann sind wir Helden
Dann sind wir Helden
Nur diesen Tag

Dann sind wir Helden

Were nothing
And nothing will help us
Maybe were lying
Then you better not stay
But we could be safer
Just for one day
Oh oh oh oh

Liebster Award 4.0

Non sono molto propensa a queste cose, mi imbarazzano un po’, ma stavolta mi tocca… sono stata nominata da due dei blogger che seguo con più piacere, Passiflor ed Ed Felson a distanza di poche ore uno dall’altra.

liebster-awards-il-panchinologo

Dunque, secondo le regole bisogna:

  • Ringraziare il blogger che ti ha nominato
  • Rispondere alle 10 domande poste dal blogger
  • Nominare altri 10 blog con meno di 200 followers
  • Porre 10 domande ai 10 blog nominati

Grazie grazie ad entrambi, anche se mi toccherà rispondere a una doppia serie di domande. Mi fermo qui e non nominerò altri blog, che quelli che seguo sono tutti già ben conosciuti da chi segue me.

Le domande di Passiflor:

Perché hai creato il tuo blog?
E’ iniziato come condivisione di fotografie di viaggio in una veste più curata rispetto ad altri siti, ma non avevo idea del mondo in cui sarei entrata.

Cosa cerchi di esprimere con il tuo blog?
Stati d’animo e pezzetti della mia vita, attuali e passati. Ce n’è uno in ogni post.

Cosa pensi che i followers cerchino leggendoti?
Non so cosa cercano, ma spero gli piaccia quello che trovano.

C’è un momento particolare della giornata in cui ti piace scrivere?
Di notte, spesso molto tardi.

Cosa ispira i tuoi articoli?
Scrivo poco, e non so parlare di argomenti di interesse generale. Scrivo quando un evento, qualcosa che vedo o qualcuno suscitano in me una reazione o un ricordo, molto spesso uso le fotografie al posto delle parole.

Riesci ad esprimere con la stessa facilità o tuoi pensieri al di fuori di wordpress?
La differenza non è tra dentro e fuori WordPress, ma tra scrivere e parlare. So scrivere molto meglio di quanto non sappia parlare, ho il vantaggio del tempo e della possibilità di ripensare, rispetto all’impulsività con la quale parlo.

Quale motivo ti spinge a seguire altri blog?
Lo stesso mi che spinge a non rimanere chiusa in me stessi nella vita di tutti i giorni: la curiosità di conoscere. Persone, storie, fatti, con cui confrontarsi, scambiare idee e punti di vista o più semplicemente da leggere.

Ti piacerebbe avere più visibilità?
Si, a chi non piacerebbe? Ma sarebbe anche fonte di ansie. Mi piace l’interazione e non sarei in grado di gestire più di questo, c’è una vita anche al di fuori di qui.

Cosa pensi di coloro che seguono il tuo blog?
Che se li trovo qui, probabilmente sono persone simili a me.

Ti ha divertito sapere di essere stato/a nominato/a?
Certo che si 🙂

Le domande di Ed Felson:

Qual è il libro che più ha influenzato il tuo modo scrivere?
Ho letto e leggo tutt’ora tanto, ma non sono una scrittrice.

Quale canzone assoceresti al tuo migliore articolo?
“The great gig in the sky”, Pink Floyd. Per un articolo che non è ancora stato fatto.

Se il tuo blog fosse un film, quale sarebbe?
I sogni segreti di Walter Mitty

Quando scrivi, ti capita di farlo anche old school, biro su carta?
Solo per i diari di viaggio.

Perché scrivi?
Per me che scrivo solo di fatti personali, mettere per iscritto pensieri e stati d’animo aiuta a prendere le distanze e a valutarli con più oggettività. La condivisione genera confronto.

Devi scrivere una lettera alla persona più importante per te, quali parole inseriresti in un brainstorming?
Dovessi scrivere una lettera del genere, non farei un brainstorming ma scriverei di getto, altrimenti rischierei di pensarci troppo e dire la metà di quanto vorrei e dovrei.

Pensi che sia meglio scrivere riguardo una foto che non hai, o riguardo un’immagine che possiedi? Quant’è una domanda del cazzo, da uno a dieci, questa?
In quanto fotografa, da uno a dieci ti dico zero, è la domanda più facile che potessi farmi.
In quanto blogger che usa sempre una fotografia insieme al testo che scrive o alla musica, è più stimolante scrivere per una foto che non ho, perché il passo successivo e imprescindibile è andare a scattarla, quella fotografia.

Quale testo di quale canzone avresti voluto scrivere tu?
“Because the night”

Qual è il tuo rapporto col mondo reale?
Lo vivo, più che posso.

Cosa speri che rimanga alle persone di quello che scrivi?
Uno spunto di riflessione o un motivo per guardare e guardarsi da un punto di visto alternativo.

Ed, confesso di averti odiato un po’ quando ho letto la nomination e le domande, ma a posteriori invece, grazie 😉

Sfocature

“Se si guarda attentamente la vita, si vede sfocato. Scuoti la tua mano. La sfocatura è una parte della vita.”

William Klein

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“Don’t Let Me Be Misunderstood” – Nina Simone

Baby you understand me now
If sometimes you see that I’m mad
Doncha know that no one alive can always be an angel?
When everything goes wrong you see some bad

Well I’m just a soul whose intentions are good
Oh lord, please don’t let me be misunderstood

Ya know sometimes baby I’m so carefree
With a joy that’s hard to hide
Then sometimes again it seems that all I have is worry
And then you burn to see my other side

But I’m just a soul whose intentions are good
Oh Lord, please don’t let me be misunderstood

If I seem edgy
I want you to know
I never meant to take it out on you
Life has it’s problems
And I get more than my share
But that’s one thing I never mean to do

‘Cause I love you
Oh baby
I’m just human
Don’t you know I have faults like anyone?

Sometimes I find myself alone regretting
Some little foolish thing
Some simple thing that I’ve done

Cause I’m just a soul whose intentions are good
Oh Lord, please don’t let me be misunderstood

Don’t let me be misunderstood I try so hard
So please don’t let me be misunderstood

La bambolina giapponese

Qualche giorno fa ho letto questo post di Zeus, e ne condivido il contenuto. Non avevo però mai preso in considerazione materialmente l’idea della collaborazione. Abbiamo fatto un primo tentativo, io ho scelto una mia fotografia, lui ci ha costruito sopra una storia, e questo è il risultato.

La bambolina giapponese

“Don’t get me wrong” – The Pretenders

<<Lo sapevi che prima o poi doveva succedere>>.  La voce di Naoki  Mooreland era un rombo sordo fra le gote contratte.
<<Pensavo che…>>  Kimiko Logan non sapeva, in realtà, come concludere quella frase.
L’aria del Mama’s, uno dei locali più In di S. Francisco, era pregna del profumo dei pancake e di Smuckers.  In sottofondo si sentiva il bacon sfrigolare sulla piastra e l’odore pungente del grasso fuso si univa all’aroma del cheddar sciolto nei toast.
La radio, 98,5 KFOX, stave trasmettendo Don’t Get Me Wrong dei The Pretenders.
Kimiko era seduta di fronte al suo ragazzo, Naoki. Si erano conosciuti anni prima grazie ad amici comuni. L’amicizia distratta non tardò molto a diventare prima affetto, e poi amore.
Seduta ad uno dei tavolini di legno del locale, Kimiko guardava, attraverso la zazzera bruna della frangia, quello che era il suo ragazzo da quattro anni. Lo vedeva appoggiato allo schienale della sedia, con gli occhi tristi, mentre si torturava l’interno del labbro inferiore con i denti.
Negli ultimi tempi qualcosa si era messo fra di loro: più che una presenza, un’assenza. Qualcosa mancava e ingombrava lo spazio più del tavolo che avevano di fronte. Un sentimento che pesava sulle tazze di caffè bollente e sulle scodelle della macedonia di frutta.
<<Potremmo tentare anche a distanza….>>  Kimiko sputò fuori le parole <<…ci sono tanti modi…>>.
Lo sguardo di Naoki bloccò la ragazza.
<<Adesso vado>> le disse <<ma tu non mi guarderai allontanarmi. Promettimelo.>> . Mentre parlava, Naoki teneva la testa incassata nelle spalle e lo sguardo basso.
Kimiko sentì affiorare una domanda sulle labbra, ma vi morì in fasce.
Naoki prese la mano di Kimiko fra le sue. Lei sentì la pressione di un oggetto sul palmo mentre il ragazzo, con delicatezza, le richiudeva le dita attorno ad esso. Fatto questo, se ne andò.
Kimiko aprì la mano e vide, con gli occhi gonfi di lacrime, una piccola bambolina di legno.
Strano come si sentisse come lei, pensò Kimiko. Strano come si sentisse da sola in mezzo a così tanta gente.