“no fears alone at night she’s sailing through the crowd
in her ears the phones are tight and the music’s playing loud”
“Skateaway” – Dire Straits
“I threw it all away because
I had to be what never was”
“Something from Nothing” – Foo Fighters
Se attraversando i tornelli della metro sai già quale uscita prendere, ed entri nell’auto senza accendere sempre il TomTom prima del motore.
Se hai bisogno di una catena per la bici e sai dove comprarla. Ma anche una bici intera.
Se uscendo da lavoro non allunghi la strada tutti i giorni per non tornare subito al tuo appartamento, perché con quelle mura hai stipulato un patto di non belligeranza.
Se spostarti a piedi e in bici ti ha insegnato ad essere più attenta ed educata quando guidi.
Se inviare la richiesta di cambio di residenza fa un certo effetto, e il tagliandino che ricevi in cambio è così pesante tra le tue dita.
Se sai dove fare shopping comprando qualcosa di carino senza svenarti (le scarpe no, quelle rimangono caso a parte).
Se hai trovato un’estetista che si avvicina parecchio a quella frequentata per vent’anni, che curava i tuoi pensieri tanto quanto le tue unghie.
Se una mattina il phon muore e puoi tranquillamente bussare al vicino coi capelli nell’asciugamano, che lui di te ha già visto dettagli ben più intimi appesi ai fili del bucato.
Se hai portato a casa il progetto per cui sei stata assunta incassando l’apprezzamento ufficiale del nuovo capo.
Se i colleghi con cui condividi lo spazio e il tempo ti hanno fatto sentire parte del branco sin dal primo giorno, e ti dicono che quell’ufficio fatto di soli uomini lo hai anche un po’ trasformato.
Se le notizie che arrivano dal vecchio posto di lavoro sono sempre più sconfortanti, e guardando quel murale che è davanti all’ingresso del nuovo, sai di aver fatto la scelta giusta. E che indietro non ci torneresti.
Se c’è chi ti tiene la copia delle chiavi di casa e chi ti porta le medicine quando sei a letto col febbrone.
Se hai fatto sempre tutto da sola e non vorresti chiedere, ma a volte ne hai bisogno e scopri che non è poi così terribile farlo.
Se sai che l’accento della tua città non te lo toglierà mai neanche un corso di dizione, ma inizi a troncare i sostantivi invece dei verbi e ti ritrovi a dire “Figa, che giornata!”
Se il secondo tatuaggio più lo guardi e più ha senso, e no, non è troppo grosso, è proprio come doveva essere.
Se al locale pheego del momento preferisci il PicoBrew itinerante, con Jacopo che ti propone le birre che non hai ancora assaggiato.
Se quel Gin Tonic lì lo sai come va a finire, e va bene così.
Se imbocchi l’autostrada per andare verso una casa immersa nel verde ma sai già che questo asfalto e questo cemento ti mancheranno.
Se iniziando a scrivere il post era stato naturale aggiungerci “Something from Nothing”, ma quelle parole di “Milano e Vincenzo” sono le tue, e non puoi scegliere.
Se riesci a dormire cinque o sei ore per notte invece delle due o tre degli ultimi anni.
Se dopo un tot di risvegli a cinquecento chilometri da casa una mattina all’improvviso non hai più la sensazione di guardare il film di qualcun altro, e i piedi su parquet sono i tuoi, nel riflesso dello specchio ci sei tu, e l’acqua della doccia scorre calda su una pelle che è la tua. E rimani lì sotto a lungo, con gli occhi chiusi, a goderti l’acqua e questa nuova consapevolezza.
Se è così che sta andando, forse tutto quel che hai fatto per conquistare la collina 937 con sopra la speranza di altri vent’anni di lavoro non ha generato solo dolore e vuoti, ma anche qualche pieno e qualcosa in cui ricominciare a credere.
“Ti devo tanto come uomo
lavoro insieme ai figli tuoi
o Milano, fa’ di me quello che vuoi
ti lascio tutti i miei progetti
le mie vendette e la mia età
o non tradirmi sono vecchio e il tempo va”
“Milano e Vincenzo” – Alberto Fortis
“Spinning Wheel” – Blood, Sweat & Tears
What goes up, must come down
Spinning wheel got to go round
Talkin’ ‘bout your troubles, it’s a cryin’ sin
Ride a painted pony, let the spinning wheel spin
You got no money and you, you got no home
Spinning wheel, all alone
Talkin’ ‘bout your troubles and you, you never learn
Ride a painted pony, let the spinning wheel turn
Did you find a directing sign on the straight and narrow highway?
Would you mind a reflecting sign?
Just let it shine within your mind
And show you the colors that are real
Someone is waiting just for you
Spinning wheel spinning through
Drop all your troubles by the riverside
Catch a painted pony on the spinning wheel ride
Ha!
Someone’s waiting just for you
Spinning wheel spinning through
Drop all your troubles by the riverside
Ride a painted pony, let the spinning wheel fly
Due mesi nel primo appartamento, uno nel secondo, nel terzo ci entrerò in pianta stabile tra pochi giorni. E’ obiettivamente molto carino, appena ristrutturato, parquet ovunque, più piccolo di quanto desiderassi ma con tutte le dotazioni, si parcheggia facilmente nei dintorni, ed è vicino a un parco, ai Navigli, alla metro e a dove lavoro. Accuratamente selezionato in due mesi di ricerche tra centinaia di annunci pubblicati su siti web e agenzie. Facendo un’analisi costi-benefici, ne risulta una sistemazione quasi perfetta per le mie esigenze.
La casa in cui ho passato il mese di aprile invece l’avevo vista solo mentre era in corso di sistemazione, una soluzione di appoggio procuratami dalla proprietaria del primo appartamento (è la vecchia casa di una sua amica che vive fuori Milano, disabitata da anni, che hanno deciso di affittare attraverso Airbnb). Nonostante il casino, le potenzialità erano evidenti, tant’è che avevo chiesto subito di affittarla a lungo termine. Picche, la proprietaria vuole gestire solo brevi periodi.
Dovevo prendere una decisione, continuare a traslocare ogni tre per due era insostenibile, e quindi ho firmato un contratto 4+4 per la casa fronte parco. Con un po’ di insicurezza, che ho attribuito lì per lì all’idea di dovermi legare a un posto non mio per così tanto tempo. Il motivo reale mi è diventato chiaro mano mano che passavano i giorni. Perché quando ci sono entrata per la prima volta da sola, l’appartamento in cui andrò a vivere, con la sua algida perfezione bianco/rovere e il silenzio quasi innaturale, mi ha gettato addosso un senso di smarrimento e di freddezza. È un po’ come con gli uomini, tra uno tirato e senza una piega né addosso e né sul viso, e uno meno preciso e con la vita scritta intorno agli occhi, è dal secondo che sono attratta.
E succede che questo posto con gli spifferi sotto la porta, la cucina anni ‘80, la finestra che scricchiola e fa arrivare un po’ del casino della strada, senza aria condizionata, senza lavastoviglie e col parcheggio in culo al mondo, mi faccia sentire a casa. Perché a parità di metri quadri, la disposizione è come l’avrei fatta io e lo spazio è sfruttato al centimetro. Perché c’è tanto posto per le mie cose e per i libri. Perché sul divano mi ci sono addormentata subito la prima sera. Perché i rumori che arrivano da fuori mi fanno compagnia. Perché dall’altra parte della strada c’è un negozio che vende formaggi buonissimi. Perché è bello fare colazione davanti a qualcuno che ti sorride, anche se è il barista della caffetteria qui sotto che ha memorizzato brioche piccola e latte macchiato al secondo giorno. Perché aprire gli occhi sotto il lucernario è quasi come svegliarsi in mezzo a un prato e stiracchiarsi con le nuvole che passano sopra. Perché fuori dalla finestra c’è l’acqua, e solo a guardarla mi sento in pace con me stessa e con il mondo. Perché svoltare con la bici in via Corsico e pedalare lungo il Naviglio Grande quando è ancora spoglio delle persone e dei tavoli è un gran bel modo di iniziare la giornata, e fermarsi per una birra ogni tanto mentre rientro dopo il lavoro è altrettanto piacevole.
Poco mi importa dei difetti che ho scoperto vivendoci o dei comfort a cui dovrei rinunciare, se potessi scegliere, farei a meno di tutto e rimarrei qui invece che traslocare di là. Per citare De André, “Quello che non ho è quel che non mi manca”. L’amore, anche per una casa, porta a questo, a fare rinunce e sacrifici incondizionati pur di avere quanto si desidera, perché basta a colmare le mancanze.
“Quello che non ho” – Fabrizio de André
Quello che non ho è una camicia bianca
quello che non ho è un segreto in banca
quello che non ho sono le tue pistole
per conquistarmi il cielo per guadagnarmi il sole.
Quello che non ho è di farla franca
quello che non ho è quel che non mi manca
quello che non ho sono le tue parole
per guadagnarmi il cielo per conquistarmi il sole.
Quello che non ho è un orologio avanti
per correre più in fretta e avervi più distanti
quello che non ho è un treno arrugginito
che mi riporti indietro da dove sono partito.
Quello che non ho sono i tuoi denti d’oro
quello che non ho è un pranzo di lavoro
quello che non ho è questa prateria
per correre più forte della malinconia.
Quello che non ho sono le mani in pasta
quello che non ho è un indirizzo in tasca
quello che non ho sei tu dalla mia parte
quello che non ho è di fregarti a carte.
Quello che non ho è una camicia bianca
quello che non ho è di farla franca
quello che non ho sono le sue pistole
per conquistarmi il cielo per guadagnarmi il sole.
Quello che non ho…
Mi lamento di tante cazzate, poi mi trovo davanti cose che mi fanno tornare coi piedi sulla terra.
Come questa. E come l’alba di ieri mattina. Ogni tanto fa bene ricordarsene. Un ping.

“Grazie alla vita” – Gabriella Ferri
If it makes you happy
It can’t be that bad
If it makes you happy
Then why the hell are you so sad?

“If it makes you happy” – Sheryl Crow from Crossroads 2007
I belong, a long way from here
I put on a poncho and played for mosquitoes
And drank ‘till I was thirsty again
We went searching, through thrift store jungles
Found Geronimo’s rifle, Marilyn’s shampoo
And Benny Goodman’s corset and pen
Well, okay, I made this up
I promise you I’d never give up
If it makes you happy
It can’t be that bad
If it makes you happy
Then why the hell are you so sad?
Get down, real low down
You listen to Coltrane, derail your own train
Well, who hasn’t been there before?
I come ‘round, around the hard way
Bring you comics in bed
Scrape the mold off the bread
And serve you french toast again
Okay, I still get stoned
I’m not the kind of girl you’d take home
If it makes you happy
It can’t be that bad
If it makes you happy
Then why the hell are you so sad?
If it makes you happy
It can’t be that bad
If it makes you happy
Then why the hell are you so sad?
We’ve been far, far away from here
I put on a poncho and played for mosquitoes
And everywhere in between
Well, okay, we get along
So what if right now, everything’s wrong?
If it makes you happy
It can’t be that bad
If it makes you happy
Then why the hell are you so sad?
If it makes you happy
It can’t be that bad
If it makes you happy
Then why the hell are you so sad?
Now I’m looking to the sky to save me
Looking for a sign of life
Looking for something to help me burn out bright
I’m looking for a complication
Looking ‘cause I’m tired of lying
Make my way back home when I learn to fly high
“Learn to Fly” – Foo Fighters