Ho visto i Foo Fighters

Ho visto i Foo Fighters e ho fatto chilometri per arrivare, la fila per entrare, li ho aspettati seduta scomoda su un prato ancora bagnato e fangoso e poi in piedi sotto il sole, e quando sei a due passi dal cambiare decina ti senti My Hero già solo per questo.

Ho visto i Foo Fighters e ho saltato, sudato, cantato e applaudito e alzato le braccia.

Ho visto i Foo Fighters e li ho sentiti nelle orecchie e dietro lo sterno.

Ho visto i Foo Fighters con Dave Grohl alla batteria mentre Hawkins cantava Under Pressure insieme a tutti quelli della mia età.

Ho visto i Foo Fighters con la M honoris causa, e ci siamo perse nel casino del Pit ma poi anche ritrovate e non sarebbe stato lo stesso senza.

Ho visto i Foo Fighters tra ragazzi di vent’anni e genitori cinquantenni che hanno portato figli adolescenti.

Ho visto i Foo Fighters e non lo so spiegare a chi non lo sa già che vuol dire esser lì per un gruppo che aspettavi da tanto.

Ho visto i Foo Fighters e non so spiegare neanche che si prova ad esser in mezzo a tanta gente a godersi tutti i pezzi vecchi e nuovi e pensare di alzare il telefono per uno scatto solo su qualche fuori programma.

Ho visto i Foo Fighters ed hanno chiuso con Everlong dopo due ore e mezzo di rock come si deve.

Ho visto i Foo Fighters ed è stato uno di quei concerti di cui poter dire io c’ero con tutto l’orgoglio possibile.

“Imagine + Jump!”

MMHS


Weekend a Firenze Rocks, Samuel/Eddie Vedder e Prophets of Rage/System of a Down con Caronte che è fuoco incendiario come da previsioni meteo, le più azzeccate degli ultimi vent’anni. La prima sera scivola via tranquilla, la seconda si annuncia dalla nuvola rossastra che avvolge l’ippodromo già dal pomeriggio. La polvere sollevata da centomila piedi che si muovono s’appiccica alla pelle e incrosta i polmoni tra un pogo spontaneo e uno istigato dal palco, braccia e schiene sudate che inevitabilmente entrano in contatto. C’è più intimità qui tra sconosciuti che in tante camere da letto.
Ne usciamo sporche, stanche e con le schiene spezzate che insomma, i cinquanta iniziamo a intravederli e non siamo più abituate a questi tour de force.
Ma.
Ma Samuel dei Subsonica invece dei Cranberries è stata una sorpresa inaspettata, per me e anche per lui che aveva il biglietto da spettatore.
Ma Eddie Vedder attacca con Elderly Woman e passa per Wishlist, I am mine, Unthought Known e Society. Le cover di Brain Damage, Comfortably Numb e Rockin’ in the Free World. E Black per Chris Cornell, cantata all’unisono da tutti, brividi lungo la schiena nonostante i quaranta gradi intorno.
Ma i Prophets of Rage li aspettavo curiosa, che se metti insieme pezzi dei Rage Against the Machine e dei Public Enemy, qualcosa di bello ne deve uscire per forza. Che i piedi, le mani e tutto il resto del corpo si muovono da soli a partire dall’attacco di Prophets of Rage fino a Bullet in the Head e Killing in the Name. E Like a Stone degli Audioslave cantata con Serj Tankian, altro brivido.
Ma si che ne è valsa la pena di inghiottire tutta la polvere per i SOAD e B.Y.O.B., Lonely Day, Aerials e Toxicity.
Ma di foto non ce n’è praticamente nessuna a parte un paio di “souvenir”, che i concerti me li sono goduti con gli occhi e con le orecchie.
Ma ho comprato le magliette del tour.
Ma figa, erano anni che non mi divertivo così tanto.
Ma già che c’eravamo, ci siamo fatte anche i Depeche Mode a Milano ieri sera, che ci siamo cresciute insieme e mica è colpa nostra se l’hanno messi tutti così appiccicati.

Quasi cinque giorni con un’inedita combinazione di M, H ed S, e niente, l’ultima se n’è andata a mezzogiorno e già mi mancano.
E adesso, con la pioggia scrosciante là fuori, avrei bisogno solo di questo. Questo e poco altro.

“Just Breathe” – Pearl Jam