Di libri, architettura, cristalli di ghiaccio, AC/DC. 

Siamo in fila poco dopo l’autodromo di Imola, si avanza di venti centimetri al minuto, se va bene. Avrei preferito rimanere in zona e ripartire domani, ma uno di noi deve rientrare. Io che sono persona comoda, mi ero invece presa due giorni di ferie da tempo. Che poi con la coda che c’è, arriveremo a casa tardissimo lo stesso.
Mollo il volante all’amico rompiballe e mi faccio trasportare, tutta colpa sua se in questo momento non sono già docciata e pronta per dormire, giusto una pagina del libro poi sarei caduta nel mondo dei sogni.

In questi giorni ne sto leggendo uno che mi è stato (molto ben) consigliato, tratta l’importanza e l’influenza dei sensi nei progetti di architettura. Io faccio tutt’altro lavoro, ma sono curiosa di molti argomenti e in questo libro ce ne sono concentrati due che mi interessano parecchio.

Del ruolo dei sensi ho parlato più di una volta, con la convinzione che la vista è sopravvalutata, o meglio, che tutti gli altri sono sottovalutati. L’olfatto genera in me reazioni ben più forti, poggiare le dita su un oggetto ad occhi chiusi costringe come minimo ad avvicinarsi con cautela, percorrerne la forma e tastarne la consistenza prendendosi il tempo necessario per conoscerlo rispetto alla rapida presa che avremmo fatto ad occhi aperti. Un comportamento analogo sarebbe necessario per mangiare senza guardare; raramente poi ci si sofferma sul sapore già acquisito di un cibo.
Questo per dire che i sensi hanno tutti il loro peso.

Quanto all’architettura, visitando alcuni musei sono stata affascinata tanto dalle opere esposte quanto dall’edificio ospite, il Guggenheim di New York su tutti. Altrettanto affascinante è stato vedere progetti di riutilizzo per altri fini di grandi strutture preesistenti, come la High Line e la Tate Modern, oppure un’opera d’arte costruita con il preciso intento di destinarla all’uso dei meno abbienti, come l’ insieme di case popolari di Hundertwasser a Vienna.

Ora io non ho la formazione e la cultura necessarie per comprendere la progettazione di tali opere, il mio punto di vista è quello dell’utente che fruisce ciò che la mente dell’architetto ha creato e ne gode gli effetti. Ed è qui che si inserisce il libro, ponendo l’accento sulle sensazioni e le percezioni che un edificio è in grado di generare piuttosto che sugli stili o le forme, sui sensi come ingredienti e fini del progetto, e sul modo in cui il risultato desiderato è stato ottenuto, spiegandolo senza fare uso di un linguaggio troppo complicato.

E succede che adesso so da dove derivano le emozioni inconsciamente provate al cospetto di quegli edifici, la tensione nel risalire la spirale del Guggenheim e la sensazione di totale immersione nella luce della Gare d’Orsay, come un subacqueo avvolto dall’acqua.

Andando avanti, ho trovato inaspettatamente riferimenti ad altri libri già letti, come “Il profumo” di Patrick Süskind, e “Il senso di Smilla per la neve”, di Peter Høeg, di cui sono riportati degli estratti.

smilla

Quanta sensibilità ci vuole per distinguere le infinite sfumature di bianco di un paese nordico? Un fiocco di neve da un altro? Qanik, firn, hikuliaq….

Neve, cristalli, ghiaccio… mi torna in mente quel giorno in Islanda, quando mentre tutti gli altri fotografavano l’immensità del paesaggio e le decine di iceberg arenati sulla spiaggia, io mi perdevo nei minuscoli dettagli di uno solo.
A guardarlo da lontano, sembrava un anonimo blocco come tanti altri, ma avvicinandomi con il macro, ho scoperto un’infinità di quei cristalli, accalcati uno di fianco all’altro come le 90.000 persone del concerto di stasera. Solo che i cristalli erano molto più ordinati, a formare un disegno che sembrava scolpito da un cesellatore piuttosto che dalla natura.

Cristalli

 E intanto si sono fatte le 2:15, il tempo passa, la strada no. Chissà quando arriveremo.

Ultima Alba

Con le collaborazioni ci abbiamo preso gusto, il racconto stavolta è di metalupo, e anche la musica è un’idea sua, ci sta proprio bene.

Vik

“Shine On You Crazy Diamond (Part I-III)” – Pink Floyd

Vik, Suðurland region
Iceland

Adesso

L’uomo del tempo osserva il relitto adagiato sulla sabbia nera.
Osserva le orbite scavate dai traccianti blindati, i resti della carlinga corrosa dalla salsedine, quello che rimane del DC3 Dakota, uno scheletro abbandonato in riva all’oceano.
L’uomo del tempo lo sa ed è per questo che lo chiamano così, concede un’altra veloce occhiata all’aereo, alla distesa di corpi umani scomposti, aggrovigliati in pose innaturali, violati all’essenza stessa della carne.
Lui lo sa.
Il tempo vince sempre.

La notte prima

Vikingasveitin.
Fantasmi in evaporazione sistematica, all’origine la perfezione del combattimento urbano, squadre SWAT, special weapons and tactics, ora qualcosa di molto oltre portato al limite nelle dure lande desolate del grande inferno bianco.
Addestrati in Norvegia, di base ad Akureyri, controterrorismo, sabotaggio navale in ambiente artico, lanci HALO direttamente sul pack, tiro di precisione in alti venti a temperature polari.
I Vichinghi della squadra Bravo hanno freon che circola nelle vene, sono perfettamente consci di far parte di una ristrettissima élite di soldati professionisti, sono altrettanto consci che forse, questa notte, potrà non bastare.
Olafur Arnarsson è il majuri della squadra, il secondo nella catena di comando.
A trentadue anni è considerato un veterano, ha combattuto, si è addestrato con le migliori forze speciali del mondo, impugna un Armalite M307 fasato plasma, ottanta dardi caseless nel caricatore a spinta magnetica del fucile d’assalto, eppure le sue mani non smettono di tremare.
Eppure quello che osserva attraverso il visore starlight gli congela il respiro in una morsa d’acciaio.
I corpi avanzano ancora.
– Signore.
Un fiato livido, perturbazione nelle molecole.
– Li ho visti Olafur.
Generale di brigata Einar Ragnarsson, comandante dei Vikingasveitin, quarantasette anni, fisico asciutto, gli occhi azzurri del generale sembrano mandare lampi infuocati attraverso la tinta mimetica bianca che gli stravolge i lineamenti.
L’uomo del tempo osserva il cronografo militare ancorato al polso sinistro, diciassette minuti esatti, i corpi si rialzano dopo diciassette stramaledetti minuti.
Il tempo di ricaricare le armi.
Tutte le armi.
Ragnarsson scandisce da una settimana i tempi della squadra, da quando la follia ha invaso la sua terra, da quando il respiro dello Strokkur, forse il più famoso geyser islandese, ha liberato nell’aria qualcosa.
Qualcosa emerso dalle profondità della terra, qualcosa di aerobico che si è sparso rapidamente nell’atmosfera mutando per sempre la vita dell’isola dei vulcani.
Probabilmente mutando per sempre l’intero percorso dell’umanità.
Rientrati dal Galles in fretta e furia dopo un’allerta generale diramata dallo stato maggiore di Reykjavik, gli specialisti dello squadrone Bravo hanno intrapreso il cammino dell’incubo senza fine.
Nel 2024 l’Islanda conta una popolazione di circa quattrocentomila unità, le stime di quello che resta del governo centrale parlano di un contagio allargato al sessanta per cento degli islandesi.
Uomini, donne, bambini trasformati in macchine di morte.
Sete di sangue, fame di carne.
Carne umana.
Einar rabbrividisce sotto la tenuta artica da combattimento, in quei diciassette minuti hanno tentato di tutto, granate a frammentazione, armi da fuoco, esplosivi, asce, mani nude.
I corpi smembrati sembrano dotati di una memoria selettiva che permette alle cellule una sorta di rigenerazione spontanea.
La carne si ricompone con calma, con pazienza, la carne si rialza e pretende.
Olafur, di nuovo.
– Signore, cento metri.
Il generale, chiude la mano destra attorno all’impugnatura della pistola da combattimento, fa scattare il perno di armamento del percussore e osserva il cielo stellato respirando a fondo l’aria tersa.

Adesso

Sedici minuti e cinquantanove.
Qualcuno, chiuso in un laboratorio da qualche parte, sotto metri di roccia, gli occhi incollati a un microscopio.
Qualcuno ha sintetizzato una cura.
I primi vaccini vengono inviati in fretta e furia per essere diffusi nell’atmosfera dell’isola, spediti con un vecchio aereo militare in gran segreto, spediti con un team di scienziati pronti a tutto.
Grosso errore.
Nessuna ha calcolato la potenza del virus, la velocità, la resistenza in alta quota.
Il generale passa le dita sul relitto nerastro, attraverso le orbite vuote le creste spumose del mare si frangono lungo la spiaggia nera.
Dodici minuti.
I corpi fremono, sangue e carne si mischiano alla sabbia vulcanica, i copri si preparano ancora una volta.
Otto minuti.
Einar lo sa, lui è l’uomo del tempo, sa quanto manca.
La decisione è stata presa lontano da loro, uomini seduti a una scrivania sorseggiando caffè tiepido in maniche di camicia hanno deciso per loro.
Hanno deciso per TUTTI loro.
Quattro minuti.
In lontananza il rombo del bombardiere strategico si fa più vicino, Einar stacca il respiratore NBC, si leva la maschera dalla faccia e inspira a fondo l’odore di salsedine per l’ultima volta, i gabbiani sembrano salutare la squadra Bravo con le loro urla.
Due minuti.
I primi cadaveri si rialzano sui gomiti corrosi, occhi vuoti, crani deformati dagli impatti.
Einar sorride.
Tempo zero.
Luce.

The Pit

Secondo esperimento di collaborazione tra me Zeus, io scelgo una mia fotografia, lui ci costruisce sopra una storia.

The Pit

“Spy Movie” – Paolo Spaccamonti

– Come pensa di uscirne?

La voce della donna era gravida di paura. Gli occhi, di un marrone striato di verde chiaro, rimbalzavano in maniera ossessiva fra l’uomo di fronte a lei e quella macchia luminosa alla fine del pozzo nero.

– Una soluzione mi verrà in mente, darling.

L’uomo si stupì del pesante accento scozzese che aveva infettato l’ultima parola. Non aveva più parlato nel suo dialetto da… non si ricordava più. A forza di essere in giro per il mondo, casa sua era un posto distante più nei sentimenti che nei chilometri.

– Forse sarebbe meglio pensarci. Non so quanta luce ci rimarrà e, sinceramente, non voglio rimanere qua per la notte. Questo posto mi terrorizza.

– Bisogna aspettare…– mentre lo diceva, l’uomo si riassettò i polsini della camicia Brooksfield color carta da zucchero. Guardò con malcelato disgusto, subito sostituito dalla sensazione di inevitabilità, la sporcizia che imbrattava il completo Pal Zileri e le scarpe di cuoio italiano. Scosse la testa, mentre inumidiva la punta di un fazzoletto di seta bianca e rimuoveva, con piccoli movimenti concentrici, le macchie di fango sulle scarpe.

– Aspettare cosa? – La voce della donna si alzò di un’ottava sulla spinta di una crescente agitazione, prima di ricomporsi ed affermare in maniera sarcastica – Vuole che Le porti anche qualcosa da bere nel mentre? Che ne so, un martini con l’oliva? –

L’uomo la guardò di sottecchi mentre appoggiava la seconda scarpa su uno dei massi alla base del pozzo e riprendeva l’attività di pulizia. Gli scappò un sorriso appena accennato, mentre le disse: – Non siamo mica al cinema, ma se riuscisse a trovarmi un whisky non ne farei un dramma – ritornò a concentrarsi sulla pulizia delle scarpe – Le consiglio di rilassarsi, Mrs. Whitmore, l’attesa potrebbe essere più lunga del previsto. Provi a dormire un po’, potrebbero servire delle ore prima di uscire.

– Dormire? Delle ore? – La voce di Mrs. Whitmore era quasi strozzata, mentre con un sopracciglio alzato ed i pugni appoggiati a fianchi guardava l’uomo che l’aveva appena salvata dai suoi rapitori pulirsi in maniera religiosa del fango dalle scarpe di cuoio scuro. Senza pensarci si massaggiò i polsi dove poche ore prima c’erano le catene della sua prigionia. Ironia della sorte, pensò la donna, non sapere neanche chi ringraziare.
Come in risposta ad una preghiera non detta, una figura apparve sul bordo del pozzo gettando un’ombra sulle facce dei due prigionieri.

James! Si trova laggiù? – Era una voce femminile, di una donna matura e abituata a comandare.

L’uomo col vestito elegante, James, smise di lucidarsi le scarpe e, sorridendo sornione, le disse – Forse ho esagerato un po’ con le tempistiche… – poi, alzando lo sguardo e coprendosi gli occhi con il palmo della mano, disse rivolto all’ombra – Sì, avevo prenotato il bad & breakfast all’angolo per la Signora ed il sottoscritto, ma hanno fatto confusione con le prenotazioni e siamo dovuti venire qua…– James guardò di nuovo Mrs. Whitmore facendole l’occhiolino.

Non faccia lo spiritoso, Agente. Non vorrei essere costretta a lasciarla giù. Sa che non mi dispiacerebbe liberarmi di una rottura come lei…

– Non mi lamenterei di sicuro, ma’am, vista la graziosa compagnia. Ma penso che questa bella signora voglia tornare a casa… e io non vedo l’ora di tirarmi via da questo fango e andare a bermi un whisky con ghiaccio. Pensa di farci salire, adesso?

Quando la cima della fune arrivò in fondo al pozzo, James la aiutò a legarsi e ad issarsi verso l’uscita. Mentre saliva sbirciò giù e vide che l’uomo che l’aveva salvata la stava guardando sorridendo.

– Ma lei chi è? – Gli gridò di rimando.

– Ma lei sa chi sono, Mrs. Whitmore, io sono…

La voce si perse coperta dalle manovre d’atterraggio di un grosso elicottero di salvataggio.

Driving away from home 

Domenica scorsa sono stata a pranzo da amici, in un paesino poco fuori Roma a un’ora e mezza da casa mia.
La fotografia l’ho scattata con l’iPhone mentre guidavo (lo so, non si dovrebbe fare, ma come potete vedere grossi pericoli non c’erano).
Insolito paesaggio per essere di domenica mattina, nonché primo giorno dell’estate. Forse i romani si sono fatti spaventare dall’allerta meteo per il giorno precedente, che come sempre succede quando si è preavvertiti, è stato tutto fumo e niente arrosto.

Fatto sta che mi ritrovo a guidare in una autostrada praticamente deserta, giusto un’auto ogni tanto per confermarmi che sto veramente lì e non in un sonno profondo conseguenza delle ultime notti insonni.
Ecco, quando mi trovo in queste condizioni oppure di notte, potrei guidare per ore ed ore senza fermarmi mai, potrei arrivare ovunque. La strada libera e la musica nelle orecchie, non è importante neanche che ci sia qualcuno vicino a me e se c’è posso anche evitare la conversazione, il silenzio non mi pesa, anzi. A volte serve a dare libero sfogo ai pensieri, e a ricaricarsi.

La musica invece è fonfamentale, senza non si va da nessuna parte.
Per logica, quella giusta avrebbe dovuto essere il pezzo degli “It’s immaterial” citato nel titolo del post, “Driving away from home“, ma il mood che restituisce non è quello giusto, troppo calmo e riperitivo.
Quello giusto lo da il invece il pezzo di Mark Knopfler (che assoluto è uno dei miei preferiti nella storia della musica), anche se il titolo recita l’inverso di ciò di cui ho parlato fino ad ora.
A dirla tutta il pezzo in questione mi fa pensare anche ad altro, ma non è questa la sede per parlarne.

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“Going Home” – Mark Knopfler

Una notte da voyeur

Anche la notte scorsa l’ho passata quasi in bianco, sarà stata la baguette, la corsa, la troppa stanchezza, i rodimenti della giornata oppure Marte nel Leone, fatto sta che mi sono addormentata una mezz’ora nella solita posizione scomposta, poi il nulla.

Quando dormo, riesco a svegliarmi nello stesso modo in cui mi sono coricata anche dopo sei o sette ore, il braccio anchilosato per essere stato compresso sotto il corpo, le pieghe delle lenzuola stampate sulla pelle.
Quando non dormo, non so stare a letto al buio a contare le pecore, mi giro e mi rigiro, guardo l’ora in continuazione e avverto ogni piccolo rumore. Gli animali che passeggiano sul tetto, le lancette dell’orologio in cucina, gli uccellini che cinguettano a qualunque ora. Mi sono sempre chiesta, ma loro non dormono?
C’è anche la pioggia battente a martellare il tetto, e senza solaio il rumore è amplificato.

In altri tempi a questo punto mi sarei alzata al buio per non svegliare il vicino di cuscino, avrei imprecato in silenzio dopo aver sbattuto lo stinco destro sullo spigolo del letto e mi sarei trasferita sul divano.
Oggi posso permettermi il lusso di accendere l’abat-jour e rimanere a letto, a tutto vantaggio della salvezza del mio fisico e della mia anima, sempre ammesso che lassù ci sia qualcuno ad ascoltarmi.

La procedura standard prevede a questo punto di strizzare un po’ gli occhi e riaprire il libro poggiato sul comodino, ma quello che sto leggendo richiede una concentrazione che al momento non ho.
Allungo un braccio e prendo l’iPad, leggo qualche post sul reader di WP, anche i commenti. Interessanti quanto e più dei post, e sono anche il mezzo per scoprire qualcosa di nuovo. Saltando di blog in blog, ne trovo un paio sconosciuti. Uno è recente, ci metto poco a scorrere i post, tutti molto brevi e con un argomento comune. Scrivo un commento, il tema è interessante, il punto di vista condivisibile. Follow per il futuro.

L’altro mi incuriosisce già dal primo impatto: scarno e pulito nel tema e nel layout, una pagina di info discutibile (nel senso che ci sarebbe di che discutere), nessun indice né pagine di archivio. Gli ultimi post mi piacciono e vado a cercare il primo, con lo scorrimento all’infinito ci vuole un po’ a trovarlo, risale a tre mesi fa. Una mania ragionata, quella di voler partire dall’inizio, la storia scorre in avanti, non all’indietro.
Leggo una lunga sequenza di post senza like e senza commenti, ne scrivo un paio io. Leggo ancora, qualche visitatore inizia a lasciatre tracce. Poi appare un altro blogger, che diventerà presenza frequente. Vado a leggere anche a casa sua, altra persona molto interessante. Mi piace conoscere chi incontro.
Torno di là e proseguo la lettura. I due si commentano, si punzecchiano, si stuzzicano, la sensazione è quella di una scintilla appena scoccata. Avrei da commentare anche su qualcuno di questi post, ma mi astengo dal farlo, sarebbe come intrufolarsi in una conversazione privata, anche se tecnicamente è sotto gli occhi di tutti.
Arrivo fino all’ultimo post, e sono ormai quasi le quattro del mattino, per il secondo giorno consecutivo.

Mi sento come se avessi passato l’ultimo tratto della notte a fare il voyeur.

  

“Voyeur” – Kim Carnes

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L’alfabeto dei film

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Non amo molto questo genere di cose, ma i film si e tanto, poi sono fresca di visita al Museo del Cinema di Torino dove ho rivisto tra le locandine esposte dei film che mi è venuta una gran voglia di rivedere ancora una volta.
Dunque facciamo questa lista. Un alfabeto solo non è sufficiente, ma cerco di farmelo bastare, già alla lettera “B” sono entrata in crisi, non parliamo della “S” e della “T” poi… e ne sono rimasti fuori comunque tanti (Alien, Indiana Jones, Guerre Stellari, Scent of a woman, Thelma & Louise, Trainspotting…).
Ho aggiunto di mia iniziativa il numero 0 (i film di 007 non potevano certo rimanere fuori) e un pezzo dalla colonna sonora di uno dei film che ho scelto.
Ringrazio Emanuele (che mi ha coinvolto) e la Polly (ideatrice del tag) che mi hanno fatto ripensare a tutti questi film.

“Across 110th Street” – Bobbie Womack, Jackie Brown OST

0 – 007 Missione Goldfinger
A – Amici miei I-II
B – Il buono, il brutto, il cattivo / The Blues Brothers / Blade Runner (non posso proprio scegliere)
C – Caccia a Ottobre Rosso
D – Decisamente diversi (Kinky Boots)
E – E’ già ieri
F – Le fate ignoranti
G – Gran Torino
H – Heat – La sfida
I – Intrigo internazionale
J – Jackie Brown
K – Kill Bill 1-2
L – Lasciami entrare
M – La moglie del soldato
N – Nirvana
O – Ogni maledetta domenica
P – Puerto Escondido
Q – Quattro sotto zero
R – Regalo di Natale
S – Shining
T – Taxi Driver / Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto
U – Un anno vissuto pericolosamente
V – Venere in pelliccia
W – We Want Sex
X – X-Men le origini: Wolverine
Y – Youth
Z – Zabriskie Point

Adesso tocca a voi, le regole come al solito sono queste:

– citare l’ideatrice del tag (lapolly) e il blog che vi ha taggato
– mantenere l’immagine all’inizio di questo post
– elencare in ordine alfabetico i film che vi piacciono di più
– nominare 5 (o +) bloggers

Momenti da condividere

Oggi sono uscita a pranzo con tre colleghi, la premessa era stata:
Colleghi: “Andiamo a mangiare un panino insieme?”
Io: “Ok, dove?”
Colleghi: “Non ti preoccupare, vieni con noi”
Mi hanno portata in un locale che non conoscevo, qui:

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Per apprezzare appieno il menù ed i nomi assegnati ai panini bisognerebbe essere del posto, ma per chi non lo è e non è pratico di cucina umbra e del dialetto locale, c’è sempre San Google che spiega (quasi) tutti i dettagli.
Per i più pigri, un indizio: la panineria in oggetto è una costola di un noto ristorante della zona il cui nome si spiega da sé: “Il testamento del porco”.
Se i miei colleghi si sono sentiti liberi di portarmi a pranzo qui senza dirmelo prima, ci sarà un motivo.
Fatti una domanda, datti una risposta…

Ah, già che ci siamo, concludiamo lo sputtanamento con questa “pillola” del Trio Medusa che parla della mia città su Radio Deejay:

Complicazioni

Nell’ultimo mese lo spazio dedicato a WordPress ed ai social network più in generale è stato drasticamente ridotto ai minimi termini, il tempo prosciugato da un progetto fotografico che ho consegnato lunedì scorso e dai rapporti personali che hanno comunque la precedenza rispetto a quelli virtuali.

Con un po’ di respiro, ho iniziato a leggere un po’ di quel che ho perso in questi giorni.
Una rapida scorsa a facebook, le solite cose più o meno tutti i giorni, per quelle prevedibilmente interessanti ci sono le notifiche e non c’è bisogno di approfondire altro.
Apro il Reader di WordPress, ci vuole un po’ a leggere i post, ma più vado indietro, più si fanno strada un paio di considerazioni.

La prima è che facebook è la vetrina dove esporre tutta la figaggine e lo splendore di cui siamo capaci, i chili persi in vista dell’estate, e una manciata di aforismi di terza mano (l’Huffington Post suggerisce opportune periodiche pulizie), mentre tanti blog assomigliano a una sorta di refugium peccatorum, il luogo dove confessare tutte le contorsioni, tribolazioni e confusioni mentali di cui siamo preda, e che non ci sogneremmo mai di postare su facebook.
Vero è anche che una pagina facebook non si nega a nessuno, mentre per aprire un blog ci vuole un po’ di più.

Rimanendo poi in questo mondo, la seconda considerazione: ma siamo davvero così contorti e complicati? Siamo davvero così in crisi e pieni di dubbi esistenziali? E non intendo dire che c’è chi inventa di sana pianta problemi non suoi per destare interesse, lì ci sarebbe del patologico, ed è tutto un altro discorso. Intendo piuttosto la propensione a parlare dei momenti negativi piuttosto che di quelli positivi, percorrere i propri labirinti mentali passando e ripassando per i vicoli più bui evitando quelli più illuminati, come se questi ultimi fossero meno interessanti da esplorare, come se avessimo paura di mostrarli.

Una riflessione analoga l’ho fatta al corso di reportage parlando dei progetti da presentare come lavori conclusivi (su nove persone, solo in due abbiamo scelto di raccontare “in positivo”), ma si potrebbe estendere anche ai programmi in tv piuttosto che agli articoli sui giornali… perché la storia o l’evidenza di un degrado devono essere più interessanti e coinvolgenti del racconto di un riscatto o di qualcosa di bello?
Dando per scontato che di Bukowski ce n’è uno solo, cosa spinge i comuni mortali a scavare nel marcio, il proprio e quello altrui?

Non so darmi una spiegazione, forse dovremmo solo guardarci un po’ intorno e prenderci meno sul serio, e allora il menhir che ci sentiamo addosso tornerà ad assumere dimensioni più sostenibili, o forse è semplicemente vero il pensiero di Karen Blixen citato qualche minuto fa Disintegrazioni: “Tutti i dolori sono sopportabili se li si fa entrare in una storia, o se si può raccontare una storia su di essi.”

complicazioni

“Creep” – Radiohead

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