In fondo, un desiderio da esprimere ce lo abbiamo tutti. Anche più di uno.
“Bring Me to Life” – Evanescence
Poco fa ho letto il post di Aldievel e mi è venuto in mente questo pezzo, è una poesia di Paolo Messina messa in musica da Pippo Pollina, un grande musicista italiano che in terra nostra è quasi misconosciuto.
L’origine è diversa dall’evento di cui si parla nel post, il terremoto dell’Aquila, ma mi fa venire in mente quel che possono aver provato le persone che erano lì, quella notte ed i giorni successivi, chi si è salvato, chi ha perso la casa, chi ha perso una persona cara.
Il testo della poesia è in siciliano, ne ho aggiunto a lato la traduzione che ho trovato qui.
“Versi per la libertà” – Pippo Pollina
| Ammanitati lu ventu | Ammanettate il vento |
| si criditi | se credete |
| ca vi scummina li capiddi | che vi scombina i capelli |
| lu ventu ca trasi dintra li casi | il vento che entra nelle case |
| pi cunnurtari lu chiantu | per consolare il pianto |
| lu ventu ca trasi dintra li casi. | il vento che entra nelle case. |
| . | |
| Ammanittati lu chiantu | Ammanettate il pianto |
| si criditi | se credete |
| pi cuitari lu munnu | per tranquillizzare il mondo |
| lu chianti ca matura dintra li petti | il pianto che matura nei petti |
| e sdirrubba li mura e astuta li cannili | e distrugge le mura e spegne le candele |
| e sdirrubba li mura e astuta li cannili. | e distrugge le mura e spegne le candele. |
| . | |
| Ammanittati la fami | Ammanettate la fame |
| si criditi | se credete |
| d’addifinnirivi li garruna | di difendervi i galloni |
| ma la fami nunn’avi vrazza | ma la fame non ha braccia |
| lu chiantu nunn’avi affruntu | il pianto non ha vergogna |
| ma la fami nunn’avi vrazza | ma la fame non ha braccia |
| lu chiantu nunn’avi affruntu | il pianto non ha vergogna |
| lu ventu nun sapi sbarri. | il vento non conosce sbarre. |
| . | |
| Ammanittati l’ummiri | Ammanittate le ombre |
| che di notti vannu pi li jardina | che di notte vanno nei giardini |
| a mettiri banneri supra li petri | a mettere bandiere sopra le pietre |
| e chiamanu a vuci forti li matri | e chiamano a voce forte le madri |
| ca nunn’annu cchiù sonnu | che non hanno più sonno |
| e vigghianu d’arreri li porti | e vegliano dietro le porte (chiuse) |
| ammanittati li morti. | ammanettate i morti. |
| Ammanittati li morti | Ammanettate i morti |
| si criditi. | se credete. |
Lanzarote è stata una sorpresa. Sapevo che avrei trovato una terra vulcanica e quindi aspra, ma è pur sempre nella fascia sub-tropicale. E invece l’ho scoperta molto simile all’Islanda, ma ancora più asciutta e scarna, lassù c’è tanto verde, qui ce n’è pochissimo. Distese scure e brulle, da lontano appaiono come terreni grossolanamente vangati, ma ti avvicini e quelle che sembravano zolle di terra sono invece blocchi di lava spigolosi, ammassati uno sull’altro come se l’ultima eruzione ci fosse stata un anno fa invece che quasi duecento.
Qualche albero solo intorno ai villaggi. In prossimità dei vulcani, le distese di lava solidificata su cui si cammina, dura e tagliente, sono ricoperte da licheni e da qualche pianta grassa, e questa è la vegetazione più rigogliosa. Il terreno è un susseguirsi di crepacci e blocchi più o meno grandi, scomposti e sovrapposti, testimonianza della potenza che scorre sotto i nostri piedi.
Questa non è una zona turistica, ti guardi intorno e non c’è anima viva. Se ti lasci andare un attimo potresti immaginare di essere nel mesozoico, e intravedere da lontano la sagoma di un dinosauro. Non ti stupiresti neanche se accadesse davvero.
Tutto intorno all’isola, la potenza dell’oceano che si abbatte sulle coste infrangendo le onde sulle spiaggie e sulle rocce. Mi piace guardarle montare da lontano e arrivare a sciogliersi ai miei piedi in rivoli di schiuma bianca che contrastano col nero della spiaggia e delle rocce. Mi son portata a casa la registrazione audio anche di questo mare, come di tutti gli altri.
Ad abbracciare il tutto, una presenza costante nel tempo e nelle ore del giorno e della notte, tangibile nella sua forza: il vento. L’elemento ricorrente che ha plasmato l’isola nella sua essenza, la probabile causa primaria del suo essere così dura e incontaminata.
Il bianco e nero è accentuato, in qualche caso esasperato per dar corpo anche ad un altro aspetto. Lanzarote è famosa per essere un’isola senza inverno, noi abbiamo trovato un’ulteriore similitudine con l’Islanda estiva: il clima. Ci hanno detto che erano almeno trent’anni che non si registrava una stagione del genere. Vento freddo e pungente, temperature basse, rari sprazzi di azzurro in un cielo quasi costantemente grigio, di quel grigio di poco spessore buono solo a catturare i colori.
“Le Vent nous portera” – Sophie Hunger
Le vent nous portera
Ton message à la grande ourse
Et la trajectoire de la course
A l’instantané de velours
Même s’il ne sert à rien
Le vent l’emportera
Tout disparaîtra
Le vent nous portera
La caresse et la mitraille
Cette plaie qui nous tiraille
Le palais des autres jours
D’hier et demain
Le vent les portera
Génétique en bandoulière
Des chromosomes dans l’atmosphère
Des taxis pour les galaxies
Et mon tapis volant dis
Le vent l’emportera
Tout disparaîtra
Le vent nous portera
Ce parfum de nos années mortes
Ceux qui peuvent frapper à ta porte
Infinité de destins
On en pose un, qu’est-ce qu’on en retient?
Le vent l’emportera
Pendant que la marée monte
Et que chacun refait ses comptes
J’emmène au creux de mon ombre
Des poussières de toi
Le vent l’emportera
Tout disparaîtra
Le vent nous portera
Più tempo passa, e più mi rendo conto che il modo migliore per conquistarmi non sono le sdolcinatezze che ho visto in giro nei giorni appena passati, amplificate tra l’altro, dal vivere nella città del Santo.
“Cucciolo mio, mi pensi? Ma quanto mi pensi?” … rabbrividisco al solo pensiero di qualcuno che mi fa domande di questo tipo.
M’è pure successo, qualche tempo fa, e sono fuggita a gambe levate.
La strada per il mio cuore passa inevitabilmente per lo stomaco, per un doppio ordine di motivi.
Primo, perché se un uomo mi emoziona, e mi fa un “certo” effetto, quelle emozioni me le sento tutte nello stomaco, almeno le prime volte. Le classiche farfalle. C’è chi ne parla, e chi come me, se le sente proprio svolazzare lì dentro, a cozzare contro le pareti. Poi col tempo passa, ma se non ci sono, posso anche andare oltre. Fino ad ora, si è dimostrato essere un metro di giudizio infallibile.
Secondo, perché penso che l’approccio che le persone hanno verso il cibo sia lo stesso che hanno verso la vita.
Chi usa il cibo solo per nutrirsi, tende ad avere una vita essenziale, fatta del minimo indispensabile per il sostentamento. Chi bada alla quantità, lo fa a discapito della qualità. Chi invece sa godersi una buona tavola (di qualità, non di quantità), sa godersi anche una buona vita, e i piaceri che offre. Sa scegliere con criterio, assaporando senza fretta e senza trascurare i dettagli.
Meglio quindi presentarsi con un invito a cena piuttosto che con un bigliettino pieno di cuoricini e cuoricioni.
Di conseguenza, credo che il modo migliore di rappresentare il mio cuore sia questo:
P.S.: Casomai aveste ancora qualche dubbio, quella lì è proprio una patata.
Quando se ne consumano dosi consistenti, capita di trovarne di strane forme.
“Shape of My Heart” – Sting
He deals the cards as a meditation
And those he plays never suspect
He doesn’t play for the money he wins
He don’t play for respect
He deals the cards to find the answer
The sacred geometry of chance
The hidden law of a probable outcome
The numbers lead a dance
I know that the spades are the swords of a soldier
I know that the clubs are weapons of war
I know that diamonds mean money for this art
But that’s not the shape of my heart
He may play the Jack of diamonds
He may lay the Queen of spades
He may conceal a King in his hand
While the memory of it fades
I know that the spades are the swords of a soldier
I know that the clubs are weapons of war
I know that diamonds mean money for this art
But that’s not the shape of my heart
That’s not the shape, the shape of my heart
And if I told you that I loved you
You’d maybe think there’s something wrong
I’m not a man of too many faces
The mask I wear is one
But those who speak know nothing
And find out to their cost
Like those who curse their luck in too many places
And those who fear a loss
I know that the spades are the swords of a soldier
I know that the clubs are weapons of war
I know that diamonds mean money for this art
But that’s not the shape of my heart
That’s not the shape of my heart
That’s not the shape, the shape of my heart
Su suggerimento dell’amica Diana, abbiamo deciso di scrivere la lista delle 50 cose da fare nella vita (dire così mi piace di più che “prima di morire”…). All’inizio mi sembravano tante, ma poi man mano che scrivevo, mi sono accorta che 50 non bastano, no, proprio no… ne ho cancellate un bel po’, ho sforato di tre, e ho smesso di pensare. Quel che rimane è il mio personalissimo minimo sindacale,in ordine sparso, in giallo ciò che ho già fatto. Alcune sono ripetibili, altre no. Tutto sommato, sto a buon punto.
Edit: Il post sarà dinamico, con le nuove idee aggiunte strada facendo.