Ho visto i Foo Fighters

Ho visto i Foo Fighters e ho fatto chilometri per arrivare, la fila per entrare, li ho aspettati seduta scomoda su un prato ancora bagnato e fangoso e poi in piedi sotto il sole, e quando sei a due passi dal cambiare decina ti senti My Hero già solo per questo.

Ho visto i Foo Fighters e ho saltato, sudato, cantato e applaudito e alzato le braccia.

Ho visto i Foo Fighters e li ho sentiti nelle orecchie e dietro lo sterno.

Ho visto i Foo Fighters con Dave Grohl alla batteria mentre Hawkins cantava Under Pressure insieme a tutti quelli della mia età.

Ho visto i Foo Fighters con la M honoris causa, e ci siamo perse nel casino del Pit ma poi anche ritrovate e non sarebbe stato lo stesso senza.

Ho visto i Foo Fighters tra ragazzi di vent’anni e genitori cinquantenni che hanno portato figli adolescenti.

Ho visto i Foo Fighters e non lo so spiegare a chi non lo sa già che vuol dire esser lì per un gruppo che aspettavi da tanto.

Ho visto i Foo Fighters e non so spiegare neanche che si prova ad esser in mezzo a tanta gente a godersi tutti i pezzi vecchi e nuovi e pensare di alzare il telefono per uno scatto solo su qualche fuori programma.

Ho visto i Foo Fighters ed hanno chiuso con Everlong dopo due ore e mezzo di rock come si deve.

Ho visto i Foo Fighters ed è stato uno di quei concerti di cui poter dire io c’ero con tutto l’orgoglio possibile.

“Imagine + Jump!”

Fai Uno Squillo Quando Arrivi (Recensione a tu per tu)

L’ho infilato tra il primo Magdeburg e il secondo, e fidati che è un posto d’onore. Non potevo aspettare e rimandare alle vacanze che poi lo so, al mare passo il tempo a farmi crescere le branchie invece che a leggere.

Non le avevo mai capite quelle che “Com’era il film? Bellissimo, ho pianto tanto”. Tipo che coi fazzoletti inzuppati negli anni per Ghost ci potresti risolvere la crisi idrica di Roma, tipo mia madre quando guarda Braccialetti Rossi e io le dico smettila, cambia canale che quelle robe là le conosciamo fin troppo bene.

Io sguazzo nella fantascienza, mi tuffo negli incubi e rido fino al mal di pancia coi Blues Brothers, il magone me lo faccio venire solo in casi eccezionali. Sul discorso alla squadra di Ogni Maledetta Domenica e sul touchdown agli ultimi quattro secondi. Sul monologo di Freccia. Vabbeh, anche su certe corse in moto del Dr. House e sul finale di Quello che non c’è, e questo è vero outing.

Poi prendo in mano questo film rosa shocking (e figa se sono orgogliosa della tua dedica sotto il titolo), Spotify sulla Full Soundtrack, e inizio a guardare. Che sia un film non c’è dubbio perché scorre davanti agli occhi, e non è un filmetto qualsiasi, non è la versione riveduta, corretta e terronizzata di Sex and the City, men che meno per chi il tuo blog lo frequenta da tanto e ci ha ritrovato dentro legami, amicizie, dolori, città, dubbi, certezze e stralci di esistenza già incontrati sotto forma di post. Ci sono pezzi di te ma anche di noi, di me.

C’è un’acciaieria che ti fa nascere e poi ti uccide, che ti cresce come figlio prediletto e poi ti ripudia. C’è la città che conosci da sempre e sempre sarà casa. C’è Milano, che se non la conosci può sembrare ostica e fredda e dura, ma basta annusarla, capirla e lasciarsi andare ai suoi modi, e ti darà tutto ciò che le chiederai e anche di più. Che diventa casa anche lei, e al terzo giorno lontano ti mancano pure l’asfalto e il cemento. Ci sono gli amici che ti riempiono il cuore e quelli che ti riempiono le serate. C’è un incastro perfetto, di quelli che aprono un solco dentro, che nient’altro potrà mai essere così, che avrebbe potuto, se solo. Se.

La LUV s’assorbe dalle parole e non fa differenza se ti fa tornare a dieci anni fa oppure a uno, se di anni ne hai trenta o quasi cinquanta. Ci sono emozioni che sono scudisciate all’anima, che leggerle è come risentirle in gola, nello stomaco e a premere sopra lo sterno. Che come diavolo fai a sfogliare le pagine senza i Kleenex accanto. Che se mi chiedi “Com’era il libro?” ti devo rispondere “Bellissimo, ho pianto tanto”.

Spotify sulla playlist del Capitolo 67, l’ascolto e penso che è giusta. Il libro l’ho finito da poco e questa non è una notte qualsiasi, me lo ricorda il biglietto di un Frecciarossa appeso alla lavagna magnetica in corridoio, ci passo davanti per andare a ripulire gli occhi da panda che son conseguenza dell’ultima tranche da centocinquanta pagine. Nessuno ci crede più al caso.

Capitolo 51, il titolo è “Si può morire di rimpianto?” La risposta è SI anche per me, il biglietto è per ricordare che alcune cose vanno fatte e altre dette, che certi treni sono da prendere ovunque portino. Che non puoi tormentarti coi se perché non dipende tutto solo da te. Che il motore può fondersi su un rettilineo ma non puoi saperlo prima di partire. Che se esci dalla strada tracciata puoi finire impantanato fino al collo. Ma sporcarsi nel fango è divertente, viaggiare coi finestrini aperti e l’aria nei capelli ti fa sentire viva come non mai, e io non sono fatta per stare a guardare dietro i vetri della finestra. Sono brava a fare, ad esserci, a partire e anche a tornare. Molto meno a dire, e sempre fuori tempo. Mo’ studio e mi esercito, imparerò anche questo.

And I wonder…
If everything could ever feel this real forever
If anything could ever be this good again

“Foo Fighters” – Everlong

Hello, I’ve waited here for you
Everlong
Tonight, I throw myself into
And out of the red
Out of her head, she sang
Come down, and waste away with me
Down with me
Slow how you wanted it to be
And over my head, out of her head she sang

And I wonder when I sing along with you

If everything could ever feel this real forever
If anything could ever be this good again
The only thing I’ll ever ask of you
You’ve got to promise not to stop when I say when
She sang

Breathe out, so I can breathe you in
Hold you in
And now I know you’ve always been
And out of your head, out of my head I sang

And I wonder when I sing along with you

If everything could ever feel this real forever
If anything could ever be this good again
The only thing I’ll ever ask of you
You’ve got to promise not to stop when I say when
She sang

And I wonder…

If everything could ever feel this real forever
If anything could ever be this good again
The only thing I’ll ever ask of you
You’ve got to promise not to stop when I say when
She sang

Generatore di incontri occasionali

Alex va pazzo per i videogiochi e gli piacciono così tanto da volerne fare il suo lavoro. Così tanto che s’è preso la briga di andare in Canada per tre anni a studiare alla VFS, una scuola durissima che è tra le più qualificanti del pianeta. Ha ottenuto il diploma con tre specializzazioni, e un posto da Game Designer nella più grande azienda italiana del settore. Racconta le sue giornate, come si fa ad inventare un gioco e chi sono tutte le figure che partecipano, sorpreso ed orgoglioso di sentirmi dire che nel mondo dei bit il suo è uno dei mestieri più difficili. All’EA Sports ci è già stato ma sogna di tornarci con un pass che non sia da visitatore. 

Francesca è un chimico che si occupa di ricerca su materiali bioplastici. A Terni anche il polo chimico è in crisi, e lei è riallocata alla sede di Novara. Il budget per le innovazioni è stato ridimensionato anche lì, e il grosso del lavoro verte sull’analisi di campioni della produzione, buste della spesa biodegradabili tipo quelle della Coop. A Milano conosce Edoardo, si piacciono, si amano, si sposano, ma dopo un anno tocca a lui essere trasferito, a Roma. Un amore consumato a ore, a rate, a stralci di weekend. Progetti di ampliamento familiare rimandati al 3027.

Marco ha vent’anni e nella sua vita c’è spazio solo per gli ingranaggi dei motori. Dalla campagna al confine tra Lazio e Toscana la sua passione l’ha portato a Somma Lombardo a studiare per diventare tecnico manutentore di aeromobili. La scuola è costosa e a lui pesa chiedere troppo alla famiglia, quindi torna a casa tutti i weekend per lavorare nell’autofficina del padre e guadagnarsi un po’ di soldi. Coi pezzi d’avanzo delle auto incidentate ha messo in piedi un commercio di ricambi via internet, comprensivo di torniture personalizzate. Non ascolta musica, non va al cinema, legge solo riviste del settore e gli abbiamo spiegato cosa sono Spotify e Airbnb. Un ragazzo fuori dal tempo.

Anna è un tecnico di laboratorio all’Istituto Nazionale dei Tumori. A venticinque anni passa il tempo a caccia di quelle stronze cellule che impazziscono e vanno ad invadere i tessuti confinanti. Partita da Orvieto per Torino col suo ragazzo, avevano trovato lavoro entrambi lì. Ora lei è a Milano da cinque mesi mentre lui è ancora a Torino. La distanza è abbordabile, ma la ricerca di un lavoro ragionevolmente stabile nella stessa città continua.

Un campionario di umanità splendido. Persone che succede di incontrare quando inizi ad offrire passaggi su BlaBlaCar.

“There goes my hero
Watch him as he goes
There goes my hero
He’s ordinary”

“My Hero” – Foo Fighters

 

Milano e Vincenzo (Something from Nothing)

“I threw it all away because
I had to be what never was”

“Something from Nothing” – Foo Fighters

Ognuno merita il regime che supporta

Se attraversando i tornelli della metro sai già quale uscita prendere, ed entri nell’auto senza accendere sempre il TomTom prima del motore.
Se hai bisogno di una catena per la bici e sai dove comprarla. Ma anche una bici intera.
Se uscendo da lavoro non allunghi la strada tutti i giorni per non tornare subito al tuo appartamento, perché con quelle mura hai stipulato un patto di non belligeranza.
Se spostarti a piedi e in bici ti ha insegnato ad essere più attenta ed educata quando guidi.
Se inviare la richiesta di cambio di residenza fa un certo effetto, e il tagliandino che ricevi in cambio è così pesante tra le tue dita.

Se sai dove fare shopping comprando qualcosa di carino senza svenarti (le scarpe no, quelle rimangono caso a parte).
Se hai trovato un’estetista che si avvicina parecchio a quella frequentata per vent’anni, che curava i tuoi pensieri tanto quanto le tue unghie.
Se una mattina il phon muore e puoi tranquillamente bussare al vicino coi capelli nell’asciugamano, che lui di te ha già visto dettagli ben più intimi appesi ai fili del bucato.

Se hai portato a casa il progetto per cui sei stata assunta incassando l’apprezzamento ufficiale del nuovo capo.
Se i colleghi con cui condividi lo spazio e il tempo ti hanno fatto sentire parte del branco sin dal primo giorno, e ti dicono che quell’ufficio fatto di soli uomini lo hai anche un po’ trasformato.
Se le notizie che arrivano dal vecchio posto di lavoro sono sempre più sconfortanti, e guardando quel murale che è davanti all’ingresso del nuovo, sai di aver fatto la scelta giusta. E che indietro non ci torneresti.

Se c’è chi ti tiene la copia delle chiavi di casa e chi ti porta le medicine quando sei a letto col febbrone.
Se hai fatto sempre tutto da sola e non vorresti chiedere, ma a volte ne hai bisogno e scopri che non è poi così terribile farlo.
Se sai che l’accento della tua città non te lo toglierà mai neanche un corso di dizione, ma inizi a troncare i sostantivi invece dei verbi e ti ritrovi a dire “Figa, che giornata!”
Se il secondo tatuaggio più lo guardi e più ha senso, e no, non è troppo grosso, è proprio come doveva essere.
Se al locale pheego del momento preferisci il PicoBrew itinerante, con Jacopo che ti propone le birre che non hai ancora assaggiato.
Se quel Gin Tonic lì lo sai come va a finire, e va bene così.

Se imbocchi l’autostrada per andare verso una casa immersa nel verde ma sai già che questo asfalto e questo cemento ti mancheranno.
Se iniziando a scrivere il post era stato naturale aggiungerci “Something from Nothing”, ma quelle parole di “Milano e Vincenzo” sono le tue, e non puoi scegliere.
Se riesci a dormire cinque o sei ore per notte invece delle due o tre degli ultimi anni.
Se dopo un tot di risvegli a cinquecento chilometri da casa una mattina all’improvviso non hai più la sensazione di guardare il film di qualcun altro, e i piedi su parquet sono i tuoi, nel riflesso dello specchio ci sei tu, e l’acqua della doccia scorre calda su una pelle che è la tua. E rimani lì sotto a lungo, con gli occhi chiusi, a goderti l’acqua e questa nuova consapevolezza.

Se è così che sta andando, forse tutto quel che hai fatto per conquistare la collina 937 con sopra la speranza di altri vent’anni di lavoro non ha generato solo dolore e vuoti, ma anche qualche pieno e qualcosa in cui ricominciare a credere.

“Ti devo tanto come uomo
lavoro insieme ai figli tuoi
o Milano, fa’ di me quello che vuoi
ti lascio tutti i miei progetti
le mie vendette e la mia età
o non tradirmi sono vecchio e il tempo va”

“Milano e Vincenzo” – Alberto Fortis

Learn to Fly

Now I’m looking to the sky to save me
Looking for a sign of life
Looking for something to help me burn out bright
I’m looking for a complication
Looking ‘cause I’m tired of lying
Make my way back home when I learn to fly high

Fly!

“Learn to Fly” – Foo Fighters

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