Sai che la fortuna
è una religione
tu ci credi oppure no?
lo capiremo prima o poi
che non c’è modo di rinascere
senza peccare
ma tu hai voglia di rinascere
o è solo che non sai come finire?
beh, forse fa un po’ male
forse fa un po’ male
ma tutto fa un po’ male
tutto fa
tutto fa un po’ male . . .
quello che sognavi ti fa ridere
da quando sai che non lo puoi più avere
ma l’odio è un carburante nobile
e hai scoperto che non è così male
tradirsi con rispetto
perchè vivere è reale
ma vivere così
non somiglia a morire?
e forse fa un po’ male
forse fa un po’ male
ma tutto fa un po’ male
tutto fa
tutto fa un po’ male . . .
Treno Milano-Terni, Intercity 599. Sei ore e cinquanta minuti, ma senza cambi. L’unico disponibile per tornare, in epoca di frecce di tutti i colori non pensavo neanche ci fosse più. Sembra che tutto il centro-sud sia andato all’Expo questo fine settimana. Viaggiare in treno mi rilassa, anche su tratte lunghe. Faccio tutte le cose che a casa non ho il tempo di fare, che rimando in attesa di quei momenti tranquilli che non ci sono praticamente mai. Contavo di leggere un po’ al ritorno, ma non ho ancora aperto il libro. Ho dormito una mezz’ora, e tutto il resto del tempo è volato, come all’andata.
La fotografia è di qualche mese fa, scattata da una delle torri da cui si sale per entrare allo stadio. Il pezzo è d’obbligo.
Leggo tanto, da sempre. Da bambina avevo un posto in casa che era solo mio, il sottoscala. Era la mia tana, il mio rifugio. Della tana aveva anche le dimensioni, perché il soffitto seguiva le scale che scendevano dal piano superiore, ed arrivava ad essere così basso che ero l’unica che potesse entrarci, la più piccola di casa. D’inverno era anche caldo, perché dietro alla parete laterale c’era il camino della cucina. Ci passavo ore ed ore, lì c’erano tutti i miei giochi e le mie letture, dalle prime favole ai gialli dei ragazzi Mondadori, dai fumetti di Topolino fino al Libro dei miti greci e I ragazzi della via Paal. Poi sono cresciuta, non così tanto in altezza in realtà, ma quanto basta per non entrarci più li sotto.
Ho continuato a leggere, ma in camera mia. Fumetti e romanzi, con una certa predilezione per il genere thriller/giallo e la fantascienza. A un certo punto ho incontrato Stephen King. Carrie. Shining. Christine. La zona morta. Letti tutti in fila, una folgorazione. Raramente a fronte di un bel libro ne risulta una trasposizione cinematografica altrettanto bella e convincente. Brian De Palma e Stanley Kubrick hanno fatto invece un lavoro egregio, aggiungendo uno strato in più ai libri stessi con la loro personale interpretazione. Gli occhi immensi di Sissy Spacek. Quelli spiritati di Jack Nicholson. Perfetti.
Poi un giorno me ne è capitato in mano uno diverso, di tutt’altro genere rispetto a ciò che avevo già letto di King. Ed è stata un’altra folgorazione. Ci sono libri che leggo, anche belli, ma che passano nel dimenticatoio dopo l’ultima pagina. E poi ce ne sono alcuni che rimangono anche a distanza di anni. Si contano sulla punta delle dita. Di uno ho già parlato qui, quello a cui ho ripensato oggi è Stagioni diverse. O meglio, ho ripensato ad uno dei racconti contenuti in questo libro, Il corpo. Il gancio è stato un pezzo famosissimo della colonna sonora del film che è anche parte del titolo, Stand by me, ogni volta che l’ascolto il collegamento è automatico. Due libri per certi versi simili, ambientati negli Stati Uniti tra gli anni ’50 e ’60, storie di adolescenti che crescono e si scontrano. Guerra sociale in città nel primo, voglia di diventare dei piccoli eroi nel secondo. Da entrambi sono stati tratti dei film altrettanto belli, almeno per me.
Di Stagioni diverse mi sono tornati in mente due pezzi sulle parole, uno all’inizio e uno verso la fine.
Le cose più importanti sono le più difficili da dire. Sono quelle di cui ci sì vergogna, perché le parole le immiseriscono — le parole rimpiccioliscono cose che finché erano nella vostra testa sembravano sconfinate, e le riducono a non più che a grandezza naturale quando vengono portate fuori. Ma è più che questo, vero? Le cose più importanti giacciono troppo vicine al punto dov’è sepolto il vostro cuore segreto, come segnali lasciati per ritrovare un tesoro che i vostri nemici sarebbero felicissimi di portar via. E potreste fare rivelazioni che vi costano per poi scoprire che la gente vi guarda strano, senza capire affatto quello che avete detto, senza capire perché vi sembrava tanto importante da piangere quasi mentre lo dicevate. Questa è la cosa peggiore, secondo me. Quando il segreto rimane chiuso dentro non per mancanza di uno che lo racconti ma per mancanza di un orecchio che sappia ascoltare.
…..
Si allontanò, sempre ridendo, muovendosi con agilità e con grazia, come se non fosse tutto rotto come me e non avesse le vesciche ai piedi come me e non fosse pieno di bolle e di morsi di zanzare e di calabroni e di tafani, come me. Come se non avesse il minimo pensiero al mondo, come se se ne stesse andando in un gran bel posto invece che solo a casa, in una casa (una baracca, sarebbe più vicino alla verità) di tre stanze senza servizi e con le finestre rotte coperte di plastica e un fratello che probabilmente lo stava aspettando nel cortile davanti. Anche se avessi saputo la cosa giusta da dire, probabilmente non avrei potuto dirla. I discorsi distruggono le funzioni dell’amore, credo — è un bel casino per uno scrittore dire una cosa del genere, penso, ma sono sicuro che è così. Se parlate per dire a una daina che non avete nessuna intenzione di farle del male, quella svanisce in un batter di coda. La parola è danno. L’amore non è quello che quei poeti del cazzo come McKuen vogliono farvi credere. L’amore ha i denti; i denti mordono; i morsi non guariscono mai. Nessuna parola, nessuna combinazione di parole, può chiudere quelle ferite d’amore. È tutto il contrario, questo è il bello. Se quelle ferite si asciugano, le parole muoiono con loro. Credetemi pure. Io mi sono fatto una vita con le parole, e so che è così.
Ho voglia di rileggerlo tutto. E anche di rivedere il film.
“Le cose ti rubano la ragione, gli uomini l’anima e il mare la vita”
(Fred Vargas)
Anna, Bob, Elena, Isabel, Michela, Patrizia, Silvia, Tiziana, Walter and above all Orlando, this is for you… It wouldn’t have been the same without each of you.
Oggi ho recuperato l’ultimo pezzo importante rimasto nell’altra casa, a un anno e mezzo da quando ne sono uscita. E’ un impianto HI-FI che nonostante l’età fa ancora egregiamente il suo lavoro, amplificatore, tuner, piatto, lettore CD, casse. Importante non per il valore economico, non credo valga più niente. E’ una questione affettiva, il primo acquisto fatto con soldi miei, non regalati ma guadagnati, quasi ventisei anni fa.
È anche l’unico pezzo che ci tenevo a riavere, dei tanti rimasti compreso il pezzettino di cuore. Di tutto il resto non voglio sapere niente, erano cose portate per essere usate lì dove si viveva d’estate, non mi importa della fine che faranno o che hanno già fatto. Di certo non le voglio qui, portarsele via insieme al contenuto dell’armadio non avrebbe avuto alcun senso se non un volersi fare ulteriormente male. In questa casa ce ne sono già abbastanza a ricordare il tempo vissuto insieme, ogni tanto spunta ancora qualcosa, un oggetto, una fotografia… all’inizio ne soffrivo e lo ricacciavo nel cassetto da cui proveniva, adesso quasi ne sorrido.
C’è una parola che oggi stranamente mi sono trovata davanti due volte, due post in due blog diversi. Resilienza, nell’accezione psicologica del termine. E’ una parola che conosco bene e che uso per motivi di lavoro, ma nelle accezioni informatiche e ingegneristiche, essendo io una sistemista in una azienda che produce acciaio. Cito Wikipedia: “in psicologia, la resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà”. Se è così, sono resiliente anche io.
Il tempo ora scorre tranquillo, come se fossero passati anni luce. Fa uno strano effetto pensarci. Fa uno strano effetto sentirsi. Le poche volte che è successo, motivi “tecnici”, non ce ne sono altri, mi è sembrato come parlare con un vecchio amico, uno di quelli però di cui conosci i dettagli di tutta la vita. La distanza aiuta a ragionare, assimilare, assorbire. A non sentire la mancanza. A non pensarci più.
“Pieces” – Trixie Whitley
In the graveyard of modern days the sensual touch is all that remains you blew the fragile grace on my skin and, in my face
I’m leaving pieces behind, anywhere I go Every time I go I’m leaving behind my soul Breaking into pieces every time I go Leaving pieces of mine, everywhere I go
Constant dozing The rose of the mind flow Emptiness is always on the go Gliding in the mirrors Gathering the symptoms of all we have And all we don’t know
Leaving pieces behind, anywhere I go Every time I go I’m leaving behind my soul Breaking into pieces every time I go I’m leaving pieces of mine, everywhere I go