Flashback (Da Taranto a Terni, 9 Ottobre 2014)

Flashback (Da Taranto a Terni, 9 Ottobre 2014)

Poche cose mi toccano quanto la questione dell’acciaio. Ci ho messo un po’ a digerire il tuo ultimo post e avevo iniziato a commentare sotto, ma le righe s’allungavano e allora è finito qui, anche se non son certo capace di scrivere nello stesso modo.

Un post che è un flashback. Taranto e Terni, due città intrise di questa lega ferro-carbonio fino alle ossa. Di tutta la popolazione, perché non c’è nessuno che non abbia un padre, un figlio o un fratello nello stabilimento o in una delle controllate.

Quando nel ’94 il governo Prodi ha privatizzato le Acciaierie io ero già dentro, mio padre prima di me per trentacinque anni. C’ero quando l’accordo garantito da Schröder e Berlusconi finì nel cesso e l’intero reparto del magnetico fu chiuso.
C’ero quando il getto d’olio bollente uccise sette colleghi a Torino, nello stabilimento già destinato alla chiusura. Del processo che seguì, parliamone.
C’ero quando la fabbrica è stata acquistata dai finlandesi, obbligati poi un attimo dopo a rivenderla dalla commissione antitrust europea.
Ci sono stata ogni volta che un accordo siglato per il mantenimento delle quote produttive è stato disatteso e trasformato in una riduzione del 50%. Con la logica riduzione del personale.

Nella foto qui sotto c’è il riflesso della torre del BA, l’impianto di finitura che produce quei meravigliosi rotoli a specchio universalmente conosciuti sotto forma di cestelli di lavatrici o posate Alessi. L’ho scattata nel piazzale interno, quello che di solito accoglie TIR e treni, quello in cui ci si ritrovava per gli scioperi e le brutte notizie. Era il 9 ottobre del 2014, il giorno in cui ho capito che il mio lavoro era andato a puttane, che la mia vita 1.0 si stava frantumando come l’asfalto che calpestavo.

Poco dopo mi sarei ritrovata a Roma a prender manganellate dalla polizia, a bloccare stazioni ferroviarie e caselli autostradali a piedi, poi ancora a Bruxelles per cercare di difendere l’indifendibile, era tutto già deciso. Nessuno ha ascoltato le nostre ragioni, o forse si, ma nel bilancio dell’economia europea e mondiale sono altre le forze che contano. Tre mesi di sciopero, quattrocento dimissioni “volontarie“. A costo zero le mie, che ho provato a resistere fino all’ultimo.

Leggo e continuo a trovare similitudini. Ci vuole un Nobel in economia per intuire che se vendi una fabbrica a un competitor straniero, al primo problema chi ci rimette è la tua terra? Che il sindacato tedesco è unitario e più forte, e un operaio di Bochum vale il sacrificio di 600 nostri? Che gli accordi scritti valgono quanto la carta straccia? Che le ragioni della concorrenza non hanno niente di umano ed è più conveniente sfruttare indiani senza protezione che investire sul risanamento ambientale di un sito italiano? Che ai più giovani non gli puoi offrire una casa e un futuro a rate di contratti interinali? E il particolare che l’AD di Arcelor Mittal Italia di oggi sia lo stesso delle dimissioni volontarie di cui sopra non è trascurabile.

Abbiamo una galleria che qualcuno ha pensato di far passare esattamente sotto la discarica dell’acciaieria, e ora che le infiltrazioni fanno scendere acque contaminate sulle auto in transito, il problema è discutere sulla percentuale di pericolosità del cromo esavalente e sui danni economici della chiusura per lavori, invece che affrettarsi a rifare l’impermeabilizzazione.

L’incidenza dei tumori è ugualmente ben oltre la media, e colpisce sempre più presto. Mi ha toccata personalmente e profondamente. Mio padre non ha avuto il tempo di vedere la mia vita 2.0, per il suo tumore al fegato sono bastati sei mesi. La mia migliore amica è uscita bene da uno all’utero, ma grazie alle cure ricevute in un’altra regione. Terni non è famosa per la qualità della medicina pubblica e neanche per la rapidità dei servizi: devi avere qualche soldo da parte per poterti permettere cure private o in un’altra regione, altrimenti hai un problema. A volte non risolvibile.

Leggo e penso che il passato non ha insegnato niente. Una serie di flashback tutti uguali a se stessi. Chiunque ci sia in alto, qualunque sia la fabbrica, gli errori son sempre gli stessi. Come le vittime.

La mia fuga non è stata una resa, me ne sono andata con le armi in pugno per non lasciar vincere loro contro di me. Fuga per la vittoria ma anche fuga per la sopravvivenza. Qualcun altro si è adattato, io non ci sono riuscita. Non so quanto ci sia di onorevole in questo, però so che l’acciaio si tempra e ti tempra. E’ questo che contraddistingue chi d’acciaio ci vive.

“Una guerra fredda” – Le Luci della Centrale Elettrica

Momenti da condividere

Oggi sono uscita a pranzo con tre colleghi, la premessa era stata:
Colleghi: “Andiamo a mangiare un panino insieme?”
Io: “Ok, dove?”
Colleghi: “Non ti preoccupare, vieni con noi”
Mi hanno portata in un locale che non conoscevo, qui:

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Per apprezzare appieno il menù ed i nomi assegnati ai panini bisognerebbe essere del posto, ma per chi non lo è e non è pratico di cucina umbra e del dialetto locale, c’è sempre San Google che spiega (quasi) tutti i dettagli.
Per i più pigri, un indizio: la panineria in oggetto è una costola di un noto ristorante della zona il cui nome si spiega da sé: “Il testamento del porco”.
Se i miei colleghi si sono sentiti liberi di portarmi a pranzo qui senza dirmelo prima, ci sarà un motivo.
Fatti una domanda, datti una risposta…

Ah, già che ci siamo, concludiamo lo sputtanamento con questa “pillola” del Trio Medusa che parla della mia città su Radio Deejay: