Disordine

“Tutto è in disordine.
I capelli.
Il letto.
Le parole.
La vita.
Il cuore.”

“Voglio una pelle splendida” – Afterhours feat. Samuel

Tutto fa un po’ male

Walking away

“Afterhours” – Tutto fa un po’ male

Sai che la fortuna
è una religione
tu ci credi oppure no?
lo capiremo prima o poi
che non c’è modo di rinascere
senza peccare
ma tu hai voglia di rinascere
o è solo che non sai come finire?

beh, forse fa un po’ male
forse fa un po’ male
ma tutto fa un po’ male
tutto fa
tutto fa un po’ male . . .

quello che sognavi ti fa ridere
da quando sai che non lo puoi più avere
ma l’odio è un carburante nobile
e hai scoperto che non è così male
tradirsi con rispetto
perchè vivere è reale
ma vivere così
non somiglia a morire?

e forse fa un po’ male
forse fa un po’ male
ma tutto fa un po’ male
tutto fa
tutto fa un po’ male . . .

Un post nostalgico

Domenica pomeriggio stavo leggendo un po’ dei blog che seguo, con il ritorno al lavoro sono rimasta indietro di diversi giorni.
Tra un post e l’altro, sono arrivata al “buongiorno del 30 novembre” di paroledimaru, ed è stato come fare un salto indietro nel tempo di tanti anni.
Lei sta osservando ora lo spaccato della crescita di un adolescente maschio, suo figlio, seguendone le dinamiche di pensiero, il rapporto con gli altri maschi ed i loro discorsi, io quello stesso spaccato l’ho potuto seguire in diretta, perché in mezzo ai maschi ci sono cresciuta.

Ho vissuto sempre fuori città, ho una sorella più grande, e all’epoca si giocava con i vicini, i miei erano tre bambini di poco più piccoli di me. Con uno di loro, Simone, il rapporto è stato sempre più stretto, l’ho visto nascere nella mia stessa casa bifamiliare.
Credo che la stragrande maggioranza delle donne abbia avuto un’amica del cuore nell’infanzia, io ho avuto lui.
Giocavamo sempre insieme, più spesso con le sue cose che con le mie, aveva una macchinina a pedali blu della polizia in cui mi infilavo appena la lasciava incustodita, le pistole con gli elastici e tanti altri giochi che mi piacevano più dei miei.

D’estate passavamo il tempo in bici, sui pattini e nei campi intorno casa, sui gomiti e sulle ginocchia ho ancora le cicatrici delle tante cadute. Non stavamo fermi un attimo, e mi ricordo come fosse oggi l’incazzatura di mia madre quando mi sono sbucciata il naso qualche giorno prima della cresima di mia sorella: in tutte le foto ci sono io con i segni rossi non ancora rimarginati.
D’inverno giocavamo in casa coi Lego e le piste della Polistil (alzi una mano chi se le ricorda!). La mia era a forma di 8 con una Ferrari grigia e un’Alfa Romeo rossa, la sua era più lunga e con le curve paraboliche. Ho consumato le spazzole a forza di giocarci, e più di una volta ho rubato i suoi pezzi per allungare la mia, solo che quando li aggiungevo, le macchinine rallentavano. A un certo punto ho capito il concetto di tensione elettrica, e mi sono fatta una ragione dell’avere la pista più piccola della sua, pure se l’ho considerato uno smacco.

Avevo le mie bambole certo, ma ci giocavo da sola, e non so perché ma ho mangiato loro mani, piedi e nasi, anche a quelle di mia sorella, e usavo il Big Jim di Simone per fargli fare sesso con le mie Barbie (precoce con le idee, tarda con la pratica). Mangiavo anche i margini delle pagine dei fumetti e dei libri che leggevo, ma solo la parte bianca, i colori mi facevano schifo. Non vi fate troppe domande su questa parte per favore, me ne sono già fatte abbastanza io e non ho ancora trovato riposte convincenti.

La maggior parte del tempo insieme dunque, complici gli alltri due bambini un po’ meno presenti, lo passavamo a fare giochi maschili, ma a volte riuscivo a convincerlo a fare ciò che volevo io. Avevo un gioco da tavolo, “Barbie la Reginetta del Ballo”, uno di quelli con un percorso a caselle in cui si avanza tirando i dadi. Vinceva chi arrivava alla fine per primo conquistando strada facendo quattro obiettivi: il vestito per il ballo, il distintivo di un club, il fidanzato e l’anello. Ecco questo gioco è stata la mia rivincita sulla pista, lui non ha mai vinto perché accettava di prendere tutto, fidanzato compreso, ma si è sempre rifiutato di mettere al dito l’anello!
Gli ho anche insegnato ad usare la Maglieria Magica, cosa che nel tempo s’è dimostrata pure utile, perché non più tardi di qualche giorno fa m’ha raccontato d’aver fatto lo splendido con le nipoti spiegandogli lui come usarla. A figurine invece ce la giocavamo, ero piuttosto brava, io con quelle di Candy Candy, lui con quelle classiche dei calciatori.

Il tempo delle elementari è passato tutto più o meno così, ed è stato l’iniziare a rendersi conto che le compagne di classe gnè gnè non facevano per me, quindi perché non continuare a frequentare l’altra metà del mondo.
Con l’inizio delle medie il microcosmo dei dintorni di casa s’è allargato fino a comprendere l’intero quartiere, e anche di quel periodo ricordo più maschi che femmine; a scuola, durante l’ora di educazione tecnica ho imparato a fare circuiti elettrici invece che l’uncinetto, quello l’ho imparato più tardi per conto mio, quando ne ho avuto autonomamente voglia.  È qui che cominciano ad emergere le differenze. I primi motorini dei più grandi, le prime ragazzette che arrivavano da “fuori”, le prime cotte. L’aver fatto sempre parte del giro mi dava una posizione privilegiata nell’osservare e nel capire i movimenti, partecipare ai discorsi che prendevano direzioni diverse, e seguire le evoluzioni nei rapporti, ma mi escludeva automaticamente dall’essere presa in considerazione come possibile interesse al di là dell’amicizia; la stessa cosa però valeva per me, non avrei mai potuto pensare a loro in termini diversi.

Le prime amiche le ho avute alle superiori, ma ormai la formazione della futura donna pensante più spesso in termini maschili che femminili era troppo avanzata per poter cambiare direzione, e per parlare degli effetti collaterali che questa crescita sui generis ha prodotto ci vuole un post a parte.
E intanto iniziavano a passarmi sotto gli occhi le prime “fidanzate” del mio amico, e ne ero gelosa, ma non perché avrei voluto esserlo io, lungi da me! Era perché lo stretto legame che c’era sempre stato tra noi si andava inevitabilmente assottigliando, il tempo da passare insieme era sempre di meno. Mi sono preoccupata come una sorella maggiore quando l’ho visto perdere la testa dietro a chi non lo meritava, ma non glie l’ho mai detto. Avevo già capito che l’unica cura a un male del genere era e sempre sarà lo sbatterci la testa di persona.

Ed è passato tanto tempo da allora, ma questo legame ancora regge. C’è una moglie bella e simpatica, e due belle bambine, una ha sei anni, l’altra pochi mesi. Con la grande a volte giochiamo insieme, ma purtroppo preferisce le bambole alle macchinine. Ma non perdo le speranze, aspetto che cresca la piccola, magari mi andrà meglio con lei, e per uno dei suoi compleanni le regalerò questa.

“Ritorno a casa” – Afterhours (ascoltatela, che ne vale la pena)

Le foto di questo post sono prese dal web.

Quello che non c’è

“Quello che non c’è” – Afterhours

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