Missing calciomercato

Quando venticinque anni fa ho varcato per la prima volta l’ingresso della palazzina in cui passo ancora almeno otto ore al giorno, confesso di essermi sentita un po’ intimorita.
Avevo vent’anni, e pur essendomelo guadagnato quel lavoro, ero l’ultima arrivata. Poi sono timida per natura, ci metto un po’ ad avvicinare e lasciar avvicinare le persone. A volte un bel po’. A volte non succede proprio.
Cinque anni a programmare in un linguaggio che solo gente della mia età ricorda, poi l’area tecnica. Un luna park, per me. Io sono quella che alle medie scelse di fare circuiti elettrici invece che imparare l’uncinetto. Che smanettava le ROM dei primi Windows Mobile. Che nell’armadio ha un set completo di giraviti e brugole.

Immaginate me, a venticinque anni, trapiantata in un mondo fatto di uomini dai quaranta in su, per la maggior parte metalmeccanici provenienti dall’acciaieria e convertiti in informatici, abituati a non doversi preoccupare del fatto che ci sarà una donna ad ascoltare e condividere le loro conversazioni.
Due sono i tratti fondamentali e distintivi del metalmeccanico ternano: il primo è il linguaggio colorito che lascia poco spazio all’immaginazione, l’altro è che il tema principale delle sue conversazioni è il calcio, in tutte le sue sfaccettature e ramificazioni, locali, nazionali e internazionali.

Ora immaginate loro, che non si sono minimamente scomposti al mio arrivo, e hanno proseguito a comportarsi come se io non ci fossi. Forse all’inizio sono stati un poco più attenti ma col tempo sono arrivati a considerarmi parte dell’arredamento. Superato lo scoglio iniziale, s’è sciolta anche la mia timidezza. C’era anche un’altra donna con noi, ma per diversi anni siamo state in stanze diverse.
La mia educazione tecnica e sistemistica è cresciuta di pari passo con quella calcistica. Corner. Fuorigioco. Fallo da ultimo uomo. Non sono mai stata una grossa fan del calcio, a parte il tifare Inter per tradizione familiare trasformatasi in indefesso affetto, ma l’apprendimento è stato inevitabile. Tralasciamo quello che ho imparato sull’altro versante. Sarà per questo che a tutt’oggi non dico parolacce, mi scappano proprio raramente e per giusta causa.

Col tempo, i metalmeccanici originari sono stati sostituiti dalle nuove leve, sempre uomini, sempre più tifosi di calcio. Fino a ritrovarmi in un open space, molto open ma con con pochissimo space, gomito a gomito con tredici colleghi uomini, le scrivanie disposte a file come i banchi di scuola, e la collega donna presente a sprazzi all’altro capo della stanza. Zero privacy, tutta una grande famiglia. Gli anni in cui, indipendentemente dalla mia volontà, ho continuato ad assorbire nozioni calcistiche. Conoscevo il nome del portiere dell’Ajax. I sorteggi della Champions. Le regole del fantacalcio. Il colore delle maglie in trasferta.  Obiettivamente troppo oltre il mio basilare interesse. Che poi non ci trovo niente di male ad interessarsi di calcio, il problema sorge quando diventa il solo ed unico interesse. Quando non c’è modo di interagire su argomenti diversi. Mai fregato gran che della moda, ma almeno musica. Cinema. Anche caccia e pesca potevano andare come diversivo.

Ho iniziato ad attendere con ansia ogni evento sportivo che potesse anche vagamente e temporaneamente dirottare l’attenzione dallo Sport Supremo. Ippica. Sci sull’erba. Curling. Pelota. Poteva andar bene uno qualunque. All’ultimo giorno del mercato di riparazione di un’annata particolarmentente densa di eventi e discussioni, non ne potevo più. Mi sono alzata in piedi e ho detto: “Scusate, si potrebbe parlare di topa almeno so di che si tratta e posso dire qualcosa anche io?”.
Le parole sono uscite da sole, e quei pochi secondi se li ricordano ancora tutti. Mi ci hanno presa in giro per un bel po’ di tempo.

E oggi che invece gli spazi sono tornati ad essere vivibili, che non c’è più bisogno di spostare la sedia per far passare il vicino di scrivania, siamo ridotti al fantasma di ciò che eravamo ieri. Box da quattro semivuoti, nel giro di un anno abitati da una sola persona. La mattina. Nel pomeriggio spesso vuoti. Segnali di fumo per parlare con qualcuno. Alle diciotto di ieri, mi sono alzata per prendere un caffè, e in tutta la palazzina eravamo tre: il turnista di presidio in sala server, la guardia all’ingresso, ed io. Non ho più neanche un capo, destinato ad altro incarico al di fuori dell’IT e non ancora sostituito. Anche l’altra donna è stata trasferita, sono rimasta l’unica dello staff tecnico.

E non avrei mai pensato di doverlo dire, ma si, sento la mancanza del calciomercato.

“Miss You” – The Rolling Stones

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